Le mie sovrane: da Elisabetta I ad Adriana, regina dell’anima – Intervista a Elena Mosuc

Si sente l’umile ancella della musica. Votata al servizio della linea e alla religione del Belcanto. Ma Elena Mosuc è anche un’artista contemporanea: ascoltatrice onnivora, interprete curiosa, artista trasversale. Con il rispetto assoluto della musica e del suo mezzo vocale. Oggi i confini di repertorio iniziano ad andarle stretti. Per questo, dopo aver completato la trilogia Tudor, ha scelto di dedicarsi a un ruolo solo apparentemente lontano dal suo repertorio di elezione. Sarà dunque una Adriana elegante e di emissione rarefatta, ma insieme, donna intera, passionale e vulnerabile. Mentre è impegnata nella messa in scena dell’opera di Cilea all’Opera Royal de Wallonie di Liège (debutto il prossimo 11 aprile), il soprano rumeno, naturalizzato svizzero, si racconta tra carriera e vita privata.

Si prepara al debutto in Adriana Lecouvreur. Come sta vivendo nuovo questo ruolo?
È una nuova avventura che ho atteso con ansia, curiosità e grande gioia. Da anni stavo pensando ad Adriana, ma ero quasi convinta che nessuno mi avrebbe offerto questo ruolo meraviglioso, perché tutti mi associano a Lucia, Gilda, Violetta, le parti che ho cantato di più, oppure alla Regina della Notte, che ho cantato circa 250 volte. Mi hanno classificata come soprano di coloratura, io invece mi sono sempre sentita una voce con ampie possibilità, un colore non troppo chiaro e un corpo vocale che mi ha permesso con il tempo di cantare anche ruoli di coloratura drammatica che sono nel mio repertorio oggi, come le regine donizettiane, Lucrezia Borgia, Norma, Giselda dei Lombardi, Leonora del Trovatore, e tanti altri. Con il tempo, allargando il repertorio verso un ambito più lirico, la voce si è sviluppata e ora sono finalmente arrivata al debutto di Adriana.

Lo scorso febbraio ha debuttato nel Roberto Devereux: Elisabetta e Adriana sono due ruoli distanti fra di loro.
Il mese scorso, studiando in parallelo con molta attenzione Adriana ed Elisabetta I di Roberto Devereux, ho potuto capire come risolvere entrambi i ruoli, specialmente nei loro momenti drammatici, facendo quasi un lavoro complementare sui due personaggi. Elisabetta ha tanti momenti di virtuosismo, ma anche di drammaticità, mentre Adriana chiede spesso frasi musicali molto ampie e qualche volta quasi veriste. Certo, il mo mondo è stato fino a oggi più quello di Donizetti, ma adesso osservo che mi sento molto bene anche in quello di Cilea, che ha una certa vicinanza con Puccini, che ho cantato abbastanza nella mia carriera. Adriana Lecouvreur è un’opera nella quale, come costruzione drammaturgica e musicale, c’è molta conversazione e richiede particolare attenzione, ma mi entusiasmano soprattutto quelle bellissime frasi ampie, sostenute da un’orchestrazione molto corposa.

Chi è per lei Adriana?
È un ruolo meraviglioso e complesso, perché parliamo di un’artista che interpreta un’artista. È una donna che cerca la verità: è vera nelle sue interpretazioni in scena così come lo è nella vita, con molta autenticità e sincerità. Si tratta di teatro nel teatro e così il regista Arnaud Bernard mette in scena quest’opera. Tutto succede sul palcoscenico, dietro le quinte, con cambiamenti a vista. La regia è fedele al libretto, alla musica, è attenta a tutti i dettagli e utilizzando anche le arti coreutiche, presenti fin dall’inizio, ci trascina in un mondo molto vivo, palpitante. L’azione è spostata dal Settecento al Novecento e questo offre la possibilità di una recitazione ancora più autentica.

