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Intervista a René Barbera: cuore latino e anima belcantista

Belcantista doc dal timbro chiaro ma non troppo, forte di un volume generoso e di una cantabilità di matrice latina, spontanea, sinuosa e sempre a proprio agio nel far brillare acuti e variazioni. In Italia, nell’estate del 2022 aveva conquistato il pubblico di Caracalla dando voce spigliata a un Conte di Almaviva crooner di successo, pronto a impugnare e a stendere con verve da grande star il radio-microfono old style jazz fra due quartetti di vocalist. Oggi il messicano-americano René Barbera, uscito da una formazione artistica pluripremiata e da un luminoso rodaggio nel repertorio del primo Ottocento, è uno dei più interessanti e apprezzati tenori in carriera dell’attuale scena lirica: lo scorso novembre ha esordito come Gennaro nella Lucrezia Borgia al Maggio Musicale Fiorentino e, un mese fa, ha tenuto a battesimo il ruolo di Rodolfo all’Opera di Roma. Ruolo pucciniano che a stretto giro, in aprile, riprenderà anche al Teatro San Carlo di Napoli, tornando inoltre all’Hamburgische Staatsoper come Nemorino, all’Opéra de Paris come Alfredo e alla Bayerische Staatsoper come Ramiro mentre, in ambito concertistico, il prossimo mese canterà nel Requiem di Verdi con la direzione di Myung-whun Chung e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
In questi giorni, nella sua agenda, c’è ancora Napoli, per dare voce e forma sul palcoscenico del San Carlo a uno dei suoi personaggi ideali nel Donizetti della Lucia di Lammermoor, ripresa dall’11 al 24 marzo nell’edizione registica di Gianni Amelio.

Fra i tanti suoi ruoli donizettiani, come definisce e affronta quello di sir Edgardo di Ravenswood, ultimo erede di nobile ma decaduta stirpe e amante di Lucia osteggiato dagli Asthon?
È un ruolo molto intenso ed emotivamente impegnativo, il che può rappresentare una sfida notevole anche dal punto di vista vocale, dovendo fare appunto particolare attenzione a evitare il sopravvento delle emozioni sulla voce. Con un simile presupposto in mente, mi assicuro dunque di riuscire a esprimere sia sul piano fisico che canoro tutti i sentimenti profondi che Edgardo attraversa nel corso dell’opera, attingendo alle mie personali esperienze di vita. Ovviamente non ho mai vissuto nulla di paragonabile a ciò che vive Edgardo, ma attraverso i miei passati dolori, le delusioni, i tradimenti e la perdita di familiari o amici, riesco a costruire, per quanto possibile, il suo mondo emotivo e le sue esperienze interiori.

Edgardo, nel capolavoro di Cammarano e Donizetti scritto nell’estete del 1835 proprio per Napoli, con parte tenuta a battesimo dal mitico tenore del do di petto Duprez, non gode di una canonica cavatina di presentazione esordendo, in via atipica, direttamente in duetto. Viceversa, è protagonista assoluto del finale. Come costruisce teatralmente e vocalmente il personaggio?
In realtà mi piace molto che il suo primo ingresso sia in duetto e che l’aria arrivi solo alla fine dell’opera. Tuttavia, questo comporta anche alcune sfide interessanti. In particolare, bisogna assicurarsi di avere ancora energia e risorse vocali sufficienti al termine dell’opera, per poter offrire al pubblico tutta l’intensità emotiva e la potenza necessarie a rendere credibili i suoi ultimi istanti. È fondamentale quindi dosare sin dal principio le forze con intelligenza perché, lungo il percorso, ci sono molti momenti vocalmente eroici che, se affrontati senza la giusta consapevolezza, possono rendere l’aria finale particolarmente impegnativa. Per quanto riguarda la costruzione teatrale del personaggio, come anticipato, tutto parte dalle mie esperienze personali: cerco di rivivere ciò che io, René, ho provato in determinate situazioni della mia vita e di immaginare come mi sarei comportato, tenendo conto naturalmente dell’epoca in cui si svolge la vicenda. In un certo senso, lascio che il bagaglio di dolore emotivo accumulato negli anni emerga e si manifesti pienamente nei momenti di maggiore intensità drammatica.

