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Elisabetta Maschio: “La disciplina come metodo, la speranza come faro”

Trentacinque anni di carriera sul podio, una lunga esperienza nei teatri italiani e internazionali e un impegno altrettanto radicato nella formazione delle nuove generazioni. Elisabetta Maschio si è formata come pianista e maestro sostituto, studiando con Gustav Kuhn, e ha poi sviluppato una intensa attività nella direzione d’orchestra, tra teatro d’opera e repertorio sinfonico. Nel 2002 ha fondato l’Orchestra giovanile La Réjouissance e oggi presiede il Sistema Nazionale delle Orchestre e dei Cori Giovanili e Infantili in Italia.
Il 4 ottobre, al Teatro Toniolo di Mestre, la direttrice trevigiana sarà sul podio dell’Orchestra della Fenice per l’omaggio a Giuseppe Sinopoli, in un programma con pagine di Mozart, Wagner e Beethoven. Un’occasione per parlare con lei di formazione, rapporto con le orchestre, ruolo del direttore e funzione della musica nella società, ma anche della presenza delle donne sul podio e di ciò che ancora deve cambiare in Italia.

Maestra Maschio, lei ha iniziato la sua carriera negli anni Novanta, quando le donne sul podio erano ancora pochissime: che cosa è davvero cambiato in questi trent’anni e che cosa, invece, deve ancora cambiare?
Durante questo tempo abbiamo visto direttrici d’orchestra assumere importanti posizioni istituzionali in tutto il mondo, meno in Italia. Speriamo quindi che anche qui succeda qualcosa di meglio.

Prima di salire sul podio, lei ha maturato una lunga esperienza come pianista e maestro sostituto, lavorando anche a Parigi con Laurence Foster, al Festival di Salisburgo e al Teatro Regio di Torino. Quanto è stata importante quella gavetta nella sua formazione?
Questo è un percorso imprescindibile. C’è una importante intervista di Virgilio Boccardi a Karajan, del 1970, proprio dalla Fenice di Venezia, teatro che frequentava in quegli anni, nella quale sottolinea l’importanza di almeno quindici anni di apprendistato in provincia per formare un direttore d’orchestra. Un direttore deve infatti essere capace di formare cantanti e orchestre e, per saper fare questo, ci vuole tempo.

Il suo percorso di studi l’ha vista allieva e assistente di Gustav Kuhn tra il 1989 e il 1992. Qual è l’insegnamento più prezioso ricevuto dai suoi maestri e che porta ancora oggi con sé?
È come accostarsi alla partitura, come leggerla e farla propria: dietro a tutto ciò c’è una scuola, una tradizione, un rigore, una cultura della prassi esecutiva, un mondo immenso.

Questo autunno la vede sul podio dell’Orchestra del Teatro La Fenice, con due appuntamenti a Treviso e a Mestre. Che significato ha per lei dirigere questa orchestra e confrontarsi con un’istituzione musicale come la Fenice?
È un momento per me molto importante, emozionante e significativo; un podio simbolico sul quale sono saliti direttori di portata storica.

Il programma comprende Mozart, Wagner e Beethoven, autori che fanno parte del suo percorso fin dagli inizi. Immagino che nel tempo il suo rapporto con questi compositori si sia trasformato.
Nel corso della carriera ci sono state più occasioni di approfondimento degli autori. Per me sono state sia occasioni per eseguirli con orchestre diverse, sia occasioni per insegnare questo repertorio nelle classi di direzione d’orchestra in vari conservatori italiani. In quest’ultimo caso studiavo moltissimo per riconsegnare agli studenti, con onestà, quello che sapevo.

