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Un antidivo con Verdi nel cuore – Intervista al baritono Amartuvshin Enkhbat

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Da subito, agli inizi del percorso che l’ha portato a divenire in pochi anni uno dei baritoni più importanti dei nostri tempi, si è compreso che Amartuvshin Enkhbat ha una voce fuori dal comune. Dopo gli studi svolti in patria (si laurea all’Università Statale delle Arti e della Cultura della Mongolia), viene notato in alcuni importanti concorsi internazionali: 1° premio al prestigioso Concorso Operalia nel 2012, ma prima ancora 1° premio all’International Opera Competition Baikal nel 2011, 2° premio e premio del pubblico all’International Tchaikovsky Competition di San Pietroburgo nel 2011, 2° premio al Tenor Viñas Competition e Joan Sutherland Audience Prize nel 2015 al BBC Cardiff Competition.
Da qui al successo il passo è stato breve. Mentre al Teatro alla Scala lo si è appena applaudito come Alfio in Cavalleria rusticana e Tonio nei Pagliacci e il Covent Garden di Londra è in procinto di ospitarlo come Gérard in Andrea Chénier, l’ormai affermatissimo baritono mongolo ha ricevuto il Premio Ettore Bastianini 2024 consegnatogli alla Società Letteraria di Verona dalla Associazione Internazionale Culturale Musicale Ettore Bastianini.
Lo abbiamo incontrato per meglio conoscere un percorso artistico di studi e affermazioni che ne fanno una delle voci di maggior spicco nel repertorio verdiano, ma anche nell’ambito dell’opera verista per la ricchezza dello strumento vocale, dotato insieme di ampiezza nella cavata sonora brunita e di morbidezza d’emissione calda, dalle screziature vellutate: una voce d’altri tempi, per molti versi un unicum nel panorama internazionale.

Innanzitutto cosa ha significato per lei ricevere un premio intitolato a un baritono come Ettore Bastianini e cosa la colpisce dalla sua voce ascoltata oggi in dischi?
Ricevere il premio “Ettore Bastianini”, per me che sono un giovane baritono, è ovviamente un onore enorme che non si può descrivere a parole. È anche una grande responsabilità, oltre a rappresentare senza dubbio un trampolino di lancio per il mio percorso artistico. Bastianini è stato un baritono leggendario, non solo per l’Italia ma per il mondo intero. Ascolto regolarmente le sue registrazioni mentre mi preparo per le mie esibizioni. A mio modesto parere, nei suoi brevi anni di carriera, ha lasciato un’eredità inestimabile per le giovani generazioni. Studio da vicino la tecnica e il modo che ha di interpretare un ruolo; cerco sempre di soffermarmi sul fraseggio e sulla chiarezza della sua dizione provando a seguirne le orme. Era certamente un grande e sono più che entusiasta e orgoglioso di aver ricevuto questo prestigioso premio.

Ci sono altri baritoni del passato e del presente che l’anno aiutata nei primi anni di studio a formarsi una idea stilistica oltre che vocale delle opere che avrebbe poi affrontato sulle scene?
Oltre a Ettore Bastianini, fin dai primi anni di formazione ho ascoltato molti altri baritoni della tradizione italiana, come Leo Nucci, Piero Cappuccilli, Renato Bruson, Giuseppe Taddei, tanto per citarne alcuni. Credo che il pubblico di appassionati, quando viene a teatro, desideri ascoltare non solo belle voci, ma anche vedere interpretazioni uniche, capaci attraverso la dizione e l’espressività di far risaltare scelte artistiche e musicali complessive che mettano in luce le specifiche caratteristiche di un cantante. Per questo credo che conoscere la grande tradizione dei baritoni del passato sia importante; studiando le loro registrazioni si impara molto e si migliora. Ad esempio, quando mi sono avvicinato per la prima volta a Rigoletto, ho ascoltato Piero Cappuccilli e Leo Nucci, due interpretazioni fra di loro molto diverse, eppure fonte di ispirazione molto preziosa.

Ci vuole descrivere quando ha scoperto di avere una voce e quando ha deciso che avrebbe fatto il cantante?
Fin da piccolo cantavo per ore e ore, canzoni per bambini della tradizione mongola oppure popolari, qualsiasi motivo che mi fosse familiare. Cantare era quasi una seconda natura per me. Poi arrivò il momento di diplomarsi, quindi l’ora di scegliere una specializzazione da studiare all’università. Ho scelto di diventare un cantante lirico e sono entrato all’Università Statale di Arte e Cultura della Mongolia. Avevo diciotto anni quando ho iniziato questo percorso e mi sono subito innamorato dell’opera e di tutto ciò che la riguardava immergendomi completamente in questa professione. Nessuno mi ha fermato o si è opposto alla mia scelta, a partire dai miei genitori che mi hanno assecondato nel seguire il mio istinto e a fare ciò che mi rendeva felice: cantare! Ed eccomi qui, oggi, a fare esattamente questo e mai una volta nella mia vita mi sono pentito della decisione che ho preso.