Quante volte lo ha interpretato e quanto è cambiato oggi?
Ho interpretato Edgardo solo due o tre volte prima di questa produzione e, l’ultima, risale al 2017. Eppure è anche il primo ruolo da protagonista che abbia mai cantato su un grande palcoscenico internazionale. Nel 2011, alla Lyric Opera of Chicago, mi fu chiesto di sostituire all’ultimo momento il collega nel ruolo di Edgardo per l’ultima recita della produzione: fu un’esperienza assolutamente terrificante ed esaltante allo stesso tempo! Per quanto riguarda l’evoluzione del ruolo, la mia voce è cambiata in modo significativo nel corso degli anni. Sto quindi imparando a gestire queste trasformazioni, evitando vecchie abitudini che non mi si addicono più. E naturalmente oggi posso contare su un portato di esperienze di vita molto più ampio rispetto a quindici anni fa, da cui attingere per dare maggiore profondità al personaggio.

Per dar forma e voce all’unico erede dei Ravenswood ha avuto dei modelli di riferimento? Se sì, quali?
Naturalmente guardo sempre al Maestro Luciano Pavarotti per molti ruoli di tipologia simile, avendo sempre ammirato immensamente le sue qualità vocali. Al di là di questo, però, cerco sinceramente di non emulare i grandi cantanti del passato e di concentrarmi invece sulla mia voce e sulla mia interpretazione. Non ci sarà mai un altro artista identico a un altro, e se da un lato è fondamentale studiare e lasciarsi ispirare dai grandi del passato, dall’altro è altrettanto importante portare in scena la propria unicità, con la propria voce e le proprie capacità, in ogni ruolo che si affronta.

Messicano-americano, ritiene di appartenere all’albo d’oro delle cosiddette voci latine? Quali le peculiarità?
Oh, wow… sinceramente non ho mai riflettuto troppo su questo aspetto e di certo non mi inserirei in una sorta di hall of fame, ma sarebbe senza dubbio un grande onore essere considerato tra quei nomi. Per quel che posso dire, una delle caratteristiche principali delle voci latine è una particolare brillantezza del timbro e l’accesso naturale a uno spazio di risonanza specifico, che deriva anche dalla nostra lingua madre. I madrelingua spagnoli, in generale, hanno molta chiarezza nell’eloquio: lo spagnolo è una lingua molto nitida, con una pronuncia definita e generalmente facile da comprendere. Per esempio, mia madre ha problemi di udito e, pur essendo madrelingua inglese, riesce a capire più facilmente lo spagnolo proprio grazie a questa chiarezza fonetica. Precisato ciò, le somiglianze tra lo spagnolo e l’italiano sono certamente di grande aiuto per una dizione corretta, soprattutto nel repertorio operistico italiano.

Cosa significa, per lei, il termine “belcanto”?
Per me sottolinea l’importanza della voce e, in particolare, della capacità di cantare con bellezza e omogeneità in tutta l’estensione, come elemento primario rispetto a qualsiasi altra abilità necessaria. Naturalmente esistono anche caratteristiche che ricorrono in gran parte del repertorio: una tessitura più acuta, l’uso della coloratura e, in generale, un’orchestrazione meno pesante, proprio per permettere alla voce di avere la precedenza su tutto il resto e di rimanere al centro dell’espressione musicale.

