Turandot, Lady Macbeth, Abigaille, Tosca. Queste sono le eroine che hanno portato alla ribalta il soprano Ewa Płonka. Una formazione tra la Polonia – suo paese natale, dove ha conseguito un master in Musica e una laurea triennale in Esecuzione pianistica presso l’Accademia di Musica di Poznań – la Norvegia e gli Stati Uniti d’America. Qui ha ottenuto un dottorato in Arti musicali in Esecuzione pianistica (Università dello Utah), un Master in Musica (Università di Oklahoma City) e, presso la Juilliard School di New York, ha raggiunto l’Artist Diploma in Opera studies. In pochi anni Płonka si è esibita su alcuni dei palcoscenici più prestigiosi: Royal Opera House di Londra, Teatro Real di Madrid, Opernhaus Zürich, Opéra National de Paris, Deutsche Oper di Berlino, Kennedy Center (Washington, D.C), Tokyo Bunka Kaikan. In questi giorni l’artista ha debuttato, sulle orme del soprano polacco-americano Rosa Raisa, al Teatro alla Scala come protagonista di Turandot, capolavoro pucciniano proposto nel centenario della prima assoluta, da noi seguito nella recita dell’11 aprile (vedi link).
Nata in Polonia, ha iniziato la sua formazione musicale nel paese d’origine per poi proseguirla negli Stati Uniti, dove ha ottenuto anche numerosi riconoscimenti. Ha riscontrato differenze significative nell’approccio alla musica e al canto lirico tra queste due realtà?
In Polonia, ho ricevuto una formazione musicale estremamente rigorosa, fondata su disciplina, rispetto della struttura e comprensione profonda dell’architettura interna della partitura. Il mio percorso come pianista concertista ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo del mio orecchio e del mio pensiero musicale. Negli Stati Uniti, in particolare durante gli anni alla Juilliard, ho incontrato invece una dimensione molto più concreta e pratica dell’opera: audizioni, contatti professionali, sistemi di coaching differenti e una visione dell’industria musicale come organismo vivo e dinamico. La Polonia mi ha dato basi solide e identità artistica; l’America mi ha dato apertura, resilienza e una prospettiva più ampia. Ho inoltre studiato in Norvegia, dove l’accento era posto sulla psicologia della performance, mentre negli Stati Uniti il percorso accademico integrava anche teoria, storia, filosofia ed estetica. Nonostante le difficoltà, sono riuscita a completare il dottorato in metà tempo, laureandomi con il massimo dei voti.
A inizio carriera ha cantato prevalentemente ruoli da mezzosoprano, come Azucena nel Trovatore, Maddalena in Rigoletto, Giovanna Seymour in Anna Bolena e Mary in Der fliegende Holländer. Quando e in che modo ha maturato la decisione di orientarsi verso il repertorio da soprano?
Il passaggio dal repertorio da mezzosoprano a quello da soprano non è stato improvviso, ma il risultato di un processo lungo e consapevole. Per un periodo ho interpretato ruoli da mezzosoprano, ma sentivo interiormente che non rappresentavano pienamente la mia natura vocale. Il lavoro al pianoforte è stato fondamentale: mi ha insegnato il fraseggio, la gestione della linea musicale, la risonanza e il rapporto tra voce e armonia. Progressivamente ho compreso che il repertorio da soprano drammatico era quello più autentico per me. Questo cambiamento è avvenuto in una fase di isolamento, che mi ha costretta a lavorare in autonomia, ma allo stesso tempo ho potuto contare sulla mia esperienza come vocal coach e pianista accompagnatore, maturata attraverso centinaia di lezioni osservate e accompagnate.
Nei giorni scorsi ha debuttato su uno dei palcoscenici più prestigiosi al mondo, il Teatro alla Scala, interpretando Turandot di Puccini, opera che il prossimo 25 aprile compirà cent’anni. Come si è preparata per questo importante debutto e quali emozioni ha provato?
Il debutto al Teatro alla Scala con Turandot ha rappresentato un momento di grande importanza artistica e personale. La preparazione ha richiesto non solo precisione tecnica, ma anche una profonda consapevolezza storica. Sentivo un legame speciale con Rosa Raisa, soprano polacco che interpretò la prima assoluta dell’opera nel 1926 e che successivamente emigrò negli Stati Uniti. Come artista polacco-americana, questa connessione mi ha toccata profondamente. Durante l’esibizione ho provato entusiasmo, gratitudine e senso di responsabilità, ma in scena cerco sempre di non lasciarmi dominare dalle emozioni superficiali: mi concentro sul personaggio, lasciando che le emozioni emergano al servizio della musica.
