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La musica è universale, non una questione di genere – Intervista a Speranza Scappucci

È la prima donna italiana a dirigere un’opera al Teatro alla Scala. “Sono sicura di essere la prima di tante, non solo italiane ma di tutto il mondo” dice Speranza Scappucci, direttrice romana di 48 anni, chiamata in corsa a sostituire Evelino Pidò sul podio de I Capuleti e i Montecchi, capolavoro di Vincenzo Bellini che ha debuttato con successo lo scorso 18 gennaio.
“È stata un’avventura incredibile – spiega non senza emozione – , uno di quei momenti assolutamente inaspettati. Tutto è accaduto il 6 gennaio: aereo all’alba e alle 16 la lettura con l’orchestra”.

Aveva già diretto I Capuleti e i Montecchi?
Nove anni fa a Yale, in forma ridotta. Tuttavia, quando ho preso in mano la partitura mi sono resa conto di averla studiata a fondo all’epoca e avendo la possibilità di cominciare dalla prima lettura, pur per un periodo di soli sei giorni, ho potuto dare la mia impronta all’opera. La sfida più grande è stata trovare il tempo per provare al piano con alcuni cantanti che già lavoravano da settimane su questo capolavoro, per capire le loro esigenze e sposare la mia idea musicale con la loro. In questi casi si trovano energie in più che mai pensavi di avere.

Com’è stata accolta dal teatro?
Ho trovato da parte di tutto il teatro una collaborazione incredibile, dall’orchestra che alla prima prova mi ha fatto sentire un grande calore sia musicale che umano, ai solisti, che si sono messi a disposizione per prove in più con me. Voglio ringraziare tutti, dal sovrintendente ai tecnici. Perché mettere insieme un’opera è sforzo comune e ci siamo tutti rimboccati le maniche.

Come ci si sente a essere la prima donna italiana a dirigere un’opera alla Scala?
Mi rende orgogliosa e felice: spero e sono sicura di essere la prima di tante. Sono cosciente di essere donna in un mestiere per tanti anni appannaggio di soli uomini, ma appartengo a un periodo storico in cui le cose sono cambiate: valorizziamo la preparazione e il talento delle persone e non concentriamoci più solo sul genere. Quando dirigo penso semplicemente che sono una musicista che offre la propria sensibilità, la propria preparazione, le proprie idee musicali ad altri musicisti. La musica, in fondo, è un linguaggio universale.

Cosa rappresenta Bellini nella storia dell’opera lirica e cosa lo distingue?
Bellini è un compositore fondamentale per la storia dell’opera. Si distingue dagli altri per un suo stile caratterizzato dalla facilità e immediatezza della melodia che passa attraverso la voce, il canto, ma anche attraverso l’orchestra, perché sono spesso gli strumenti a fiato, nel caso di Capuleti il corno, ma anche il violoncello, ad avere una parte predominante nella melodia. Certo, colpisce la semplicità della melodia che arriva direttamente all’animo, ed è quasi sempre accompagnata dalle formule classiche del Belcanto: terzine, pizzicati, che però cambiano colori a seconda del testo. Per esempio, in “Casta diva” il colore di archi e fiati nell’accompagnamento, anche se molto simile nella scrittura, è molto diverso dal colore che posso dare a “Oh! quante volte” di Capuleti. Oppure penso a certi momenti più militari e ritmici, come le cabalette. Nella celebre “Tremenda ultrice spada” di Romeo ci sono i corni, nell’accompagnamento, che fanno una figurazione che è una dichiarazione di guerra. Bellini tuttavia non scrive in fortissimo, come ci si aspetterebbe, ma addirittura con tre p di piano perché quella che Romeo lancia è una sfida anche psicologica. La ripetizione è un po’ più sostenuta e ancora più piano perché, quando ripeti il concetto per la seconda volta, sei ancora più teso. Sono tutte cose che puoi creare attraverso la concertazione.

Quindi possiamo dire che Bellini è un compositore molto difficile da dirigere.
Sì, perché sei sempre scoperto. Ci sono in Bellini una chiarezza, una purezza di suono che lo rendono simile a Mozart. E poi c’è la parte vocale, che richiede una tecnica perfetta per agilità e accenti.

Quali sono i suoi prossimi impegni?
Le Villi di Puccini in forma di concerto a Tolosa, poi il debutto alla Staatsoper di Berlino con L’elisir d’amore. Quindi terrò una tournée di concerti sinfonici in Canada durante la quale dirigerò anche una prima assoluta di una bravissima compositrice italiana, Paola Prestini, intitolata Barcarola per orchestra, che porterò anche al Carlo Felice di Genova in maggio. Sempre in maggio torno poi alla Scala per dirigere la Filarmonica in Schubert, Mozart e Mendelssohn. A Liegi, dove sono direttrice musicale sino a giugno, dirigo quindi Simon Boccanegra e poi c’è il mio debutto al Covent Garden con Attila.

Lei dal podio alterna la sinfonica all’opera. Perché questa scelta?
Amo molto il repertorio sinfonico e in particolare Schubert, Schumann e il grande romanticismo. Ho sempre voluto fare entrambe le cose, sin dall’inizio della mia carriera. Ho cominciato come pianista solista, ma poi ho fatto tantissima musica da camera, accompagnando anche tanti amici strumentisti. Alla Julliard School di New York ho frequentato un master in collaborative piano, un misto tra maestro collaboratore per l’opera e accompagnatore di solisti strumentali. Ho accompagnato tantissime audizioni ed è lì che ho approfondito il repertorio. Come musicista, ritengo molto importante una preparazione a 360 gradi, aperta anche alla musica contemporanea: voglio sempre cercare di migliorare e mi piacciono le sfide.

C’è un’opera che non ha diretto e che le piacerebbe dirigere?
Ho debuttato a Liegi Evgenij Onegin e per farlo ho studiato il russo per due anni durante la pandemia. Amo molto il repertorio russo e ora mi piacerebbe debuttare Dama di picche. Poi, per quanto riguarda il repertorio italiano, vorrei dirigere Otello e Falstaff di Verdi.

Esiste una sensibilità femminile nel fare musica?
Non credo. Esiste la sensibilità del musicista, a prescindere dal genere. Noi artisti abbiamo una nostra sensibilità che trasformiamo in musica e necessariamente trasmettiamo ai cantanti e agli altri musicisti.

Domanda doverosa: vuole essere chiamata direttore o direttrice?
Dal momento che nel vocabolario italiano esiste il termine direttrice, come anche in tedesco e in francese, decliniamo al femminile. Non dobbiamo nemmeno inventare la parola. Se poi qualcuno mi chiama maestro o, come succede spesso all’estero, maestra, per me è uguale. Fa sorridere e non mi dispiace. Maestro è ormai una parola quasi neutra, che definisce il ruolo. Sono convinta che un giorno, col tempo, anche la parola maestra diventerà usuale. D’altra parte, la lingua cambia con la società.

Un’ultima battuta: cosa pensa di un Presidente della Repubblica donna?
Sarebbe bello che ci fosse ma non tanto perché donna, piuttosto perché è la persona giusta.

Foto di copertina: Silvia Lelli