Luciano Ganci: “Dalla Cappella Sistina alla lirica. Ora il mio ‘Papa’ è il pubblico”

La voce regina dell’opera lirica? Quella del tenore. Ne è convinto – ironicamente, ma non troppo – Luciano Ganci, tenore romano di bella carriera, che si appresta a interpretare il ruolo di Loris in Fedora di Umberto Giordano, in scena al Teatro Municipale di Piacenza il 6 e 8 ottobre e poi al Comunale di Modena il 13 e 15 ottobre, per la regia di Pier Luigi Pizzi e con la direzione di Aldo Sisillo. Dagli esordi tra i pueri cantores della Cappella Sistina a Roma ai più importanti palcoscenici del mondo, Ganci si racconta, confessando di amare, su tutti, il ruolo di Mario Cavaradossi in Tosca (opera romana come lui).

Torna a cantare la parte di Loris in Fedora dopo averla debuttata nel 2021 ad Amsterdam. Come affronta questo ruolo? Quali sono le sue caratteristiche vocali e sceniche?
Quella di Amsterdam fu una sostituzione miracolosa, infatti il tutto si realizzò in pochissimi giorni e fu possibile farla perché in forma di concerto. Fu una esecuzione davvero emozionante diretta dal bravissimo Giampaolo Bisanti: eravamo alla fine dell’incubo del Covid e il pubblico tornava per le prime volte nuovamente nelle sale ad applaudire. Questo di Piacenza lo ritengo un debutto perché una cosa è cantare in forma di concerto e un’altra è interpretare scenicamente su un palcoscenico. Interpretare un’opera in scena vuol dire viverla appieno, cantarla con il corpo, far vivere un personaggio che trovo molto affascinante sebbene profondamente sfortunato e vittima del destino avverso. Come ogni ruolo che affronto, il primo aggettivo che mi viene in mente sul “come” lo affronto è entusiasmo. Ogni ruolo che accetto di interpretare mi entusiasma e in ognuno di essi cerco di mettere il più possibile qualcosa di me per renderlo diverso da altre interpretazioni, anche se tra me e Loris non ci sono molti punti di contatto se non altro perché la sua sfortuna è davvero eccessiva! Vocalmente è un ruolo che va preso con molta cautela perché la scrittura di Giordano porta a imbracciare le armi vocali e quindi bisogna saper gestire il proprio strumento a servizio sia del teatro che della musica, rispettando quella che è però la propria natura vocale, e ha una delle arie più celebri del repertorio tenorile, all’apparenza “due paginette” ma che fa tremare i polsi per la tessitura e le arcate che impone. Ha momenti di puro lirismo e altri in cui il verismo la fa da padrone.

Come procede la produzione? Quale sarà la lettura del suo personaggio condivisa con direttore e regista?
Torno a lavorare con grande piacere sia con Aldo Sisillo che con Pier Luigi Pizzi. Con quest’ultimo ho condiviso la bella produzione di Madama Butterfly andata in scena quest’anno al Festival Puccini di Torre del Lago, mentre con il Maestro Sisillo la bella produzione di Adriana Lecouvreur dello scorso anno, sempre in questo virtuoso circuito di teatri. La produzione procede benissimo, si lavora con grande armonia e tutti ci abbeveriamo alle fonti di saggezza e di esperienza sia del Maestro Sisillo che del Maestro Pizzi. La lettura del personaggio segue la direzione tracciata dalla trama, la quale è già completamente e esaustivamente delineata da Giordano nello spartito. A questa interpretazione aggiungo la mia personale sensibilità e il mio punto di vista sul personaggio di Loris. Il nostro impegno principale consiste nel “togliere”, ovvero nel lavorare per rendere ogni personaggio vivo e credibile in un contesto esecutivo e attoriale moderno, pur rispettando la tradizione e il passato.

Il primo interprete dell’opera, nel 1898, fu Enrico Caruso, che bissò anche “Amor ti vieta”. Non sente una responsabilità in più?
Quando incontro un giovane cantante spesso gli dico che in questo mestiere la concorrenza sta più nel passato che nel presente poiché, soprattutto noi tenori, interpretiamo pagine che hanno avuto la voce di grandissimi interpreti con i quali, volenti o nolenti, andiamo indegnamente a confrontarci. Però devo ammettere che, qualora sentissi una vera responsabilità, quella è nei confronti del pubblico che esce da casa per venire in teatro ad ascoltarci e a guardarci. Non posso neanche lontanamente pensare che queste pagine siano state cantate da artisti del calibro di Caruso e da tutti i più grandi tenori del passato. Se iniziassi a pensarci, probabilmente non potrei fare questo mestiere o qualsiasi altro mestiere al mondo, dato che ci sarà sempre qualcuno che ha raggiunto un’eccellenza forse ineguagliabile. La responsabilità che mi assumo è quella di fare del mio meglio, lavorando con impegno e sacrificio oltre che senza risparmio.

