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Tra musica e natura, il mio disco per il clima – Intervista a Joyce DiDonato

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È una delle superstar dei giorni nostri, uno dei mezzosoprani più esuberanti e carismatici: il suo nome è Joyce DiDonato, nota al pubblico per i suoi trascorsi rossiniani e belcantistici e per le sue esplorazioni del repertorio barocco. L’artista si è distinta anche per i suoi progetti discografici e relativi tour, divenuti nel tempo sempre più personali, tra richiami all’attualità e spunti di riflessione che trascendono la concezione tipica di fruizione della musica classica. L’artista americana, da circa vent’anni sulla cresta dell’onda, è in procinto di pubblicare il suo nuovo album Eden, disponibile dal 25 febbraio per Erato. Il cd, registrato con Il Pomo d’Oro e Maxim Emelyanichev è incentrato sul nostro rapporto con la natura e l’impatto che questo ha sul mondo circostante. Il repertorio scelto spazia dal ‘600 ai giorni nostri, includendo compositori come Cavalli, Händel, Gluck, Mahler, Wagner, Ives, Copland e persino la compositrice premio Oscar Rachel Portman, a cui DiDonato ha commissionato un nuovo lavoro appositamente per questo cd. Il 2 marzo 2022 partirà poi da Bruxelles una lunga tournée che fino al 2024 toccherà 45 città in cinque continenti. In attesa di una nostra recensione di Eden e della tappa londinese del tour ad aprile, abbiamo intervistato la celebre cantante americana, che ci ha parlato di questo progetto discografico, ma anche del suo passato, del suo rapporto con i giovani e del suo attuale impegno in Theodora di Händel, in scena in questi giorni alla Royal Opera House di Londra.

Ci parli del suo nuovo album Eden. Quale è stata la sua principale fonte di ispirazione per questo progetto?
Mi sono ispirata a molte delle sfide che abbiamo dinnanzi come umanità e ho voluto in qualche modo amplificarle in musica attraverso il mondo della natura, per mostrare l’armonia, la potenza, la bellezza e la pace che esistono attorno a noi e dalle quali ci siamo purtroppo disconnessi.

E la pandemia ha avuto un ruolo in tutto ciò, ad esempio nella rivalutazione dell’importanza che ha per lei la natura?
L’idea cha ha portato a Eden era già nata cinque anni fa; avevo appena lanciato il mio progetto In War and Peace, sempre con Il Pomo d’Oro e Maxim (Emelyanichev). Eravamo così presi dall’idea di proporre al pubblico una tematica importante, per servire un obiettivo più alto. Allora ci siamo detti che ci sarebbe piaciuto dare un seguito a quell’album e abbiamo convenuto che il clima fosse l’argomento giusto di cui avremmo dovuto parlare. Eden è partito quindi come un progetto sul cambiamento climatico, tuttavia poi c’è stata un’evoluzione e la pandemia ha certamente acuito l’importanza del messaggio dell’album. Si badi, non voglio certo salvare il pianeta e in questo senso penso che sarà la natura stessa a prendersi cura di tutto, anche se la specie umana è decisamente in pericolo. Quello su cui mi sono interrogata, e in questo senso la pandemia mi ha fatto sicuramente riflettere, è il motivo per cui stiamo trattando il pianeta nel modo in cui lo stiamo trattando, ma anche la ragione per la quale con i nostri comportamenti amplificano il peggio di noi stessi invece che liberare le nostre risorse migliori.

Veniamo alla musica. Come ha selezionato l’ampia gamma di compositori presenti in questo album?
È in effetti un vastissimo spettro di autori quello che abbiamo selezionato. Ci eravamo concessi la licenza di non rimanere a tutti i costi fermi al repertorio barocco, tenendoci liberi di scegliere qualsiasi traccia che ci avesse colpito direttamente. Sapevamo anche che volevamo commissionare un nuovo pezzo, perché parte del potere di Eden è appunto legata alla creazione. È stata di Maxim l’idea di cominciare l’album con un pezzo di Charles Ives (“The unanswered question”). Questa era l’unica certezza all’inizio, insieme a quella che avremmo inserito “Ombra mai fu” di Händel. Ma non avevamo dei paletti ben precisi, quindi abbiamo lavorato su questo filo logico dell’interrogarsi e sperimentare cosa significhi essere connessi alla natura (come in “Ich atmet’ einen linden Duft” di Mahler) e, dall’altro lato, cosa significhi invece essere separati da essa.

