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Il sorriso nella voce dell’eroe – Intervista a Jonas Kaufmann

Voce e passione, carisma scenico, verità d’accenti, fono e fotogenìa, un repertorio immenso. Il tutto, sotto i riflettori di una notorietà che vola facile, alta nel mondo. Per tali e altri parallelismi d’elezione siglati inoltre dalla comune svolta al Metropolitan di New York a distanza di un secolo, 1903-2006, non poteva che andare a Jonas Kaufmann il primo conferimento del Premio appena istituito dalla Casa Museo Enrico Caruso, prezioso scrigno partenopeo di storia e memoria creato grazie alla volontà e al grande impegno del direttore Gaetano Bonelli con il presidente Raffaele Reale esattamente nei pochi metri quadri dove il leggendario tenore nacque e visse nei primi anni con la sua numerosa famiglia, iniziando a cantare come contraltino e poi con ruoli da solista nell’attigua chiesetta dei Santi Giovanni e Paolo. Là dove, nella cappella e a seguire al primo piano adiacente della palazzina al numero 7 nel popolare quartiere mercato di San Giovanniello, Kaufmann è stato accolto l’altra mattina fra i giorni del suo Cavaradossi al San Carlo da calorosissimi applausi, premiato dal comitato scientifico del riconoscimento, intervistato in un’informale chiacchierata. E, al termine, festeggiato con un brindisi speciale, fra i cimeli di una piccola ma importante collezione di vinili, fotografie, lettere e caricature autografe, più un antico grammofono al centro della stanza originale con l’ormai iconico balcone dal quale il tenore tedesco, naturalizzato svizzero ma dal fascino latino e dall’incontenibile entusiasmo tutto italiano, se non partenopeo, si è affacciato sorridendo. Lasciandosi fotografare a lungo.

“A Jonas Kaufmann tenore che come pochi al mondo – recita la motivazione del Premio – coniuga nell’unicità della sua cifra interpretativa un’alta nobiltà di stile, carisma di portamento e le peculiarità di una voce impeccabile per fermezza e intonazione, puntuale nello scavo di parole, note e accenti a sostegno di una sempre sapiente tornitura del pensiero musicale. I suoi ruoli – prosegue l’attestato su pergamena consegnato insieme al disco di cristallo con l’effige di Caruso e del balcone dal comitato scientifico presieduto da Gaetano Bonelli, direttore della Casa Museo, da Lello Reale e da Guido D’Onofrio, rispettivamente Presidente e Presidente onorario dell’Associazione “Casa Museo Enrico Caruso APS”, da Ivano Caiazza direttore artistico, da Filippo Zigante, compositore e direttore d’orchestra, e da chi scrive – vivono sul palcoscenico e arrivano con naturalezza al cuore degli spettatori in virtù di un canto di tempra autentica, forte di squilli all’acuto lucenti e sonori, ben legato e saldamente governato lungo l’intera estensione fra declamazioni robuste e mezze voci, ampiezza dei fiati, declinazioni espressive, preziose smorzature di colore. A Napoli ha con lucida lama restituito un Radamès condottiero valente e amante sincero, un Turiddu dal vivo slancio verista, un Otello impulsivo e passionale, un Cavaradossi di grande fascino umano”.

La gioia di Jonas Kaufmann, sin dall’ingresso nella raccolta e affollata chiesa dove da bambino cantò Caruso, è palpabile. Sorride generoso e spontaneo, quindi a caldo commenta: «Non sono in grado di fare un paragone fra me e il grande tenore napoletano celebre nel mondo. Ma sento di poter dire subito – confessa appena ricevuti premio e pergamena – di sentirmi un numero uno per l’onore di essere qua, felice e quasi senza parole nel contesto d’origine di un supereroe qual è stato per tutti noi l’artista che ha tagliato il nastro come star della nascente industria discografica, che ha cambiato il modo di cantare l’opera, che ha per primo saputo cavalcare i nuovi canali di pubblicità e fruizione, portando e divulgando oltreoceano la Canzone napoletana. Quanto espresso dalla motivazione del Premio – aggiunge – da un lato mi fa arrossire ma, dall’altro, mi rende in questi luoghi veramente il più felice e fortunato tenore al mondo».

