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“Il mio primo Puccini” – Celso Albelo debutta nella Bohème alla Fenice di Venezia

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Non chiamatelo tenore latino. Celso Albelo, belcantista di vaglia, debutta ne La Bohème di Giacomo Puccini in scena al Teatro La Fenice di Venezia dal 2 febbraio prossimo e in questa intervista si racconta, dagli esordi con i cori universitari in Spagna al “nuovo” repertorio che ne caratterizza la carriera.

Celso Albelo e Giacomo Puccini: comincia un nuovo capitolo della sua carriera?
Più che un nuovo capitolo, è la continuazione dello stesso capitolo. Ho sempre trovato la musica di Puccini meravigliosa, teatrale e piena di colori, e dopo 25 anni sui palcoscenici di tutto il mondo, l’esperienza, l’evoluzione vocale e la vita stessa mi hanno portato a Puccini. Tutto qui, non sento di lasciare nulla per iniziare qualcosa di nuovo. Continuiamo ad avanzare, lentamente, a “passo di cammello”.

Quale sarà la sua lettura di Rodolfo nella Bohème? Come sta procedendo il lavoro alla Fenice? 
Le prove alla Fenice stanno procedendo molto bene e senza intoppi. La Fenice è un teatro dove ho vissuto alcune delle più belle serate della mia carriera con titoli come L’elisir d’amore, che ho cantato in diverse occasioni, e Rigoletto: è fantastico tornare ora, davanti al pubblico della Fenice, e lavorare di nuovo con una squadra di grandi professionisti. Mi sento particolarmente a mio agio con la messa in scena di Francesco Micheli, che mette in luce i sentimenti e le emozioni dei personaggi; si rappresenta quella vita bohémienne della Parigi del 1830, libera, vagabonda e disordinata. Ne è un esempio il personaggio di Rodolfo, che rappresento, come lui stesso si definisce, come un poeta sognatore, povero ma pieno di sogni e di voglia di vivere. Posso aggiungere altro? La storia d’amore tra Rodolfo e Mimì è piena di alti e bassi, soprattutto a causa della malattia della ragazza; la tubercolosi era la malattia dell’epoca romantica e, nonostante la prima della Bohème sia stata nel 1896 e già 14 o 15 anni prima fosse stato scoperto il batterio della tubercolosi, non si è riusciti a sfatare il mito romantico che ha circondato per tanto tempo questa orribile malattia. Ecco perché sia Mimì che Rodolfo sono ancora delle vere e proprie icone del Romanticismo.

Restando in tema di “romanticismo in musica”, lei ha già debuttato come Des Grieux nella Manon di Massenet all’Opera di Oviedo: ci racconti questo incontro.
È stata un’esperienza meravigliosa, non solo per il fatto che ho potuto cantare sul palcoscenico accanto a cari amici e colleghi come Sabina Puértolas e davanti a un pubblico meraviglioso, ma anche perché la musica di Massenet e la psicologia del personaggio sono state una sorpresa e credo che il risultato abbia superato le aspettative. Des Grieux è un uomo appassionato e sincero che ama Manon al di sopra di ogni cosa, al di là dell’inspiegabile; all’inizio la giudica ma poi la accetta così com’è; tutti questi ingredienti fanno di Des Grieux un personaggio fantastico che si può apprezzare solo quando lo si vive sulla propria pelle.

Negli ultimi tempi ha quindi virato decisamente verso un repertorio più lirico, cantando anche due ruoli verdiani: Macduff in Macbeth e, soprattutto, Manrico nel Trovatore. Perché questa scelta? Come si trova nei panni del “tenore verdiano”?
È semplicemente il risultato della naturale evoluzione della mia voce, che ora mi dà l’opportunità di affrontare un repertorio più lirico e con un’orchestra molto più grande. Nel corso degli anni ho imparato a capire i segnali che la mia voce e il mio corpo mi trasmettono e mi è piaciuto molto nelle ultime stagioni provare queste nuove sensazioni con i titoli verdiani che ho aggiunto al mio repertorio; tutto questo senza tradire me stesso. Come ho detto prima, sono ancora sulla stessa strada di prima, ma ora sto aggiungendo gradualmente nuovi personaggi che sto scoprendo e nei quali mi sento a mio agio. Ma la voce è la stessa, mi lascio solo trasportare da ciò che mi offre la meravigliosa musica di Verdi o, ora, quella di Puccini.