Il concerto del 4 ottobre al Teatro Toniolo di Mestre rende omaggio a Giuseppe Sinopoli nell’ottantesimo anniversario della nascita e nel venticinquesimo della scomparsa. Qual è l’eredità artistica e umana di Sinopoli che sente più vicina?
Il fatto che la sua mente fosse aperta e il suo percorso artistico molto personale. Che avesse una vera fame di conoscenza ad ampio spettro. E che, con la sua sensibilità, comprendesse profondamente il valore non solo formativo, ma anche etico dell’esperienza di El Sistema di José Antonio Abreu, un progetto maturato negli anni Settanta in Venezuela, capace di dare dignità e riscatto ai ragazzi delle aree disagiate di quel Paese.

Oggi lei presiede il Sistema Nazionale delle Orchestre e dei Cori Giovanili e Infantili in Italia: quanto di quella intuizione è ancora presente nel vostro lavoro e come si traduce concretamente nella formazione dei giovani musicisti?
Lo scopo del Sistema è incoraggiare la pratica della musica d’insieme in orchestre sociali, ad accesso non selettivo e gratuito. Essere orchestra significa infatti vivere concretamente le regole della convivenza umana: per esempio, saper ascoltare mentre un altro strumento espone un tema musicale e accompagnare ascoltando, in modo che quella idea emerga; oppure utilizzare l’arco del violino nello stesso modo degli altri compagni di fila, altrimenti non si produrrà un suono omogeneo. Si impara che per convivere ci sono necessariamente delle regole, che sono un mezzo per raggiungere lo scopo, cioè l’armonia; uno scopo che, per estensione, nella convivenza sociale è la pace. Il direttore è una sorta di “facilitatore” di questi processi. È interessante, poi, che nel lessico sociologico parole come accordo, armonia, sintonia, concertazione siano anche parole del lessico specifico musicale.

Lei insegna Esercitazioni orchestrali al Conservatorio di Rovigo e nel 2002 ha inoltre fondato l’orchestra giovanile La Réjouissance. Che cosa le restituisce il confronto con i giovani musicisti?
Ho sempre guardato ai ragazzi e ai giovani che ho avvicinato come a futuri adulti: non vi può essere leggerezza nel trattarli, ma una grande responsabilità, che adotti la speranza come faro e la disciplina come metodo. Ci sono molti talenti, e sono tutti diversi; dobbiamo imparare a custodirne la particolarità, oserei dire la biodiversità, senza schematizzare.

Che cosa le ha insegnato il confronto con le orchestre professionali nel corso della sua carriera?
Che ogni orchestra è un mondo, è una relazione da costruire e quella relazione dipende da molti fattori.

Ha lavorato in teatri e contesti molto diversi, incontrando registi e artisti di primo piano. C’è un incontro che ha cambiato in modo particolare il suo modo di intendere il teatro musicale?
Dopo il mio debutto a Macerata scrissi una lettera a Carlos Kleiber: inaspettatamente mi rispose dopo una settimana. Conservo un carteggio durato fino alla sua morte. Il suo stile e la sua estetica sono stati per me un punto di riferimento.

Ha ricoperto importanti incarichi istituzionali e direzioni artistiche. Quanto l’esperienza organizzativa e manageriale ha influenzato il suo modo di fare musica sul podio?
Capire i meccanismi di gestione e organizzazione ci fa penetrare tutta la complessità del mondo artistico. Oggi un direttore d’orchestra deve essere ben consapevole di ciò che si muove dietro un evento musicale e teatrale e, contemporaneamente, conservare la lucidità e la purezza della sua visione estetica. Non è facile.

Dopo una carriera così lunga e articolata, c’è ancora un progetto o un sogno professionale che vorrebbe realizzare?
Inventare progetti per cui un numero sempre maggiore di persone si avvicini alla musica classica e la frequenti regolarmente. Ce n’è bisogno sia per le istituzioni musicali sia per la buona crescita dei giovani, sia per la nostra pacifica convivenza sociale. Il nostro non può essere un piccolo mondo antico e chiuso: è un potenziale positivo e deve portare la capacità curativa dell’arte a più persone possibili.

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