Statura globale, autenticità espressiva e valenza emblematica al principio di un secolo sono tratti in comune a ogni modo evidenti.
Il legame che io stesso sento con un grande interprete come Caruso, al pari delle generazioni di cantanti venute a seguire, è l’aver raccolto il testimone di un nuovo modo di impostare la voce, con forza, con tutto il corpo. Basta ascoltare le sue incisioni del citato anno 1903 e confrontarle con quelle del non meno grande Tamagno per comprendere le differenze fra due voci appartenenti a generazioni assolutamente distanti, sia per tecnica che per stile. Con Caruso inizia una nuova era e una diversa gloria, per l’opera e per lo stesso mestiere del cantante. Oggi ne abbiano assimilato naturalmente il portato ma è anche vero che, rispetto ai tenori compresi fra la sua epoca e la nostra, Pavarotti compreso, si richiede qualcosa in più, spinti come siamo a sostenere in una concorrenza serrata spettacoli complessi, molto più simili alla realtà delle nostre vite.

Nello specifico, fra produzione e resa, cosa vi si richiede?
Di essere un pacchetto forte in tutto. Vocalmente ineccepibili, è naturale. Ma, anche, di essere in grado di diventare attori particolarmente credibili per conquistare il pubblico, in special modo quello dei giovani, cresciuti in un mondo più veloce e aggiornato. Allo stato attuale abbiamo il cinema, la tv, piattaforme e immagini virtuali. Vale a dire un contesto che, agevolando una maggiore identificazione realistica, chiama anche noi della lirica a correre in un gioco diverso, molto più esigente e difficile in termini di partecipazione scenica. Per far ciò, chiaramente, dobbiamo essere totalmente padroni della nostra voce perché veramente non si ha più il tempo di pensare a come gestire l’acuto o il fiato da prendere in un certo modo o in un determinato istante. Il canto deve essere un automatismo immediato su cui poter contare, al cento per cento. Poi ci si butta sull’interpretazione del carattere. Così funziona soprattutto oggi e questo ritengo sia l’aspetto fondamentale su cui dover lavorare, nel bene o nel male, per i futuri cantanti.

Quanto e in che misura contano, per il canto dell’eroe, studio, istinto e passione?
Sono tre componenti fondamentali ma, innanzitutto, deve esserci la voce. O, meglio, la consapevolezza delle risorse del proprio strumento-voce. Mi ritengo a tal merito molto fortunato per aver scoperto e ben compreso, dopo i primi circa dieci anni, le peculiarità della mia voce. Uno strumento che mi ha permesso e mi permette di poter fare quasi tutto: il repertorio tedesco, francese, italiano. Un’apertura di tecnica e stile che ho costantemente seguito e fortemente chiesto nei diversi teatri del mondo per i quali ho lavorato. Inizialmente avrebbero voluto fare di me un tenore solo italiano, o solo tedesco. Ma sin dal principio non ho accettato limiti, né tantomeno avrei voluto fare carriera in un solo angolo del repertorio. Sarebbe stata una cosa troppo noiosa. Domingo, ad esempio, è riuscito in tutto. E alla fine anche io sono riuscito a cantare ogni autore secondo i miei sogni.

Dunque Wagner, Verdi, Leoncavallo, Mascagni, Puccini, Bizet, Berlioz, Gounod, Britten, il Settecento di Mozart, Beethoven e Paisiello persino. Inoltre, Rossini, Smetana e Richard Strauss, Modugno e il De Curtis di “Torna a Surriento” compresi. C’è altro nel repertorio che oggi desidera?
Difficile dirlo, perché sono stato piuttosto agevolato anche in questo. Non ci sono opere e ruoli che sento di aver perso. Ci sono personaggi che ho cantato in passato con molto piacere e che oggi non è il caso di interpretare più, come Alfredo in Traviata e Ferrando nel Così fan tutte, fatto un’infinità di volte. Rodolfo, altro ruolo che amo, ho invece avuto la possibilità di riprenderlo di recente. Dunque nessuna grave assenza né desideri che mi fanno piangere sul cuscino, però qualcosa in sospeso ancora c’è.

E cioè?
Mi farebbe piacere affrontare Fedora e la Gioconda. Poi ci sono dei caratteri che mi interessano molto, ma solo sul fronte drammaturgico, come Ochs del Rosenkavalier e Scarpia in Tosca.

Basso l’uno, baritono l’altro: non vorrà mica cambiare voce?
Ne parlo in via scherzosa naturalmente perché, posso garantire, non ho alcuna intenzione di cambiare corda. Per il momento, sto benissimo nel registro di tenore.

