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Intervista a Giorgia Guerra, regista del Roméo et Juliette di Gounod al San Carlo di Napoli

Romana per nascita, artista per passione e una vocazione per il teatro cresciuta in lei fra i luoghi della scena da sempre vissuti e respirati in famiglia, accanto al suo papà impresario d’opera, Raffaele Guerra, e alla mamma Luciana Delle Monache. Formatasi a seguire frequentando il percorso di laurea in Lettere e Filosofia, la Verona Opera Academy e i corsi di pianoforte e canto, diventa impresaria lirica, organizzatrice di iniziative culturali in special modo per i giovani. Nel frattempo, fa la comparsa (il pastorello in Tosca e la figurante in Butterfly), lavora al trucco in teatro, trasporta i cantanti, diventa assistente dello scenografo, regista e costumista Dario Micheli. E, su un passato da attrice per la prosa, poggia oggi il suo presente di regista per la lirica, sia in Italia che all’estero.
Giorgia Guerra, con idee concise ma ben salde e una discreta quota di emozione, è pronta per il suo imminente debutto registico al Teatro San Carlo di Napoli con l’opéra-lyrique Roméo et Juliette di Charles Gounod, titolo di marca francese e in cinque atti fin qui incredibilmente mai rappresentato sulle assi del Lirico partenopeo e quindi proposto a popolare liaison con la festa di San Valentino per cinque sere dal 15 al 25 febbraio. Lo spettacolo, nato in coproduzione con il Teatro Campoamor di Oviedo e a battesimo due anni fa per l’Opera di Bilbao, vanta una targa al femminile e tutta italiana stando alla firma registica e a una squadra per la mise en scène interamente in quota rosa. Le scene sono infatti di Federica Parolini, i costumi di Lorena Marin, le luci di Lorena Baldisseri. Tutte parimenti, con lei, per la prima volta all’appello nella locandina sancarliana.
L’allestimento curato da Giorgia Guerra, delicato, essenziale e raffinatissimo, è stato trionfalmente applaudito nell’ottobre 2023 e ora, sempre con i fondamentali video di Imaginarium Studio ma con la direzione sul podio dell’ottimo Sesto Quatrini, arriva sulle scene partenopee con la stessa coppia di interpreti al trionfale varo spagnolo del titolo: il soprano statunitense Nadine Sierra e il tenore messicano Javier Camarena.

Parlando della sua regia per il Roméo et Juliette di Gounod al Teatro San Carlo di Napoli, produzione tanto applaudita in Spagna all’Opera di Bilbao e ora per la prima volta in Italia su un palcoscenico dalla storia immensa, ha definito tale suo debutto come il “compimento di un sogno”. Con quali sentimenti e con quali obiettivi sta lavorando alla vigilia della prima?
Per me, arrivare a firmare un’opera per il San Carlo è stata una sorpresa inaspettata quanto, mi sia consentito dirlo, meritata alla luce di tanto studio e impegno da sempre portati sul campo a partire dal rodaggio fondamentale entro il circuito teatrale della lirica minore. Prestigio e gratificazione a parte, questi giorni di prove al San Carlo sono stati anche molto piacevoli e persino divertenti. Rimettere insieme l’opera con Nadine e Javier, ma entro un nuovo cast e accanto a un diverso coro e con altra orchestra, ha infatti riservato in tanti dettagli momenti importanti e inattesi che hanno in concreto permesso allo spettacolo di crescere ulteriormente. D’altra parte, il mio obiettivo, è sempre stato quello di fare e dare il meglio che si può. Obiettivo che attuo e che pretendo innanzitutto da me stessa.

Secondo quali linee drammaturgiche, tematiche e di stile, ha costruito lo spettacolo?
Approcciando una storia di cui tutti conoscono il finale, piccolo spoiler – sottolinea, mentre noi lo ricordiamo ai più giovani che, senza saperne troppo, decidono magari di festeggiare il loro San Valentino così – alla fine i giovani muoiono, sicuramente l’approccio iniziale è stato estremamente rispettoso del testo shakespeariano. Pertanto, da un lato, in assoluta evidenza è il drastico conflitto tra famiglie di opposto segno, qui sottolineate con un gioco cromatico a netto contrasto (blu per i Montecchi e rosso per i Capuleti); dall’altro, la forza universale e neutralizzante dell’amore caratterizzata, in scena, da un bianco che supera e annulla la disparità di ogni fazione. La musica di Gounod ha poi contribuito a virare lo stile dello spettacolo verso un’essenzialità necessaria per cogliere appieno le importanti pagine musicali che ci lascia il compositore.

