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Spazio nel repertorio, ma resto fedele alla mia voce – Intervista a Marina Rebeka

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Che fosse brava e bella lo sapevamo, ma non che fosse anche così simpatica. Marina Rebeka, in questi ultimi anni, è fra i soprani più presenti sul palcoscenico del Teatro alla Scala e lo sarà ancora in futuro: attesissima è la sua Mathilde dal rossiniano Guillaume Tell, programmato dal 20 marzo al 10 aprile. Ancora impegnata in questi giorni nelle recite scaligere della Médée di Cherubini, con la direzione di Michele Gamba e la regia di Damiano Michieletto, l’abbiamo incontrata per chiederle un bilancio di questa nuova esperienza milanese.

Quali sensazioni le ha lasciato interpretare il ruolo di Medea alla Scala?
Interpretare Medea in francese e in versione integrale è una sfida notevole. Richiede molto impegno e resistenza fisica. Fortunatamente il pubblico sembra averlo capito: la sua calorosa accoglienza mi ha molto gratificata. Avevo già interpretato questo ruolo a Berlino, ma con i parlati originali e con una orchestra di strumenti d’epoca. Questo aveva richiesto un colore vocale particolare, anche perché passare dagli incisi recitati alla voce impostata per il canto non era per nulla facile. Alla Scala, rispetto a Berlino, abbiamo dato più importanza al lato “materno” di Medea, al suo rapporto con i figli. Questo mi è piacito molto. Anche se, purtroppo, alcuni effetti scenici, come fuoco, fumo, polveri (poi modificati) mi hanno dato alcuni problemi durante le prove, causandomi una fastidiosa bronchite.

Esperienza comunque gratificante…
Sì, anche se cantare il secondo e il terzo atto senza pausa (pare per motivi sindacali, onde non sforare l’orario di fine spettacolo) è terribilmente faticoso in questo ruolo.

Fra i suoi compositori d’elezione, Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi, con quale si trova vocalmente più a suo agio?
Non saprei dire. Per ogni stile, ogni compositore, io accetto la sfida, sia a livello interpretativo, sia a livello tecnico. Se mi fossi fossilizzata in alcuni ruoli canterei sempre Traviata o Donna Anna del Don Giovanni, poiché erano le parti che mi offrivano sempre. Io amo cantare di tutto. Anche Britten se me lo propongono, o La Vestale, I due Foscari, Roméo et Juliette… Certo mi piace molto Norma, la canto spesso, e in quella parte mi sento come un pesce nell’acqua. Ma non può essere il mio unico ruolo. Medea, ad esempio, mi ha insegnato la resistenza, la capacità di reggere per molte ore un ruolo così impegnativo. È una esperienza che mi ha arricchito, d’ora in poi saprò come affrontare ruoli così faticosi. Non posso dunque dire che mi riconosco in uno stile in particolare. Cerco di cantare tutto ciò che la mia vocalità mi consente. Certamente Tosca, che mi è stata spesso proposta, per ora non ho intenzione di interpretarla. Il belcanto drammatico e la musica francese, invece, li accetto sempre volentieri. Esclarmonde e Manon di Massenet mi piacerebbe molto cantarle.

Questa versatilità però, a volte, non può mettere a rischio la voce?
No. Finché non accetterò Tosca o Don Carlo non credo di correre alcun rischio. Bisogna rimanere fedeli alla propria voce. Se appesantissi la voce per cantare Medea e poi, dopo poco tempo, la alleggerissi per fare L’elisir d’amore certamente correrei qualche rischio. Io cerco di affrontare ogni ruolo con la mia vocalità. Ogni sette anni la voce cambia, come cambia il corpo. Nel caso di una donna cambia l’assetto ormonale. Cambiando gli ormoni si fortificano il centro e i gravi, mentre gli estremi acuti si accorciano: è una cosa fisica. È importante capire in anticipo cosa potrò fare fra qui e quattro, cinque anni. Uscendo, forse, dal percorso che sto facendo ora. Tra cinque anni forse potrei cantare Madama Butterfly e magari rinunciare a Semiramide o alla Donna del lago.

Come definirebbe la sua voce: soprano lirico di agilità?
Non riesco a trovare una definizione precisa. Mi chiamano “soprano assoluto” perché affronto molti ruoli. Sicuramente è una voce con agilità. Una voce lirica con agilità. Poi non so come si evolverà…Vedremo se il mio percorso verso Il trovatore si realizzerà. Verso il “lirico spinto” insomma.

Non voglio chiederle con quale tenore di oggi si trova meglio in sintonia, ma fra i grandi tenori del passato con quale le sarebbe piaciuto cantare?
Sicuramente Luciano Pavarotti. La sua voce era così lineare, omogenea, con una dizione chiarissima. Se poi parliamo di “colore vocale” Franco Corelli era incredibile! Anche Del Monaco aveva un bellissimo colore. Ma oggi il suo modo di cantare forse solleverebbe qualche perplessità. All’epoca si eccedeva in “portamenti” stilisticamente discutibili. Aureliano Pertile, Jussi Björling, Alfredo Kraus, erano tutte voci incredibili e diversissime fra loro, stilisticamente e tecnicamente. Mi piacerebbe anche molto sentire come “suonavano” in teatro quelle della Callas e della Tebaldi. Le registrazioni non potranno mai rendere l’effettiva sensazione fisica di quelle magnifiche voci.

Foto di copertina: Tatjana Vlasova

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