Quali sono la maggiori difficoltà del ruolo?
Il terzo atto, con il monologo di Fedra, è un momento chiave nell’opera, che presenta una certa difficoltà nel cambiamento di emissione vocale. Le arie pure necessitano di tecnica giusta, controllo del fiato, uso perfetto del legato, uguaglianza timbrica e morbidezza in tutti i registri, caratteristiche che devono riflettere il carattere buono e sincero del personaggio. Si deve giocare con tutti i colori possibili, con la dinamica, con le messe di voce, mezzi che fanno parte del mondo belcantista da cui provengo e che userò, tenendo ovviamente conto dello stile musicale specifico di Cilea. Il direttore Christopher Franklin ci impone il massimo rispetto delle indicazioni del compositore. Dobbiamo essere, come dice Adriana nella prima sua aria “l’umile ancella del genio creator” presentando al pubblico lo specchio molto chiaro del personaggio interpretato. Questa frase rappresenta il mio motto fin dall’inizio della carriera. Questo ruolo così raffinato rappresenta per me la possibilità di mostrare un’altra dimensione artistica, interpretando l’arte nell’arte. Non è una regina con la corona in testa come Elisabetta: Adriana rappresenta una regina dell’anima, con una grande sensibilità artistica che si riflette nella musica. È una donna molto forte. Il quarto è l’atto culminante, nel quale scopriamo tutto il carattere e il cuore di Adriana. È un atto molto complesso, che si sviluppa come una grande scena di pazzia con repentini cambiamenti di umore: è l’anima che si spoglia in ogni momento musicale, arrivando a rivelarsi nella sua profondità. Sono riconoscente all’Opera Royale de Wallonie di Liège per aver avuto fiducia nell’affidarmi questo ruolo.

Se dico Belcanto qual è la prima cosa che le viene in mente?
Penso subito a un bel suono, a un bel legato sostenuto al massimo, alle capacità virtuosistiche e alle emozioni trasmesse rispettando la comunione del suono con la parola. Credo che per il Belcanto un cantante deve esserci nato.

I suoi esordi avvengono in un’Europa molto diversa da quella di oggi. Cosa ricorda della sua giovinezza a Iasi?
Mi ricordo molto bene quei dieci anni fatti solo di studio. Mi ricordo con nostalgia quelle serate nelle quali ogni settimana ero presente in teatro e anche alla Filarmonia. Ho visto tantissimi spettacoli d’opera, di prosa, ma anche concerti sinfonici, formandomi una cultura musicale solida. A Iasi abbiamo avuto musicisti di grande valore, da cui ho potuto imparare. Il nostro pubblico era entusiasta, aveva e ha tuttora una grande fame di musica, e di arte in generale. Agli inizi, ho imparato in molto chiesa, cantando con i miei nonni nel coro. Ho cantato in tante chiese in Romania. In modo speciale, ricordo il coro della Cattedrale di Iasi, dove dirigeva un professore molto esigente, che mi chiedeva filati ed emissioni in pianissimo soprattutto nel registro acuto. Questa caratteristica è diventata poi un punto d’orgoglio nelle mie interpretazioni sul palcoscenico.

C’è stato un momento nella vita in cui ha capito nitidamente di avercela fatta e che il canto sarebbe stato il suo futuro?
Sì, da piccola sentivo che dovevo cantare, ma non avevo grandi speranze in quel periodo. Nel 1989 ho capito che la musica rappresentava tutto per me: il mio modo di esprimermi e di vivere. Ho lasciato così la mia professione di insegnante di scuola elementare e sono entrata all’Opera di Iasi.

È diventata una delle interpreti di riferimento grazie alla bellezza del timbro e alla cura di un’emissione levigata. Quali sono i consigli tecnici che dà ai giovani cantanti?
Dal primo giorno quando ho incominciato lo studio vocale, ho capito che la tecnica è fondamentale. Per fortuna, ho avuto sempre un modo molto naturale di cantare e di respirare, ma all’inizio della carriera, con ruoli sempre più difficili, ho compreso di dover cantare molto coscientemente. Nel 1996 ho trovato, per fortuna, una maestra di canto a Milano bravissima, Mildela D’Amico, che ha studiato la tecnica vocale con la famosa Mercedes Llopart, maestra anche di Renata Scotto. Con lei ho avuto l’opportunità di studiare la vera tecnica di canto, quella italiana, fondata su una solida base fatta di respirazione corretta, appoggio, proiezione del suono in una posizione alta e tutto cantato con nobile senso del legato. La padronanza di queste cose permette di cantare tutto quello che si desidera. Lo studio del Belcanto credo che sia la base per ogni giovane cantante, perché come diceva anche la grande Callas “chi può cantare il Belcanto, può cantare tutto”.