Turandot è un ruolo che ha affrontato più volte nella sua carriera. Chi è, per lei, la “principessa di gelo”? Che cosa rappresenta?
Ho interpretato Turandot numerose volte; solo nel 2024 l’ho cantata 24 volte, in tre continenti e con tre finali diversi, inclusa la prima mondiale di un finale di Christopher Tin. Per me Turandot non è semplicemente una principessa crudele, ma un simbolo complesso e profondamente filosofico. È un personaggio spesso frainteso: rappresenta un mistero, una conoscenza nascosta, una dimensione spirituale dell’essere umano. Le sue radici culturali, anche legate al poeta sufi Nizami, contribuiscono alla sua profondità. È un ruolo inesauribile, che richiede studio continuo e che non può essere ridotto a una lettura superficiale.
Oltre a Turandot, ha spesso impersonato altre donne volitive, come Abigaille, Lady Macbeth, Tosca, la Principessa straniera in Rusalka. Quale sente più affine e vicina a lei, e perché?
Mi sento vicina a tutti i personaggi che interpreto, perché ciascuno passa attraverso la mia sensibilità e il mio vissuto. Tuttavia, Turandot occupa un posto speciale per la sua complessità simbolica e intellettuale. Anche Lady Macbeth è spesso interpretata in modo riduttivo: la vedo come una donna senza reale potere, intrappolata in dinamiche più grandi di lei, che alla fine soccombe. Abigaille è a sua volta una figura tragica, vittima delle circostanze, delle relazioni e della propria origine. Il mio approccio consiste nel comprendere profondamente questi personaggi, evitando giudizi semplicistici.
A questa galleria di donne energiche e risolute, vorrebbe aggiungere altri personaggi in futuro?
Guardando al futuro, desidero ampliare il mio repertorio con attenzione e rispetto per i tempi naturali della crescita vocale. Non mi interessa accumulare ruoli, ma approfondirli. Mi sento pronta per Leonora nel Trovatore e nella Forza del destino, e per Senta in Der fliegende Holländer, un ruolo che mi affascina sia vocalmente che filosoficamente. Sono inoltre interessata al repertorio tedesco, in particolare a Strauss, e desidero dedicarmi maggiormente anche al repertorio concertistico, specialmente ai grandi cicli tedeschi.
Nel 2023 ha vestito i panni di Venus in Tannhäuser a Londra. Le piacerebbe tornare a cantare opere di Richard Wagner? Trova siano adatte alla sua vocalità?
Sarei felice di tornare a cantare Wagner, ma sempre con consapevolezza. Il ruolo di Venere è stato interessante, ma troppo grave per la mia vocalità e non mi ha permesso di esprimere pienamente le mie capacità. Ritengo fondamentale non forzare la voce e rispettarne la natura. Wagner e Strauss rimangono comunque ambiti di grande interesse, purché affrontati con equilibrio e intelligenza.
Quali sono i suoi prossimi impegni artistici?
Oltre all’ultima recita di Turandot alla Scala, ci sono il debutto nel ruolo di Elisabetta nel Don Carlo alla Staatsoper di Berlino, una tournée in Cina con una produzione di Turandot firmata da Jackie Chan e un ritorno a Seul, dove interpreterò nuovamente Turandot. Si tratta di progetti importanti, che rappresentano tappe significative del mio percorso artistico.
Se non avesse intrapreso la carriera di cantante lirica, che cosa avrebbe voluto fare?
Credo che la musica sarebbe comunque rimasta al centro della mia vita, probabilmente come pianista solista o vocal coach. Sono sempre stata attratta anche dalla filosofia, dalla letteratura e dallo studio dei testi antichi. Inoltre, coltiverei maggiormente le arti visive, come pittura, disegno e scultura, che ho scoperto più recentemente ma che rappresentano per me una forma importante di espressione.
Fuori dal palcoscenico, chi è Ewa Płonka? Quali sono i suoi interessi e le sue passioni?
Fuori dal palcoscenico continuo a essere una persona curiosa e in costante ricerca. Viaggio molto, ma cerco di mantenere un equilibrio interiore. Amo visitare musei, osservare la pittura ed esplorare nuova musica. Sono interessata a prospettive alternative sulla vita e allo studio dei testi antichi, che considero fondamentali per comprendere meglio l’arte e l’esistenza. Recentemente ho iniziato anche a partecipare a podcast, dove condivido riflessioni su questi temi, continuando così il mio percorso di crescita personale e artistica.