Dato che questa incisione è dedicata alla natura, se dovesse paragonare la sua voce a uno degli elementi naturali, quale sceglierebbe?
Dipende, qualche volta voglio essere aria, qualche altra volta voglio essere acqua e altre volte voglio essere fuoco. Quello che certamente non sono è terra, vorrei esserlo ma proprio non mi riesce.

Eden la vedrà ancora una volta collaborare con Il Pomo d’Oro e Maxim Emelyanychev. Cosa trova particolarmente stimolante nel fare musica con questa formazione e con questo direttore?
Li considero degli spiriti affini a me nel loro desiderio di raccontare delle storie attraverso la musica; non sono necessariamente interessati a un approccio accademico. Sono interessati al lato drammatico dell’esecuzione, a trovare colori e fraseggio che non siano mai scontati, automatici o senza una reale motivazione dietro. E proprio quello che cerco nei musicisti con cui scelgo di lavorare.

Con Il Pomo d’Oro sarà protagonista di una lunga tournée in giro per il mondo. Cosa ci possiamo aspettare da questo spettacolo e quanto è importante per lei instaurare un legame con il pubblico durante un esibizione dal vivo?
È tutto, è il mio principale obiettivo come performer, quello che la mia esibizione arrivi dritta al cuore degli spettatori, dando loro qualcosa che non possono ricevere altrove, ad esempio guardando la televisione o scorrendo i video su Tik Tok. Voglio che sperimentino il processo creativo dal vivo, di fronte ai loro occhi e come esperienza di comunità. Questo momento di condivisione collettiva è un qualcosa che va valorizzato e protetto in questo momento storico, specialmente tenuto conto che ci è stato tolto durante la pandemia. Per fortuna si è instaurata abbastanza fiducia tra me e il mio pubblico; chi viene ai miei concerti sa di poter avere un’esperienza profonda che tocca anche delle tematiche dell’ambiente che ci circonda e porta ognuno dei presenti a porsi degli interrogativi. Naturalmente la priorità è che gli spettatori abbiano un’ottima esperienza musicale, ma vorrei sfidarli anche ad andare più in profondità, sempre che loro lo vogliano, e non semplicemente a passare un buon momento. Alla fine di ogni concerto del tour di Eden per esempio, a ciascun spettatore verrà consegnato un pacchetto di semi da piantare a casa propria o da condividere, una sorta di souvenir vivente. Pianteremo letteralmente un nuovo giardino dell’Eden! Sembra una cosa molto naive, ma se lo facciamo ovunque avremo costruito qualcosa di concreto. Non mi piaceva l’idea di far piantare un albero per ogni biglietto venduto in un posto remoto della terra e senza un legame personale, ma volevo che la gente potesse prendersi cura di un essere vivente, di nutrirlo e portarlo in vita, così che il concerto continui a vivere, lasciando un’eredità.

Dal suo ultimo album Songplay, ma anche dal cd che ha inciso dal vivo con Antonio Pappano alla Wigmore Hall, sembra voler rompere i confini tra i diversi generi musicali. Quanto ha contato la sua cultura americana nell’influenzare questa apertura verso il jazz e il mondo di Broadway per esempio?
Sono le mie fondamenta in qualche modo, anche se in realtà sono cresciuta in una famiglia molto musicale. Ricordo che mio padre lavorava da casa ascoltando Bach, mio fratello al piano di sotto ascoltava gli ACDC, mentre mia sorella al piano superiore ascoltava Jesus Christ Superstar e Barbra Streisand, oltre ad allenarsi al pianoforte. Si può dire quindi che la musica sia stata la  prima lingua che ho parlato, ma ho sempre riconosciuto che la grande musica è la grande musica e questo non è esclusivo solamente del mondo della musica classica. Basta ascoltare Miles Davis, Ella Fitzgerald o Jimy Hendrix per rendersene conto. Ma anche durante la mia carriera professionale, fin dagli inizi ho alternato Händel ad Heggie, pezzi classici a quelli moderni. Ho un appetito musicale enorme e penso che sia proprio questo che mi ha tenuto così impegnata e motivata come cantante e performer. Quello che mi spinge a fare ciò che faccio è il raccontare delle storie, l’aspetto comunicativo del canto. E questo può succedere con Gershwin o con Mozart.