C’è un’interprete del passato che maggiormente l’ha ispirata? E perché?
Sono molte, prima di tutto soprani come Maria Callas, tecnica perfetta e artista completa. Poi Montserrat Caballé, che mi ha sempre affascinato con i suoi pianissimi, il fraseggio bellissimo, ampio, e ho avuto modo di conoscere a Barcellona; Beverly Sills, una cantante con una tecnica perfetta, capace di acrobazie vocali incredibili e che mi ha ispirato molto per Elisabetta I nel Roberto Devereux. E ancora Mirella Freni, con la quale ho cantato Bohème come Musetta, artista affascinante e con una voce molto naturale, un fraseggio esemplare; Magda Olivero, ammaliante per l’intelligenza del saper dire e interprete meravigliosa di Adriana Lecouvreur; Renata Scotto, che cantava ogni ruolo con tanta intelligenza e uno speciale modo di accentare (ho avuto modo di lavorare con lei in una Lucia di Lammermoor ad Atene di cui curò la regia). Ma non posso dimenticare Joan Sutherland, conosciuta a Zurigo, un vero fenomeno, una macchina vocale, capace di coloratura impossibile, ed Edita Gruberova: con lei ho alternato tanti ruoli a Zurigo e l’ho ammirata sempre per le frasi lunghe sul fiato e i suoi pianissimi ipnotizzanti per il pubblico. Infine, amo con tutto il cuore Virginia Zeani, recentemente scomparsa, che ho avuto l’onore di conoscere e che è una grande fonte di ispirazione per me come artista e come donna.

Elena Mosuc e il crossover. Una curiosità o l’idea che l’artista lirico debba iniziare a parlare al grande pubblico anche con strumenti musicali diversi?
Con 33 anni di carriera alle spalle, credo di potermi permettere di sperimentare anche altri generi musicali. Certo, rimanendo entro certi limiti, senza danneggiare la mia vocalità. Ho provato il Fado, del quale Domingo diceva che “è una opera in miniatura”. Ho tenuto nel 2014 un concerto intitolato “Operfado” insieme a un cantante di fado portoghese, con tre chitarre specifiche, tra le quali la chitarra portoghese, importantissima per questa musica. Abbiamo fatto qualche concerto anche insieme a un’orchestra sinfonica. Bellissimi ricordi.
Nel 2018 ho creato insieme a mio marito Christoph un concerto su misura per me, intitolato Resonance con arie d’opera, Lieder e pezzi pop orchestrati, fado orchestrati, chançons francesi e anche pezzi di musica particolari che combinano in modo eccezionale elementi di opera con quelli della musica da film. Questi pezzi sono stati composti per me da Flavio Motalla, un compositore di colonne sonore hollywoodiane. Queste musiche le ho anche incise ai leggendari Abbey Road Studios e si trovano nell’album “L’amore è poesia”. Resonance è stato anche il debutto di mio marito come direttore d’orchestra. Ho sempre pensato che creando questi progetti avremmo avvicinato un pubblico più ampio e diverso. Credo che ci siamo riusciti.

Nella sua vita fuori dal palcoscenico ci sono passioni e predilezioni?
Sì, dal 2019 ho scoperto la mia droga (ride): dipingo icone ortodosse in stile bizantino. Mi piace giocare con i colori ed è come se facessi dei suoni con essi. Il canto e la pittura rappresentano un modo per esprimere il mio “io” più vero. Le icone le regalo alle persone che amo.

La serenità è un traguardo, ma far combaciare vita artistica e privato non è sempre scontato. Lei come ci riesce?
La mia fortuna è che faccio un lavoro che rappresenta anche la mia passione. Così tutto diventa facile. Inoltre, anche mio marito ama la musica e l’opera: anche lui canta fin da piccolo all’Opernhaus di Zurigo, ci siamo conosciuti proprio su quel palcoscenico. Stiamo molto insieme, sappiamo combinare molto bene la vita artistica con quella privata.

C’è un sogno musicale ancora da realizzare?
Certo, vorrei imparare nuovi ruoli per i quali la mia voce adesso è più adatta. Lo scorso febbraio un sogno l’ho realizzato interpretando Elisabetta I nel Roberto Devereux, completando finalmente la Trilogia Tudor. Sogno di cantare anche altre opere di Belcanto come Il Pirata di Bellini, Elisabetta al castello di Kenilworth di Donizetti (con questa opera si formerebbe una Tetralogia Tudor). Desidererei cantare Attila di Verdi oppure, perché no, Lady Macbeth (nella prima versione) oppure Abigaille di Nabucco, più avanti non direi di no nemmeno ad Aida. Alla fine della carriera mi piacerebbe Tosca di Puccini, un mio sogno.

Artista, donna, diva: come vive il trascorrere del tempo?
Con serenità. Accetto quello che viene nella vita, e sono riconoscente per tutto quello che mi è stato regalato e mi godo questa vita nella quale sono riuscita a realizzare con lavoro e perseveranza il sogno che avevo da bambina: cantare.