Dopo essersi affermato in grandi concorsi, quali sono stati i maestri che in Europa l’hanno aiutata a conoscere il repertorio e da quali direttori d’orchestra ha ricevuto maggiori spunti di approfondimento?
Dopo aver partecipato a concorsi prestigiosi sono rimasto nel mio Paese e ho continuato a lavorare al Teatro dell’Opera e del Balletto della Mongolia. Poi ho deciso di ampliare i miei orizzonti iniziando a cercare opportunità per esibirmi in altri Paesi. Durante questo periodo, il mio caro amico Stefano Salvatori, pianista e direttore d’orchestra di Milano, mi ha presentato Alessandro Ariosi per il quale mi sono esibito e che subito mi ha offerto di lavorare con la sua agenzia. Dal 2016, ho avuto la fortuna di collaborare con straordinari direttori d’orchestra in tutto il mondo e, tra di loro, vorrei ringraziare soprattutto il maestro Daniel Oren che, con la sua grande esperienza e musicalità, mi ha permesso di fare passi di gigante. Anche adesso che mi appresto a cantare Gérard in Andrea Chénier alla Royal Opera House di Londra con il maestro Antonio Pappano sono rimasto semplicemente incantato dalla sua maestria, dalla generosità verso coloro che lo circondano e dal lavoro analitico che realizza con i cantanti.

Lei non conosce bene la lingua italiana, eppure ha una dizione pressoché perfetta, limpida e chiara. Come è possibile tutto questo?
Sicuramente non parlo fluentemente l’italiano, eppure penso di essere uno di quei fortunati che se la cava bene in diverse lingue in termini di pronuncia e dizione. Le persone si complimentano per la chiarezza della mia dizione italiana. Direi che i mongoli, in generale, hanno alcuni vantaggi quando si tratta di pronunciare le lingue straniere, non abbiamo problemi a pronunciare tutte le vocali e le consonanti. Queste sono caratteristiche speciali della nostra lingua. Oltre a questo, penso che ascoltare grandi cantanti abbia sicuramente avuto i suoi benefici, perché per padroneggiare una lingua non è solo necessaria una grande facilità di pronuncia, ma è essenziale avere un buon orecchio.

Come ha maturato la sua tecnica e chi, ancora oggi, la guida nelle scelte del repertorio?
Credo che la mia insegnante di canto, un mezzosoprano mongolo, Eruu Tserenpil, abbia gettato le basi per il successo. È lei che mi ha insegnato con cura la mia tecnica, con la quale ho studiato per cinque anni. Da allora lavoro principalmente per conto mio. Credo che un artista per ogni secondo, minuto e ora di ogni giorno debba lavorare con se stesso per crescere e migliorarsi. Penso molto, ascolto molto, sperimento molto. Ciò che veramente cerco, alla fine, è dare il meglio di me stesso, ma con un preciso obiettivo. Come ho detto prima, il pubblico viene all’opera per ascoltare un “bel canto”, quindi penso davvero intensamente a come ottenere quella bellezza per trasmetterla agli altri. Anche per quanto riguarda la scelta del repertorio, di solito mi oriento da solo. Devo prima amare la musica per poterla eseguire bene. Anche mia moglie, che è soprano, mi aiuta molto; ascolta le mie esibizioni, le mie prove e mi dà feedback che per me sono sempre utili.

Come definirebbe la sua voce in base al repertorio fin qui affrontato?
A giudicare dal repertorio che ho affrontato fino a oggi (principalmente opere di Verdi, anche se ho incluso titoli come Tosca, Cavalleria rusticana, Pagliacci ecc.), direi che ho la fortuna di avere una voce ricca di timbro e ampia, che può perseverare nel repertorio pesante del baritono drammatico. Per questo non posso che ringraziare i miei genitori e l’universo per avermi donato una voce potente e solida, tale da permettermi di cantare opere di grande impegno vocale senza risentirne.

Ormai la sua carriera l’ha portata a solcare i più grandi palcoscenici del mondo. Spesso la ascoltiamo in Italia, dove è apprezzato alla Scala come all’Arena di Verona, ma ha riscosso anche clamorose affermazioni nei teatri di tradizione della provincia italiana, dove c’è un pubblico ancora legato a un modo di apprezzare le voci più diretto e appassionato. Che differenza vede nell’approccio all’opera da parte del pubblico italiano rispetto a quello degli altri teatri del mondo dove si è trovato a cantare?
Ho solcato i palcoscenici più prestigiosi d’Italia. Il vostro pubblico è molto preparato e conosce il proprio repertorio molto bene, quindi bisogna essere eccezionali su tutti i fronti per conquistarlo e possederne il cuore. Sono fortunato per aver da subito avuto la fortuna di ricevere amore e ammirazione dal pubblico italiano, ma poiché ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro, è anche molto stressante esibirsi davanti a spettatori così competenti. Non c’è spazio per gli errori, tutto deve essere eseguito alla perfezione. Tuttavia, diciamo che se si canta un’aria che loro amano tanto e la si affronta bene, nel modo in cui dovrebbe essere cantata trasmettendo emozioni, il pubblico italiano ti inonda di applausi e, soprattutto, di una riconoscenza che non ha pari.