Durante la sua carriera ha cantato molto Rossini, Händel e repertorio francese. Dei ruoli che ha interpretato fino a questo momento, quali occupano un posto speciale nel suo cuore?
Sono stata molto fortunata e consapevole dei ruoli che ho scelto, non riesco pensare a un ruolo con il quale non abbia provato una reale connessione. I personaggi che sono ancora nella mia testa sono quelli che ho interpretato prima della pandemia, la triade formata da Semiramide, Didone e Agrippina. Ovviamente mi piacciono anche i ruoli che ho interpretato agli inizi della mia carriera, ma quelli che ho citato sono proprio dei personaggi tridimensionali e pieni di sfaccettature che ho potuto affrontare con il tempo, man mano che ho acquisito la sicurezza e l’esperienza per addentrarmi in un territorio musicalmente e psicologicamente più complesso. Didone in particolare, mi manda proprio in frantumi quando la canto. Di recente ho anche inciso e portato in concerto per la prima volta Winterreise di Schubert. Non è un’opera o un personaggio, ma un’esplorazione senza fine e senza arrivo, un’esplorazione attraverso la musicalità e il testo poetico, con il relativo viaggio di emozioni.

A tal proposito, vista la sua esperienza recente nel registrare Winterreise e lo spazio che anche in Eden ha riservato a Mahler e Wagner, le piacerebbe esplorare maggiormente il repertorio liederistico in futuro?
È stata una sorpresa per me, perché non ho cantato molto in Germania nella mia carriera e non ho cantato molto repertorio tedesco. Inizialmente pensavo che non potessi permettermi di affrontare il Lied perché non avevo la padronanza della lingua che ho in inglese o francese. Ora invece non posso concepire la mia vita artistica senza questa musica. Winterreise mi ha parlato in un modo che non mi aspettavo e poi è arrivato Mahler; per entrambi è stato merito del mio amico pianista Yannick (Nézet-Séguin), che mi ha suggerito di cantare Winterreise anche perché lui voleva preparare Mahler con me e mi ha spiegato che Winterreise sarebbe stata la porta d’ingresso per Mahler. Gli ho chiesto, sei sicuro? È stato un visionario perché ha visto delle cose che non potevo vedere. Quando la pandemia è incominciata volevo inizialmente godermi il silenzio, senza cantare per la prima volta nella mia vita, ma poi mi sono messa a studiare Ich bin der welt abhanden gekommen e il Ruckertlieder di Mahler. È stato indescrivibile quello che ho provato ed è stato un dono trovare delle parole che non possedevo. Ma per rispondere alla sua domanda, sono un libro aperto. Se delle porte si aprono e sento che la strada è quella giusta per me, ci passo attraverso. Non dico no a nulla. Questa del Lied è stata una vera sorpresa che non mi sarei mai aspettata, quindi chissà cosa succederà fra cinque anni!

Quando era una giovane cantante ci è voluto del tempo affinché la sua carriera decollasse veramente e ha dovuto prendersi del tempo per consolidare la sua tecnica vocale. Quale consiglio si sentirebbe di dare ai giovani che si trovano nella stessa situazione?
In realtà, tutti gli artisti e professionisti che conosco hanno tutti sperimentato prima o dopo delle prove angoscianti che hanno minacciato di porre termine alle loro carriere. Vedo il palcoscenico come una sorta di tempio, non è per tutti, non è una garanzia il fatto di meritarselo. Penso che un cantante si debba conquistare la sua strada per essere in scena, e guadagnarsi la fiducia del pubblico, così come l’autorità di fare musica con integrità, artisticità e disciplina. È un viaggio estenuante quello che porta al palcoscenico. Quindi il mio consiglio per i giovani è il seguente: quando succedono questi momenti di difficoltà, provate a reagire non troppo emotivamente. Fatevi un pianto sì, ma poi tornate in voi e vedete se volete contrattaccare e vedete soprattutto di trovare con chiarezza il motivo per cui volete essere su quel palco. Se si tratta semplicemente di essere una star e prendersi l’adulazione non andrete molto lontano, ma se si tratta di elevare gli spettatori con un’esperienza che altrimenti non avrebbero modo di provare altrove, allora questa visione e determinazione vi aiuterà sicuramente. Solo così si riescono ad attraversare i momenti di difficoltà. Ma bisogna prendere possesso della propria artisticità e della propria disciplina mentale. È un viaggio difficile, ma quelli che sono combattivi e veramente motivati alla fine si guadagnano l’accesso al palcoscenico.