La musica e l’opera, in particolare, come e quando sono entrate a far parte della sua vita?
La musica ha sempre fatto parte della mia vita, in un modo o nell’altro. I miei zii erano musicisti professionisti in tournée e suonavano musica nei generi Tejano e Conjunto, quindi sono stato esposto alla musica fin da piccolissimo. Per quanto riguarda il mio percorso personale, poi, ho iniziato davvero molto presto — forse a tre o quattro anni. Avevo un piccolo pianoforte a misura di bambino con cui adoravo giocare e ricordo che un anno chiesi ai miei genitori di poter prendere lezioni di pianoforte e di karate. Le iniziai entrambe, ma alla fine rimasi fedele al pianoforte. L’opera è arrivata molto più tardi. O, meglio, è arrivata più tardi la consapevolezza di cosa fosse davvero. A dieci anni entrai in un coro di voci bianche e poco dopo cantai in Amahl and the Night Visitors di Gian Carlo Menotti: fu la mia prima opera, anche se all’epoca non avevo nemmeno capito che si trattasse di un’opera! Per farla breve — dopo diverse influenze importanti lungo il cammino — mi iscrissi all’università con l’intenzione di diventare direttore di coro in una scuola superiore. Fu il mio insegnante di canto a suggerirmi con decisione di cambiare indirizzo e di passare al canto lirico. Così feci… e il resto è storia.

Nel 2008 vince il Metropolitan Opera National Council Auditions e nel 2011 è per la prima volta il vincitore di tutti e tre i premi del Concorso Operalia. Quanto contano i Concorsi lirici nei primi passi di una carriera artistica?
Le competizioni liriche possono rappresentare un enorme vantaggio per un giovane cantante nelle prime fasi della carriera. Hanno certamente contribuito a farmi ottenere maggiore riconoscimento e attenzione, soprattutto a livello internazionale. Sinceramente non credo che la mia carriera sarebbe iniziata così rapidamente e in modo così intenso se non fosse stato per Operalia, che mi ha dato visibilità nel panorama operistico internazionale. Allo stesso modo, la competizione del Metropolitan Opera mi ha messo in una posizione incredibile per entrare nel miglior programma per giovani artisti degli Stati Uniti, il Ryan Opera Center della Lyric Opera of Chicago. Senza nessuna di queste competizioni, non credo che avrei la carriera di oggi, o quantomeno ci sarei arrivato molto più lentamente.

Dal Rossini del conte d’Almaviva, don Ramiro, Giannetto, Narciso, Uberto, Lindoro al pieno e ultimo Verdi con Alfredo, duca di Mantova e Fenton. Poi, tanto Donizetti con Nemorino, Ernesto, Edgardo, Riccardo Percy e il Tonio a nove do, quindi Bellini (Elvino, Arturo), Bizet (Nadir), Berlioz (il poeta Iopa), Richard Strauss (il cantante) e Mozart con il magnifico ruolo del titolo nell’Idomeneo. In quali personaggi si riconosce maggiormente e quali quelli che le piacerebbe aggiungere al suo bel catalogo?
Riconosco molto di me in Alfredo e Nemorino – sono un po’ un romantico senza speranza. Recentemente ho aggiunto Rodolfo al mio repertorio e devo dire che cantarlo è fantastico: mi sono ritrovato a identificarmi molto anche con questo personaggio. In verità, un po’ tutti loro mi sono vicini, a modo loro, ma sempre con quel filo conduttore sopra indicato, cioè del “romantico senza speranza”. Un giorno spero di poter cantare Cavaradossi e mi piacerebbe anche aggiungere altre opere francesi al mio repertorio, ad esempio Faust (di Hector Berlioz e di Charles Gounod), tra le altre.

Come definisce la sua voce?
Credo di avere una voce lirica piena, con molta flessibilità per quanto riguarda il repertorio. Al di là di questo, in realtà non mi soffermo troppo a definire la mia voce.

E il suo carattere?
Sono una persona empatica, porto il cuore in mano, amo profondamente e intensamente, romanticamente sia sul fronte affettivo che, in genere, nella vita. Sono estremamente leale, premuroso, generoso con il mio tempo e le mie energie. Mi piace inoltre ridere, e far ridere gli altri. Detto questo, ho comunque sangue latino e ogni tanto mi è capitato di avere un momento “da diva”, o due. Ho una regola, molto semplice: come mi trattano così mi comporto. Per il resto, nonostante quel fuoco interiore, sono piuttosto paziente.