Entriamo nell’ambito delle scelte del repertorio. Lei è apprezzato soprattutto, anche se non solo, come interprete verdiano. Secondo lei il cosiddetto cantante verdiano deve avere delle caratteristiche ben precise per essere definito come tale?
La musica di Verdi si adatta molto bene alla mia voce e la trovo molto comoda per me. Per cantarla credo si debba possedere un timbro ricco, colori caldi, capacità di sostenere lunghe frasi legate. La grandezza di Verdi consiste anche nella capacità di plasmare la voce di baritono su una parabola produttiva ampia, fondendo il retaggio della tradizione belcantistica con una nuova energia, un fuoco, un vigore che è suo tipico, ma non per questo impedendo alla corda baritonale di accostare tutto questo all’emissione a fior di labbro che serve per farlo cantare d’amore. Penso a certi momenti di Don Carlo da Ernani, come “Da quel dì che t’ho veduta” e “Vieni meco, sol di rose”, che si affiancano ad altri dove il personaggio esprime la maestà oltraggiata in “Lo vedremo, veglio audace”, o sublimata in “Oh, de’ verd’anni miei”. Questa stessa eleganza è richiesta in un’aria come “Il balen del suo sorriso” dal Trovatore, dove va prestata attenzione ai segni d’espressione e al cantar piano, oltre che al legato. Il canto verdiano è dunque difficile proprio perché deve sapere ben coniugare l’eleganza con l’energia.

Quali sono le parti verdiane che le hanno donato maggiori soddisfazioni?
Un’opera verdiana che occupa un posto speciale nel mio repertorio e nel mio cuore è ovviamente Rigoletto. La parte del protagonista è molto impegnativa, probabilmente fra le più difficili. Richiede molto canto, ma anche grandi possibilità espressive, quasi inesauribili; insomma, il ruolo di Rigoletto esige dalla voce ogni modo possibile di cantare e interpretare in funzione del personaggio e delle sue esigenze espressive. Ho una predilezione anche per Il trovatore, La traviata e, soprattutto, per Ernani, senza dimenticare Luisa Miller e Simon Boccanegra, opera quest’ultima che ho cantato una sola volta e desidero riprendere.

Su questa linea stilistica e vocale, rimanendo in ambito verdiano, non ha ancora pensato di affrontare la parte del Marchese di Posa in Don Carlo?
Certo. Ho progetti per debuttarla nella stagione 2026 o 2027, ma ancora non posso essere preciso su dove la canterò.

Ci sono parti, verdiane e non, che non ha ancora interpretato ma che desidererebbe entrassero a far parte del suo repertorio per allargarlo negli anni futuri anche in ambiti fino a oggi poco percorsi?
Sicuramente desidero proseguire il mio cammino verdiano, con opere come Otello, Attila e I due Foscari.

È innegabile che una carriera ormai lanciatissima come la sua la veda spesso andare incontro a ritmi di lavoro stressanti. Come è riuscito e riesce ad amministrarsi senza che la voce ne risenta?
Ovviamente, a causa della carriera molto impegnativa, delle prestazioni e degli orari stressanti, mi stanco. Quindi approfitto del mio tempo libero e cerco di rilassare la voce e la mente il più possibile, evitando di esercitarmi troppo e di pensare a ciò che verrà dopo. Mi piace giocare ai videogiochi per stendere i nervi.

Come si pone dinanzi al cosiddetto “teatro di regia” e a spettacoli spesso poco rispondenti quando addirittura irrispettosi della drammaturgia delle opere?
Non vorrei essere frainteso nel dire che preferisco non sposare in tal senso alcuna corrente. Certo, posso dire che in un teatro come il Regio di Parma, che è la casa di Verdi, il pubblico ha standard di preparazione e conoscenza molto elevati in questo repertorio: il che rende molto difficile che le produzioni moderne e contemporanee lo soddisfino. Come artista non posso che sentirmi a mio agio sia con l’approccio registico tradizionale che con quello moderno. Non potrebbe essere diversamente, perché credo che compito del mestiere di ogni cantante sia quello di essere un po’ camaleontici, ossia avere la capacità di rinnovarsi, di plasmare la propria arte mettendosi al servizio del nuovo.

Si considera già un artista completamente occidentalizzato o talvolta sente il richiamo della sua terra d’origine?
Mi considero un artista occidentale, ma ciò non significa che ho perso la mia identità di mongolo.

Chi è Amartuvshin Enkhbat quando è fuori delle scene?
Lontano dal palco mi sento un individuo molto semplice. Nella vita di tutti i giorni probabilmente non mi si noterebbe neanche perché amo la mia privacy e condurre una esistenza normale con la mia famiglia. Mi piace uscire con gli amici, giocare ai videogiochi con loro e amo anche guardare la tradizionale corsa di cavalli mongola. Sono quello che si è soliti definire un antidivo.

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