A proposito di Manrico: molti studiosi sottolineano la continuità stilistica tra i protagonisti delle opere belcantistiche, che lei ha sempre frequentato, e la figura del trovatore. Immagino che sia d’accordo, nel qual caso, perché? Come guarda lei a questa figura che una certa tradizione vede invece come “tenore muscolare”?
Sì, Il trovatore rappresenta un retaggio della tradizione belcantistica, e questo si riflette non solo nel personaggio di Manrico, ma anche in Leonora, che richiede la voce di un soprano lirico di coloratura, o nel mezzosoprano che deve poter alleggerire la voce in alcuni momenti, e infine nella parte del baritono, adatto a chi si approccia al repertorio verdiano. Il tenore deve avere forza per poter salire improvvisamente fino agli acuti, pur mantenendo una linea di canto che è la diretta erede dell’eleganza del fraseggio della musica di Donizetti e Bellini.

Lei appartiene al novero delle cosiddette “voci latine”: quanto si riconosce in questa definizione? Esiste una specificità latina nel canto lirico?
È una questione che non mi pongo, non ci penso molto. Se effettivamente c’è una qualche differenza tra le voci latine e altri tipi di voci di altri Paesi è una questione che riguarda gli esperti, anche se indubbiamente esistono diverse scuole di canto. In Spagna e in tutto il Mediterraneo le voci hanno qualità comuni, così come quelle dei cantanti slavi, probabilmente per una questione di cultura. In ogni caso, gli interpreti possono essere più in sintonia con un certo repertorio, come è logico che sia, ma alla fine l’anima artistica di un buon cantante si distingue indipendentemente dal fatto che provenga dalla Spagna, dall’Italia, dalla Francia, dalla Svezia o dalla Finlandia. Quello che a me piace è giocare con le emozioni; non so se questa possa essere classificata come una caratteristica di un interprete latino.

Ci racconti la sua formazione musicale: come ha incontrato la musica e come è entrato nel mondo dell’opera?
Ho scoperto la mia voce suonando la chitarra; nella mia terra, le Isole Canarie, c’è un folklore strettamente legato alla cultura di strada, che spesso ti fa incontrare il mondo della musica e del canto; tutto questo mi ha portato a entrare nel “tuna” universitario, un coro studentesco che esiste in Spagna nelle facoltà e che gira per i bar cantando e chiedendo collaborazioni… Lì ho iniziato a crescere musicalmente. Mi piaceva molto e così ho iniziato a studiare canto più seriamente – parallelamente ai miei studi di Storia dell’Arte – formandomi al Conservatorio di Tenerife e poi alla Escuela Superior de Canto Reina Sofía di Madrid. Poi la mia carriera ha cominciato a crescere ed eccomi qui… Non c’è molto altro.

Alla luce di questa nuova direzione impressa alla sua carriera, quali altri titoli desidera aggiungere in un prossimo futuro al suo repertorio?
Tra non molto canterò come Pinkerton, da un’altra grande opera pucciniana, Madama Butterfly, e sto preparando opere come Un ballo in maschera di Verdi e Les contes d’Hoffmann di Offenbach. Penso che il mio percorso si orienterà verso ruoli lirici puri sia nel repertorio francese che in quello italiano.

Pensa di abbandonare il repertorio belcantistico che tante soddisfazioni le ha dato?
Assolutamente no. La musica di Puccini, insieme ad alcuni ruoli verdiani, è solo un altro piccolo passo, ma senza lasciare da parte il Belcanto perché è l’essenza di tutto, e continuerò a interpretare alcune di quelle opere che mi permettono di mantenere la mia voce sana e flessibile per affrontare il repertorio più lirico da un’altra prospettiva. In ogni caso, sono in un momento sereno della mia vita, sia professionale che personale, quindi tutto farà il suo corso, senza forzare nulla.

Quali sono i suoi prossimi impegni?
A febbraio debutterò al Festival di Lubiana con la mia prima Messe de Requiem di Saint-Saëns; a marzo debutterò appunto come Pinkerton al Theatro Municipal de São Paulo e a maggio tornerò a interpretare Rodolfo, questa volta in Spagna, nella stagione dell’Opera di Abao Bilbao.

Foto di copertina: Leila Leam

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