Al San Carlo di Napoli ritorna la storica Elektra con le scene di Anselm Kiefer

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Metti Freud nella reggia degli Atridi a Micene. Ne uscirà l’Elektra di Richard Strauss (Dresda, 1909), rilettura in chiave psicanalitica del mito greco forse più tragico e spietato. La protagonista ha poco da spartire con la coturnata figura fissata dalla tragedia sofoclea. È una donna dominata da una sensualità morbosa, turbata dalla repressione degli istinti sessuali. E gli altri personaggi non sono da meno: tutti nevrotici, pieni di ansie, ossessioni, agitati da pulsioni incontrollabili e furia distruttiva.
Una vicenda raccapricciante, indagata da una musica piena di lacerazioni e tormenti, percorsa da una fitta ragnatela di derivazioni e anticipazioni: da Wagner all’espressionismo. Strauss traduce i cupi orrori del libretto di Hugo von Hofmannsthal in un linguaggio musicale dissonante e di cruda potenza melodrammatica. L’armonia trabocca di passaggi nei quali la politonalità è la regola, mentre all’esasperazione del suono strumentale fa riscontro la tensione riservata alla voce umana.

Con questo mondo sorretto dal furore e dal grido si confronta Anselm Kiefer, autore della storica scenografia concepita qualche anno fa per il San Carlo di Napoli e ripresa in questi giorni dal teatro partenopeo (dal 9 al 15 aprile). Per la sua prima esperienza nell’opera lirica, più che una scena il grande artista tedesco ha concepito una vera e propria installazione: uno spaccato di piramide rovesciata, alto 11 metri e formato da quattro piani di vecchi container in similcemento. Arrugginiti, sbrecciati, formano una cavea nella quale si svolge l’azione (la regia di Klaus Michael Grüber viene ripresa in questa occasione da Ellen Hammer). I personaggi vivono pertanto in tuguri, in una sorta di edificio industriale in disarmo, squallido e fatiscente nelle pareti bianco sporco. A terra solo polvere e macerie.
È un’installazione simile a quelle che si possono vedere nel parco della tenuta-studio di Kiefer a Barjac, in Francia, dove sono collocati uno sull’altro i container (veri) che hanno ispirato la scena di Elektra. Uno scenario postmoderno, dunque, una visione archeologica della nostra civiltà vista con gli occhi di uno spettatore del futuro.

L’artista della catastrofe novecentesca evoca una dimensione astorica, erige una cattedrale laica, oppressiva e angosciosa, distrutta dal tempo e dal dolore. Uno scorcio urbano quasi da città fantasma, dove ruggine e rovine creano suggestioni che lasciano libertà di interpretazione. La memoria può andare ai lager nazisti, oppure ad alcune istantanee in bianco e nero delle periferie delle capitali dell’est europeo. Vengono in mente i paesaggi postbellici di Beirut, Baghdad, Aleppo, ma anche il ricordo del pauroso vuoto di Ground zero a New York.
La struttura, nella sua essenzialità stilistica e materica, è in sintonia con lo sviluppo dell’ultima ricerca di Kiefer. Nelle ultime opere non troviamo l’esuberanza delle tele realizzate negli anni Settanta e Ottanta, ricoperte di sabbia, oli bituminosi, fibre vegetali. Non c’è traccia del buio realismo dei cicli dedicati ai dittatori. Procedendo sulla via della semplificazione, l’artista ha quasi del tutto eliminato ogni sedimento ideologico-politico. Al groviglio cromatico delle tele di matrice neoespressionista si è sostituito un bianco sporco. Lo stesso che ritorna nelle pareti abrase di Elektra, trasformata in una tragedia collocabile in ogni spazio e in ogni epoca. In un mito privo di concessioni all’iconografia greca, che racconta il dramma di personaggi prigionieri del proprio destino.
A proposito di un dipinto degli anni Settanta, Kiefer confessava che “dipingere è bruciare”, alludendo alla violenza e alla distruzione indispensabili perché la “verità” venga rivelata. La sua Elektra, opera al nero, registra ancora una volta quella distruzione. Ma rappresenta, più che il malessere esistenziale di fronte alle mostruosità della storia, i tabù delle coscienze e i demoni di passioni ancestrali.

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