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Milano, incontro con Riccardo Muti in attesa della Norma alla Fondazione Prada

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Alla fine, dopo aver superato mille controlli e rilasciato mille credenziali, lo troviamo su una poltrona intento ad accarezzare un cagnolino bianco. È rilassato e rasserenato; ma anche amareggiato. Al suo fianco Chiara, la figlia bellissima che da qualche tempo è una regista d’opera assai acclamata. Ancora non s’è spento il clamore suscitato dal Don Giovanni del Massimo di Palermo diretto dal padre e firmato dalla figlia.

Nel camerino in fondo a uno degli interminabili corridoi della Fondazione Prada di Milano, Riccardo Muti continua il discorso iniziato davanti al pubblico che occupa tutto lo spazio del bel teatro realizzato per volere della Fondazione dove si svolge l’ultimo atto dell’Accademia milanese: dieci giorni per imparare vasti stralci della Norma belliniana mai affrontata prima dai cantanti e dai direttori impegnati nelle lezioni. Oggi tocca alla prova dei direttori e dei riconoscimenti ai migliori del corso.

“Tutti assai bravi, anche se forse questo studiare, cercare la perfezione e insegnare non approderà a molto – commenta amaro il maestro – ma io ci credo e non potrei farne a meno. I teatri chiudono, le orchestre vengono ridotte di numero, molti diplomati dei nostri conservatori li ritroviamo nelle fila di importanti orchestre straniere, o addirittura intenti ad altri lavori. Sappiamo delle follie del mondo, ma anche del disinteresse di casa nostra per la cultura in generale e l’opera in particolare. Se Bellini ha trovato la pace nella sua Catania, la tomba di uno come Cherubini è ancora a Parigi, al cimitero di Père-Lachaise, e non sono riuscito a farlo tornare nella sua Firenze”.

“Ho scelto un titolo carismatico – continua Muti – complesso e tutto sommato fuori dal mio repertorio consueto, per porre l’attenzione sul mondo del belcantismo italiano del quale un lavoro come Norma rappresenta in modo assoluto l’emblema. Io, che pure ho diretto e concertato le orchestre più paludate del mondo, ho sentito la necessità di formarmene una mia, la Cherubini. Ma anche di accostarvi questi corsi accademici attivi soprattutto a Ravenna, ma anche a Tokyo e prossimamente in Cina, per dare ai giovani tutto quello che ho ricevuto, dall’insegnamento di Vincenzo Vitale al San Pietro a Majella di Napoli, o di Bruno Bettinelli e Antonino Votto al Conservatorio Verdi di Milano. Con tutto quello che ne è conseguito: il primo posto al Cantelli, la telefonata dì Karajan che mi invita a Salisburgo, la carica di direttore del Maggio Musicale a 27 anni. Desidero che la mia esperienza non vada persa, che i ragazzi chiamati dalla musica possano dirle di sì. Norma è una scelta che sfata il mito dell’opera come arte inferiore. Norma è il belcanto italiano, un lavoro sottile, poggiato su un’orchestrazione leggera e difficilissima da affrontare. I selezionati dell’Accademia di quest’anno (tra due anni altra Accademia con Don Giovanni) non l’avevano mai cantata e nei dieci giorni prefissati hanno fatto miracoli”.

Infatti, siamo senza parole. Sul podio si susseguono quattro direttori, composti e decisi, una è una ragazza polacca, come Chopin che, osserva Muti, somiglia tanto a Bellini. L’orchestra dei ragazzi è spalleggiata dall’ottimo Coro di Piacenza. La sfida coinvolge un basso, due tenori, un mezzosoprano e un superbo soprano che affrontano vaste sezioni dell’opera. Non tutto è perfetto, ma aplomb, fraseggio, timbri e colori non possono che essere figli della poetica di Muti. Un direttore che del resto ha individuano e formato artisti famosi, a iniziare da Ildar Abdrazakov, il Boris della passata inaugurazione scaligera attualmente a Montecarlo come Filippo II in Don Carlo. Mercoledì 29 novembre, sul podio, ci sarà lo stesso Muti per questa Norma completa ma in forma di concerto.

Photo: Niccolò Quaresima

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