Prima di diventare una cantante professionista ha studiato per diventare un’insegnante di musica. Durante la sua carriera ha già avuto modo di sfruttare queste capacità in diverse masterclass. Come descriverebbe il suo stile di insegnamento?
L’approccio è lo stesso che uso nella mia carriera da cantante. Prendo il lavoro molto seriamente, ma non prendo me stessa seriamente. Mi piace vedere le persone dinnanzi a me, metterle a proprio agio e farle rilassare. Ma quando viene il momento di lavorare sono abbastanza esigente, anche se in maniera costruttiva. La mia priorità in queste classi non è tanto identificare quale sarà la prossima superstar. Voglio che i giovani cantanti e anche i giovani che assistono alla masterclass si sentano potenziati nella loro vita, non solo come cantanti. Mi interessa molto di più capire cosa trattenga quella persona dall’essere migliore o dal lasciar andare quello che hanno dentro. Quindi alla fine è più una questione di approccio alla vita.

Quali cantanti del passato più o meno recente l’hanno influenzata maggiormente?
Proprio agli inizi della mia carriera ho imparato molto da Cecilia Bartoli. Lei era appena esplosa sulla scena americana proprio quando stavo per entrare nel mondo dell’Opera; sapevo che i nostri repertori erano in qualche modo simili e così la guardavo, l’ascoltavo e mi meravigliavo ogni volta. E non era solo la coloratura che era certamente sorprendente, ma soprattutto il modo in cui esprimeva il testo che ha avuto un forte impatto su di me. E poi c’è stata Ella Fitzgerald, un modello per me come modo di dipingere con la voce creando colori differenti, che mi è servito molto nel repertorio barocco e belcantistico. Poi c’è certamente Janet Baker come concertista, per l’integrità con cui approccia la professione. Alla fine poi, parlando della persona, oltre che dell’artista, la più grande per me è Frederica Von Stade e ancora mi fa impazzire il realizzare che sono diventata sua amica. Non si è mai presa sul serio, ha sempre provato gioia nella sua professione e ogni volta che apriva bocca percepivi che si sentiva fortunata di condividere il suo dono con gli altri. C’era quindi anche una generosità in lei che ho sempre ammirato, oltre alle sue doti canore.

In questi giorni è impegnata sul palco della Royal Opera House in una nuova produzione di Theodora di Händel, dove interpreta il ruolo di Irene. Cosa le piace di questo personaggio?
C’è la musica prima di tutto. Ho capito e amato il personaggio mettendolo in contrasto con Theodora. Quest’ultima è il prodotto finito, non ha mai una crisi di fede. È molto coerente, quello che predica all’inizio è quello che dimostra nei fatti alla fine della vicenda ed è veramente straordinaria. Irene è più una sorta di cronista e osservatrice esterna. La mia sensazione è che Irene abbia difficoltà con la propria fede e guardi a Theodora e anche Didymus, che pur non essendo cristiano parla il linguaggio dell’amore e della purezza. Quello che Irene fa è chiedere la luce, l’aiuto; commenta la forza di Theodora perché pensa di non possederla. La trovo profondamente umana, con quella purezza di chi è così vulnerabile al punto di arrivare a chiedere la fede, non possedendola veramente.

Parlando di Theodora, di recente è tornata al Teatro alla Scala per un’esecuzione in forma di concerto di questo oratorio. Come è stato ritornare dopo tanti anni in questo importante teatro che ha visto alcuni dei suoi primi successi?
Erano quasi dieci anni che non ci tornavo e questo mi fa impazzire perché non so dove sia volato tutto questo tempo. È stato molto emozionante poter tornare con un’opera barocca di Händel, perché ho cantato un po’ di Rossini, Bellini e Strauss, ho avuto un sacco di esperienze positive alla Scala, ma Händel è proprio un pilastro del mio repertorio. Mi sono sentita molto orgogliosa di portare la sua musica in quel teatro. È stato meraviglioso tornarci.

Ci saranno altre opportunità per i suoi fan italiani per vederla esibirsi dal vivo nei prossimi anni?
Certamente.

In chiusura, ha voglia di ringraziare qualcuno?
Ogni persona che ho incontrato sul mio cammino, perché ogni interazione che ho avuto è stata importante per l’artista che sono diventata oggi. E includo il pubblico nei ringraziamenti, perché il suo supporto mi ha reso capace di gestire la carriera a modo mio, che non è stato necessariamente il modo standard. Questo significa che ora ho la sicurezza e l’abilità di fare un progetto come Eden, proprio grazie alla fiducia del pubblico.

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