Come ha risolto l’aggancio temporale tra le fonti (Shakespeare e il libretto del premiato tandem Barbier-Carré), il delicato genere musicale dell’opéra-lyrique e una storia universale per l’immaginario collettivo?
Il testo, la musica e i sentimenti dei personaggi sono sempre ben definiti e dunque riconoscibili. Lavorando molto sul tempo e senso della parola e sul tempo e senso delle note, con il team creativo abbiamo concepito un contenitore scenico “a-temporale” in cui l’azione svolta dai personaggi in costume d’epoca, attraverso l’aiuto di video proiezioni narrative, ci restituisce l’immagine esatta di una forza dei sentimenti che non ha tempo, né luogo, né forma.

Nella realtà, secondo lei, quanto conta l’amore?
Molto. Ci sono mille forme di amore. Dall’amor proprio all’amore per l’altro, passando per il rispetto. L’amore come cura e attenzione rispetto agli impegni o al lavoro. Insomma, se ci pensa anche lei, siamo circondati di amore. Dobbiamo solo fermarci e riconoscerlo.

Come è nato in lei, invece, l’amore per i luoghi del teatro?
Diciamo che “non potevo fare altrimenti”. Sono figlia di impresari lirici e respiro teatro dai primi mesi di vita. Crescendo ho provato ad allontanarmene, nella fase tipica della ribellione adolescenziale, ma inesorabilmente ci sono ricascata. Ho imparato ad amare il teatro da diversi punti di vista, studiando come attrice, facendo dei laboratori di clownerie, lavorando con i bambini e aiutando l’impresa familiare.

Quali sono stati gli insegnamenti più preziosi ricevuti da suo padre impresario?
L’etica professionale, la correttezza. Credo sia molto importante essere coerenti con la propria persona, anche a costo di non stare simpatica a tutti, e di rispettare il lavoro.

Quanto risulta importante l’esperienza di attrice nel teatro di parola nella sua attività registica e come si ottiene la gestualità migliore da artisti necessariamente concentrati sulle peripezie del loro canto?
Tantissimo. Aver recitato, studiato molto e avere uno spiccato spirito di osservazione, mi aiuta a capire cosa poter chiedere a quel determinato artista. La richiesta non sempre viene accettata. O, almeno, non subito e non tanto per una sfiducia nei miei riguardi, quanto piuttosto per la poca conoscenza che alcuni artisti hanno delle proprie capacità attoriali legate al corpo. Bastano piccole attenzioni, un gesto più studiato, un’estetica maggiormente ricercata per comunicare anche con il corpo quello che il canto dice. Effettivamente i muscoli impegnati nel canto sono molti, ma basta saper dosare gli altri.

Quale repertorio teatrale sente a lei più affine e quale titolo le piacerebbe rileggere nel prossimo futuro?
Sono sicura che ogni titolo mi regalerebbe la possibilità di innamorarmene. Ad oggi posso dirle quello che non sento affine, forse per mancanza di studio. Ed è il teatro musicale del Settecento. Ma sono pur sempre pronta a cambiare idea.

Fra tradizione e innovazione, in campo registico, cosa sceglie?
La coerenza.

Ritiene importante una formazione anche musicale per i registi della lirica?
A me aiuta molto saper leggere la musica, in ogni battuta o in ogni pausa c’è sempre qualcosa da scoprire. Sono anche convinta che chi è dotato di una certa sensibilità non abbia sempre la necessità di saper leggere le note, ascoltare è un gran pregio.

Lei ha spesso lavorato con e per i giovani. Come si fa ad attirare le nuove generazioni verso il virtuale della scena dal vivo anziché quello da remoto su pc e smartphone?
Creando offerta, di diverso tipo. Ossia, utilizzando il virtuale con un linguaggio di avvicinamento. Pannelli touch con cui interagire, video giochi operistici e anche spiegando loro la quantità di “mestieri” che ci sono all’interno di una produzione. Rendere social l’opera (alcuni rabbrividiranno) ci permette di normalizzarla. Per avvicinare i giovani, insomma, bisogna andarli a prendere.

Ogni mestiere ha le sue regole. Quali sono quelle per una buona regia?
Non ritengo ci siano delle regole assolute e sempre valide. Nel lavoro “sul campo”, di sicuro disciplina, saper comunicare ed essere gentili è un grande base da cui partire. Nell’ideazione del progetto, ovviamente affidarsi alla fonte letteraria e alla musica. Ascoltare con gli occhi e guardare con le orecchie.

Per concludere, attraverso il “suo” Roméo et Juliette sente di poter comunicare al pubblico un messaggio? Se sì, qual è?
Il messaggio della storia è ben chiaro ed è di William Shakespeare. Più che un messaggio, si tratta di un consiglio: fermiamoci a respirare e a godere delle piccole cose. La semplicità è molto più carica di valore di quello che crediamo. E questo lo dico anche a me.

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