Non ha bisogno di presentazioni Irina Lungu, rinomata interprete belcantistica e verdiana che in queste settimane è impegnata in tre teatri veneti con il Mozart di Così fan tutte: un ritorno nei panni di Fiordiligi dopo quasi vent’anni dall’ultimo incontro con il ruolo. Le abbiamo rivolto alcune domande per conoscere il suo punto di vista sul personaggio e sul canto mozartiano e per parlare del suo vasto repertorio.
Siamo in mezzo alle recite di Così fan tutte: ora a Padova dopo Rovigo e Treviso. Cosa trova di particolarmente interessante nel personaggio di Fiordiligi?
Fiordiligi è una donna che lotta, e credo sia l’unico personaggio dell’opera a farlo davvero. Per questo è il vero personaggio eroico di Così fan tutte. All’inizio appare rigida, quasi caricaturale, nella sua fermezza e intransigenza, ma in realtà è una ragazza spaventata che si difende così per paura di crollare. Si protegge attraverso il controllo, e le sue due arie – bellissime e difficilissime – non sono semplici numeri di bravura, ma esplosioni emotive. “Come scoglio” è un grido di autodifesa; la seconda aria è una resa dolorosa, in cui ammette che il cuore prevale sulla ragione. Fiordiligi combatte per tutto il tempo contro se stessa, contro la propria fragilità e le tentazioni, e alla fine scopre la sua vera natura proprio lottando per ciò che crede di dover essere. Ecco, questa è la sua essenza: un personaggio affascinante, profondamente umano e moderno. Dal punto di vista vocale, Mozart le affida difficoltà mostruose, con tessiture disumane, salti vertiginosi e un fraseggio complesso: brillante, drammatico e leggero allo stesso tempo. Tutto sottolinea le sue contraddizioni e la sua imperfezione, un’anima sempre vibrante, sempre in tempesta. Per questo mi è così vicina. Se dovessi definirla in due parole, direi che Fiordiligi nasconde un vulcano sotto un marmo inscalfibile.
Si tratta della sua seconda Fiordiligi dopo il debutto, se non erro, a Parma nel 2008. Come si ritorna ad affrontare un ruolo dopo tanto tempo?
In realtà ho debuttato come Fiordiligi nel 2006, al Teatro São Carlos di Lisbona, quando avevo ventisei anni; Parma è stata la mia seconda produzione, nel 2008. È stato uno dei primi grandi ruoli della mia carriera.
Ecco, mi sbagliavo. Ma in cosa differisce la sua Fiordiligi di oggi da quella di vent’anni fa?
All’epoca l’avevo affrontata con grande serietà e dedizione. Devo dire che, dopo tanto tempo, temevo di non ricordarmi più nulla, e invece, appena ho ripreso lo spartito, tutto mi è tornato in mente come se fosse ieri. Evidentemente mi era rimasta scolpita nell’anima: come i primi amori, non si dimentica mai. Le differenze ci sono. È stato un viaggio nel tempo, una riscoperta di me stessa vent’anni fa. Ricordo ciò che allora mi veniva naturale e ciò che trovavo difficile, mentre oggi è quasi il contrario: quello che un tempo mi metteva in difficoltà ora mi riesce con maggiore naturalezza. Credo che la mia Fiordiligi di oggi sia più intensa, con un conflitto interiore più evidente.
Questa Così fan tutte s’inserisce tra Le nozze di Figaro a Liegi, dove era la Contessa, e Don Giovanni a Tokyo, dove sarà Donna Anna. Vede una continuità tra queste tre donne mozartiane?
Bellissima domanda: non avevo mai pensato al filo che unisce questi tre personaggi. Amo cantare Mozart e credo che per un interprete sia fondamentale continuare a farlo: è ciò che “resetta” la mente, la voce e l’approccio al canto. Per questo credo sia importantissimo affrontare Mozart in ogni fase del percorso artistico. Sono tre donne che, pur appartenendo a mondi diversi, condividono un universo interiore comune: desiderio, controllo, dignità e ferite. Se dovessi riassumere ciò che le accomuna, direi proprio desiderio e controllo. Fiordiligi, la Contessa e Donna Anna sono personaggi contraddittori, eleganti, moderni e profondamente umani. Le amo tutte, ma nel Don Giovanni potrei interpretare solo Donna Anna: mi sento affine a lei, non potrei essere né Elvira né Zerlina. Tuttavia, tra tutte, quella che più mi rispecchia è Fiordiligi. Vorrei aggiungere che questi personaggi rappresentano l’anima stessa della musica di Mozart: bisogna esprimerne i conflitti e la profonda umanità restando però dentro uno stile perfetto. È la grande difficoltà per un interprete: non ci si può nascondere, bisogna mantenere la purezza della linea e, dentro quel rigore, far emergere l’umanità, i conflitti interiori. È un vero e proprio codice da assimilare, fino a farlo entrare nella mente e nel cuore.