Che cosa rappresenta per un tenore oggi la figura di Enrico Caruso? Ci sono interpreti ai quali ti ispiri nel tuo canto?
La figura di Enrico Caruso rappresenta per un tenore il punto di partenza, come il primo giorno della creazione del mondo, ed è uno dei pilastri di una categoria vocale che ironicamente definisco “la regina dell’opera lirica”. Tuttavia, oggi, anche grazie ai progressi tecnologici che all’epoca lasciavano poche tracce, il suo ruolo è più simbolico che pratico. Caruso rimane un mito e una parte importante della storia, ma non può essere preso come modello di riferimento, poiché cento anni rappresentano un arco temporale molto ampio, durante il quale il mondo e la società hanno subito notevoli cambiamenti, e noi siamo diversi. Personalmente, non sento di ispirarmi in modo specifico a qualcuno, ma ammetto di aver preso spunti da diversi artisti. Da uno ho preso un particolare accento, da un altro un approccio, per poi mescolarli e personalizzarli per creare una mia interpretazione personale. D’altronde, Loris Ipanov canta le stesse note sin dalla composizione di questa straordinaria opera. La differenza sta nel fatto che ogni interprete sceglie come enfatizzare una frase piuttosto che un’altra in base alla propria sensibilità, esperienza e personalità.

Il suo esordio nella musica è con il Coro della Cappella Sistina a Roma. Che ricordi ha di quell’esperienza e come essa ha influito sul suo futuro di musicista?
Quella di essere stato fanciullo cantore della Cappella Sistina più che esperienza la definisco un privilegio perché mi ha dato la possibilità di ricevere una formazione musicale “pratica” da grandi musicisti ai quali sarò per sempre grato. Oltre a questo, gli devo la concezione del fare arte come servizio, allora era a favore della sacra liturgia papale, adesso il mio “Papa” è il pubblico, che ritengo sacro. Ha influito molto l’impostazione musicale, quella vocale l’ho costruita molti anni dopo perché una cosa è cantare con la voce bianca, altra è con l’impostazione lirica. Mi fa sorridere il ricordo che ho del Maestro Bartolucci che chiamava noi contralti “tenorini” perché la tessitura dei contralti e dei tenori primi era spesso accavallata.

Lei è ingegnere e cantante: che collegamento c’è (se c’è) tra questi due mondi?
Sono entrambi uniti profondamente dalla matematica e dalla fisica. Ho fatto studi di ingegneria per ragioni di opportunità lavorative, non me la sentivo di rischiare una formazione che si fondasse su di un unico canale tematico e la cosa mi ha giovato perché ritrovandomi cantante, il salvagente resta l’ingegnere che mi tiene sempre con i piedi per terra. Dei miei studi ammetto di ricordare sempre meno, ma quel che resta è la mentalità razionale che mi salva dal tenore.

Parliamo del suo repertorio. Lei è partito da ruoli di tenore lirico per arrivare, in questi ultimi anni, a parti da lirico spinto, con il Verdi della maturità, Puccini e il Verismo. Ci racconti questa evoluzione.
Il mio percorso artistico è andato di pari passo con il percorso personale. L’inizio del mio cammino è stato molto difficoltoso perché sin da subito mi hanno proposto ruoli importanti e “pesanti”, ma mi sono dato delle scadenze e ho cercato il più possibile di attuare una gradualità di crescita tale che permettesse sia alla voce che al fisico di maturare, e con essi naturalmente la tecnica, la pratica e l’esperienza. Alcuni debutti sono stati degli azzardi, altri invece piuttosto naturali. Per crescere ed evolvere bisogna mettersi in crisi e in discussione, pur rispettando la propria natura e conoscere i propri limiti. Il mio maestro Otello Felici diceva di cercare di cantare sempre con il massimo della naturalezza, che non vuol dire cantare di natura e sulla natura, per dare al pubblico la sensazione che ogni cosa esca con il massimo della facilità, senza forzature, e questo puoi farlo quando conosci bene il tuo strumento e di conseguenza il suo utilizzo. Con naturalezza, ma raggiungere quella naturalezza è la vera fatica!

C’è un ruolo particolare nel quale si riconosce e perché?
Partiamo dal presupposto che mai vorrei riconoscermi in Loris Ipanov! Il ruolo nel quale mi riconosco totalmente è quello di Mario Cavaradossi. Per carattere, per freschezza, per valore e onore. Al momento nessun ruolo mi rispecchia maggiormente del Cavalier Cavaradossi, anche se io non sono bravo a dipingere.

C’è invece un ruolo che vorrebbe cantare e che non ha ancora affrontato?
Non ho sogni in merito, sembrerà strano ma questa è colpa probabilmente dell’ingegnere ed è dovuta al fatto che dormo pochissimo. Devo ammettere che sono molto fortunato perché tutti i ruoli tenorili più belli li ho interpretati e altri li ho già programmati come debutti per i prossimi anni quindi no, ogni cosa a suo tempo. Scherzando, ma nemmeno troppo, potrei rispondere che mi piacerebbe, prima della fine del mio percorso artistico, cantare il ruolo di Nemorino. Ma diciamolo a bassa voce, è una cosa che vorrei fare solo verso la fine della carriera, per gioco.

Quali sono i suoi prossimi impegni?
I prossimi impegni mi vedranno cimentarmi in diversi debutti e felici ritorni di ruoli accantonati da tempo. Dopo questa Fedora farò un piccolo tour verdiano con il debutto, finalmente, nel Simon Boccanegra a Tokyo, Requiem di Verdi ad Ankara e Un ballo in maschera al Filarmonico di Verona: torno a interpretare Riccardo dopo tanti anni e per la prima volta in Italia. Seguiranno altri tre debutti nella prima parte del prossimo anno (Manon Lescaut, I due Foscari e Don Carlo) grazie ai quali raggiungerò la quota di venti ruoli verdiani debuttati. Un periodo intenso ma, mi auguro, di grande soddisfazione.