Quali sono stati i suoi riferimenti fra modelli storici e obiettivi moderni?
Secondo me un giovane musicista ha davanti a sé due strade: vedere ciò che ha intorno cercando di seguirne l’esempio, o rivolgersi al passato, cercandovi una forma di ispirazione. Io ho sempre guardato indietro, pur avendo iniziato a cantare nei giorni in cui i tre tenori Domingo, Pavarotti e Carreras erano la massima espressione lirica del momento. Sono sempre stato infatti un grande amico delle registrazioni del passato. Non è facile da spiegare a parole, ma in quegli ascolti riconoscevo con gioia, oltre alla bellezza della voce e alla sapienza delle interpretazioni del testo, un’eleganza che oggi in effetti non c’è più.

Cosa è subentrato a suo avviso?
Fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo appena trascorso la vocalità, e la musica in generale, ha iniziato a essere sempre più spinta, aggressiva. Certo, capisco le esigenze dell’epoca moderna e ritengo giusto andare avanti. Ma queste note sono state create in epoche molto più calme, in cui non è giusto aumentare troppo le velocità, i suoni, le dinamiche. Rispondendo dunque alla domanda di partenza, personalmente credo sia importante far sempre sentire nella voce come un piccolo sorriso, pur nella sofferenza del ruolo o del passaggio. Sbagliato sarebbe d’altra parte imitare alla cieca un determinato mito. Bisogna comprenderne lo stile ma fare sempre i conti, realisticamente, con la voce che si ha. Non si può cambiare lo strumento, ma si può lavorare sulla tecnica e scegliere in maniera opportuna il repertorio.

Lei è ambasciatore ONU per il programma Scopi della civiltà. Come vive questi giorni di grave tensione mondiale?
In questi giorni si può veramente perdere la fiducia in un futuro positivo per l’umanità, avendo visto di nuovo quanto l’uomo sia alla fine sempre capace a far cose malvage senza rendersi conto delle conseguenze. Abbiamo avuto quasi tutti la fortuna di appartenere a una generazione cresciuta in decenni di pace. Speravamo, pur temendolo, che per noi fosse lontano il ricorrere all’uso diciamo pure medievale delle armi. Purtroppo la realtà di questi giorni ci dice che non è così. In tal senso il mio impegno con l’Onu, nelle premesse abbastanza facile, diventa quasi impossibile.

Qual è in tal caso il vostro compito?
È far capire che si è tutti pur sempre su un’unica barca, in qualunque parte del pianeta si viva. Quindi non ha senso combattere, rinnegare la pace. Ha senso, piuttosto, lavorare a un progetto che unisca tutti per poter migliorare la Terra, in termini ambientali e climatici, civili e culturali, nei rapporti e nelle intese internazionali. In realtà ognuno pensa alla gloria temporanea, lasciando scivolare i veri problemi da risolvere sulla generazione successiva. Ma così non funziona.

In una recente intervista auspicava il ritorno all’opera nell’esperienza quotidiana, come ai tempi di Caruso. A tal merito quale ritiene sia oggi il ruolo dell’arte e della cultura, anche in vista della recente candidatura del canto lirico italiano quale Patrimonio immateriale dell’Unesco?
La musica è una soluzione importante, forse l’unica, basata com’è su un linguaggio universale. Nei secoli la musica e la cultura in genere è sempre stata un mezzo per ricordarci che abbiamo un’educazione e una storia che ci lega, sciogliendo il ghiaccio che può esserci nei cuori. La lirica e la classica poggiano su linguaggi capaci di far nascere lo spirito della pace in tutti noi. Speriamo lo si comprenda e senta presto.

La sua presenza a Napoli, grazie al felice rapporto con il Teatro San Carlo, è ormai garantita…
È un’altra delle mie scelte fortunate e fortemente volute. Il San Carlo è un Teatro dalla storia importantissima, così come ricca di centinaia e centinaia di tesori è la stessa città di Napoli, il cui Golfo è un vero paradiso. Mi piace da morire stare qua, anche perché non vivo solo in palcoscenico ma adoro uscire per le strade, andare sulle isole, al mare, soprattutto mangiare. E poi vogliamo parlare dei tramonti di Capri, della Penisola Sorrentina, dei Quartieri Spagnoli, dei musei, dei Caravaggio, delle chiese e dei luoghi d’arte, da Capodimonte alla Certosa di San Martino? Sono tanti gli angoli segreti e i posti d’incanto. Come la casa oggi museo del grande Caruso.