Quali ritiene siano i pregi e quali i rischi della corda tenorile?
Se parliamo dello strumento vocale del tenore, è una cosa rara trovare tenori di qualità, il che rende più semplice, rispetto ad altri tipi di voce, costruirsi una carriera. Detto questo, sento che, in generale, la voce del tenore è un po’ più delicata e soggetta a esaurimento senza la dovuta cura e manutenzione, per così dire. Se invece parliamo dell’essere un tenore in questo settore, c’è una pressione enorme: ci si aspetta spesso che i tenori diventino il “prossimo Tito Schipa”, e confrontarsi con un simile peso storico ogni volta che si sale sul palco può essere sia estenuante sia intimidatorio.

Quali sono stati, fin qui, i momenti artistici e gli incontri per lei fondamentali?
Onestamente sono troppi per poterli elencare tutti. Per me, cantare il Requiem di Giuseppe Verdi, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, è sempre stata una delle esperienze più commoventi e musicalmente appaganti che si possa vivere. O, ancora, il debutto alla Scala ha rappresentato un’esperienza monumentale per me: è sempre stato il teatro dei miei sogni e ricevere l’invito a cantare lì mi è sembrato incredibile. Un altro momento di grandissima importanza è stato il mio esordio di tre anni fa al Teatro San Carlo (e non lo dico solo perché sono ospite qui in palcoscenico, in questo momento), con il ruolo di Riccardo Percy (giunto in sostituzione a pochi giorni dalla prima, ndr) nell’Anna Bolena di Donizetti. Il San Carlo di Napoli ha rappresentato il mio vero e proprio debutto italiano: ha lasciato un segno così profondo nella mia vita che ho deciso subito di imparare la vostra lingua. Qui ho imparato ad amare il vostro Paese: adoravo la gente, il cibo, la cultura, l’ambiente, l’energia e l’esperienza di poter cantare in una sala dall’immensa storia. In via analoga, ritengo fondamentali il mio primo contratto all’Opéra National de Paris, al Metropolitan Opera, alla San Francisco Opera… davvero, gli eventi importanti sono talmente tanti che sarebbe impossibile ricordarli tutti.

Oggi quanto e come studia?
Dipende molto dal fatto che si tratti di un debutto o di un ruolo che non canto da un po’. Per Lucia ho dovuto studiare per un paio di settimane, giusto il tempo necessario per ricordare tutto e fare entrare Edgardo nella mia voce. Per un ruolo nuovo, invece, studio generalmente una, due ore al giorno per 30-40 giorni, fino a quando non è completamente assimilato e memorizzato. Quando affronto un personaggio nuovo, spesso inizio sedendomi con lo spartito e ascoltando una registrazione per farmi un’idea della parte, poi passo al pianoforte e comincio a lavorare sulla musica. Molto rapidamente inizio a cantare con un pianista e mi assicuro di essere completamente informato sulla storia e su ciò che accade, in modo da poter iniziare a prendere decisioni drammatiche per la caratterizzazione del personaggio. Per quanto riguarda invece il perfezionamento tecnico, posso contare sull’aiuto della mia insegnante che però, risiedendo negli States, riesco a vedere al massimo una o due volte l’anno, ossia quando è così gentile da volare fino in Europa soltanto per me.

Quindi ai giovani talenti del belcanto cosa direbbe?
Di studiare la dizione, in modo approfondito, per farla diventare la seconda priorità, subito dopo la tecnica vocale, naturalmente. Quindi suggerirei di cercare insegnanti o coach specifici e affidabili per ciascun tipo di repertorio, capaci di far comprendere lo stile e le tradizioni, oltre a far lavorare con precisione e preparazione su ogni dettaglio. Ma, soprattutto, consiglio di coltivare altre passioni. Quando l’opera dall’essere una tua passione diventa il tuo lavoro, rischia anche di trasformarsi in una fonte di stress che può pesare moltissimo. È perciò indispensabile trovare interessi e attività che si amino davvero, a cui dedicarsi il più possibile. Perché se questa carriera diventa l’unica cosa della tua vita non è escluso che si possa arrivare persino – conclude agganciando lo stile rossiniano – a perderci la testa.

Foto di copertina: Anna Barbera

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