Abbiamo parlato a lungo di Mozart, ma nella sua carriera domina il belcanto, repertorio di cui si è detta innamorata. Come concilia i ruoli belcantistici con quelli mozartiani o verdiani?
La mia anima artistica è nata con il belcanto: mi ha insegnato tutto: il sostegno del fiato, l’eleganza della linea, il controllo, soprattutto l’importanza del colore della voce. La bellezza del suono e del legato è ciò che mi ha fatto innamorare del canto. Con Mozart, invece, imparo ogni volta qualcosa di nuovo: precisione, chiarezza, articolazione stilistica. Tutto ciò diventa prezioso anche per altri repertori. Verdi, poi, rappresenta un universo ancora diverso: chiede verità drammatica e umana, il peso della parola e un forte senso del teatro. Sono tre mondi diversi, ma non li separerei. Preferisco farli dialogare. Naturalmente, per passare dall’uno all’altro serve tempo: dopo Il pirata ho avuto tre settimane di prove per ritrovare la misura di Fiordiligi. Non sono equilibri semplici: si costruiscono con lo studio e con costante attenzione alla voce. Anche le esperienze belcantistiche e verdiane arricchiscono Mozart: il legato, il fraseggio, la nobiltà del suono. Credo che, pur diversi, questi repertori raccontino la stessa verità umana.
E poi c’è Violetta, che dalla Traviata del 2007 alla Scala è diventata un po’ il suo ruolo simbolo. Cosa la affascina di questo personaggio?
Di Violetta ho detto molto, ma le parole non bastano a esprimere ciò che rappresenta per me. Quando ero giovane lessi una frase, forse in un programma di sala: “Violetta è un fiore che sboccia mentre sta già appassendo”. Mi colpì profondamente, e mi accompagna ogni volta che la canto. Mi affascina il suo coraggio di vivere pur sapendo di essere destinata a perdere. È un ruolo che ti spoglia completamente, sul piano vocale, emotivo e umano. Mi ha sempre colpito la sua lucidità: capisce tutto sin dall’inizio e affronta la vita con grande dignità. È un ruolo totalizzante, che ti consuma e ti costringe a esplorare te stessa. Solo Norma ha avuto su di me un effetto simile. Ora ho messo Violetta da parte, perché voglio capire quale posto possa avere in questa fase della mia carriera, dopo essermi avvicinata a ruoli più lirici.
Ci sono nuovi debutti in vista?
Sì, finalmente la terza regina di Donizetti, quella che desideravo da tempo: Elisabetta in Roberto Devereux. Avevo cantato Maria Stuarda da giovanissima e poi Anna Bolena, ma mi mancava questa terza regina. La affronterò nelle prossime stagioni, e ne sono davvero felice.
Lei ha calcato le scene dei grandi teatri internazionali: la Scala, l’Opéra di Parigi, il Met. Cambia molto esibirsi, come in queste settimane, nei piccoli teatri veneti?
Il mio modo di cantare e di stare sul palcoscenico non cambia. Nei teatri più piccoli si avverte però una maggiore intimità: ogni respiro, ogni frase arriva direttamente al pubblico. È un’immediatezza speciale. Sono teatri splendidi, e l’Italia ne è piena: piccole realtà vive e autentiche. In questa occasione ho lavorato con un team di professionisti che conoscono davvero il teatro, e mi sono trovata benissimo. In fondo, l’essenza del nostro mestiere non sta nella grandezza del luogo, ma nella verità che si riesce a condividere con il pubblico.
Cosa le piace soprattutto del suo lavoro di cantante lirica?
Essere una cantante lirica, o più in generale un’artista, è molto più di un mestiere: è un modo di vivere. Da bambini giochiamo a essere qualcun altro; noi abbiamo la fortuna di continuare a farlo da adulti, raccontando altre vite e trasmettendo emozioni con la voce. È un percorso di rinnovamento costante, che ti costringe a studiare, sentire, trasformarti. E ti regala una gioia pura: quella di raccontare te stessa attraverso i personaggi. Ci sono momenti che amo particolarmente, come il terzo atto della Traviata o la scena della pazzia in Lucia di Lammermoor: quella solitudine scenica in cui davanti a te ci sono migliaia di persone, eppure sei sola. In quell’istante senti di avere il pubblico nel palmo della mano e di guidare le sue emozioni: è una sensazione unica, un potere che emoziona e ispira, una dolce dipendenza che cerchi ogni volta di ritrovare, per arrivarci ogni volta in modo più vero e persuasivo.
E lontana dal palcoscenico, quali sono le sue passioni?
Amo l’arte, la letteratura e tutto ciò che mi aiuta ad ampliare lo sguardo sul mondo e a comprendere meglio l’essere umano e la sua sfera emotiva. Cerco sempre stimoli nuovi, perché non si spenga la fiamma che alimenta l’essere artista. Amo anche lo sport: mi piace sciare, correre quando posso, e ogni tanto gioco a tennis, anche se non sono ancora molto esperta. Spero di migliorare.

