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Il mio impegno per Rossini, genio che guardava al futuro – Intervista a Ferdinando Sulla

Galeotti furono i tre tenori. È stato proprio dopo aver ascoltato uno dei concertoni della premiata ditta Pavarotti – Domingo – Carreras che un Ferdinando Sulla bambino, colpito soprattutto dalla gestualità di Zubin Mehta, decise che la direzione d’orchestra sarebbe stata la sua professione. Il direttore calabrese, oggi trentenne, sarà sul podio della nuova produzione de L’italiana in Algeri di Rossini che debutta il 5 febbraio al Teatro della Fortuna di Fano, per poi andare in scena anche a Fermo e Ascoli Piceno. Si tratta di un allestimento firmato per la regia da Cecilia Ligorio, in collaborazione con il Rossini Opera Festival e con l’Accademia rossiniana “Alberto Zedda” di Pesaro.

Partiamo da L’italiana in Algeri: è un debutto per lei in quest’opera? Come sarà la sua lettura?
Sì, è la prima volta che affronto questa partitura apparentemente molto semplice, ma scrigno di sfumature drammaturgico-musicali infinite, di un’intrico quasi destabilizzante. Cercando di mantenere sempre uno stretto contatto con il lavoro registico, e volendo rimanere fedele alla brillantezza della scrittura rossiniana, mi sono concentrato sugli equilibri dinamici e i contrasti ritmici che caratterizzano fortemente questo genere, tutt’altro che “minore”.

Qual è il segreto – se esiste – per valorizzare al massimo la scrittura di Rossini?
Credo che non esista una regola univoca per tutti, e la grandezza rossiniana risiede proprio in questo aspetto: per assecondare le esigenze di una scrittura che rimarrà per sempre mirabile esempio di virtuosismo compositivo, ogni interprete può scorgere liberamente il proprio segreto. I caratteri rappresentati da Rossini si reincarnano nei tratti distintivi degli esecutori che interpretano quei ruoli, così come la musica diventa anima e sangue di chi la esegue. Non può esistere un doppio livello e quindi un distacco in nome della “giusta misura”, come per esempio avveniva nello stile galante. Rossini ci mostra e ci fa vivere i sentimenti “semplici” che coinvolgono direttamente e parlano alle donne e agli uomini di qualsivoglia epoca, razza e cultura.

Ci racconti brevemente come sarà questa produzione e come ha lavorato con regista e cantanti.
Ho trovato calzante e soprattutto molto efficace l’ambientazione nel mondo del cabaret, quindi in un’epoca molto prossima alla nostra, divenendone non solo la cifra comica, ma anche riflessiva riguardo alcuni aspetti socio-culturali molto attuali. La sinergia nata con Cecilia Ligorio e il suo team creativo, ha fatto sì che il plagio funzionasse fin da subito con la mia lettura musicale. Allo stesso tempo anche il cast vocale, quasi tutti allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda” di Pesaro, ha dimostrato grande professionalità e enorme talento nell’affrontare una coraggiosa ed eroica “follia organizzata”, così definita dallo stesso Stendhal.

Com’è arrivato a diventare direttore d’orchestra?
In realtà decisi a sei anni, grazie al concerto dei tre tenori al Dodger Stadium di Los Angeles del ’94, sotto la direzione di Zubin Mehta. Mio padre, appassionato della musica, registrò il concerto su una mitologica VHS che io distrussi a furia di usarla. Folgorato dalla figura ed eleganza del Maestro Mehta iniziai a imitarne i gesti impugnando uno spaghetto, debitamente rubato ogni volta dalla credenza di mia madre, fin quando capì che la musica poteva essere la mia strada e da lì ebbe inizio il mio percorso di studi: il canto, l’organo, la composizione e infine la direzione di coro e d’orchestra.

Cosa rappresenta Rossini nell’evoluzione della storia dell’opera lirica italiana?
A questa domanda ho in parte risposto prima, ma posso aggiungere che il Cigno di Pesaro rappresenta la fine di un mondo e di un codice a quel tempo ormai consunto e caratterizzato dalle nostalgie estetiche dell’ancienne régime, traghettando, invece, il teatro musicale nel futuro. Basta ascoltare lavori come Moïse et Pharaon per capire quanto dirompente sia l’anticipazione del Romanticismo musicale tra quelle pagine. In questa direzione Rossini ci mostra, inoltre, quanto sia importante e fondamentale nell’arte, l’anelito visionario alla modernità. Oggigiorno, nell’ambito della musica cosiddetta “colta”, l’attenzione è focalizzata esclusivamente sul passato, che pur rimanendo epigono assoluto della nostra tradizione, ci fa ignorare in maniera molto rischiosa la musica contemporanea. Quanti compositori hanno vissuto e vivono ancora oggi nell’ombra e soprattutto lontani dai cartelloni teatrali e concertistici? Tantissimi, forse la quasi totalità, in special modo tra i viventi. Quando rifletto sulla questione mi vengono in mente sempre le parole pronunciate da Carmelo Bene in più occasioni, nelle quali asseriva che la nostra società è fondata su una cultura di morti. Il suo pensiero non era altro che il prolungamento di quanto già predetto da Pasolini qualche decennio prima. Di questo passo la “nostra” musica avrà poco futuro. Non esiste solo la musica del passato che parla al presente. Esiste tanta musica del presente che parla del futuro, svolgendo così la stessa funzione che fu assolta dalla musica di Rossini e degli altri grandi della storia nel loro periodo e contesto storico-sociale. La necessità di riaprire il dialogo, i dibattiti, anche le liti se necessario, sul senso della musica di oggi è fondamentale e vitale, altrimenti rischieremo l’estinzione e la collocazione perpetua nel museo del politicamente reazionario.

Lei hai curato l’edizione critica della Messa di Milano e del Miserere di Rossini. Ci racconta come nascono questi capolavori e quali sono le novità che l’edizione critica ha evidenziato?
Le produzione sacra giovanile di un autore di quel periodo, rappresenta un aspetto molto pratico dell’attività compositiva: per gli studenti di musica, comporre musica sacra era una prerogativa dell’apprendistato musicale, un’azione ordinaria, un compito quotidiano. Ma non per questo è da considerare una produzione di minor pregio e interesse, poiché nel “mero” esercizio tecnico sono poste le basi del linguaggio e dello stile. Insieme al team della Fondazione Rossini, fulgido e raro esempio di competenza umana e professionale, sapientemente guidato da Ilaria Narici, siamo riusciti a far luce su alcuni aspetti decisivi, come nel caso della datazione: oggi sappiamo che risale fra il 1812 e 1813. E, ancora più importante, oggi sappiamo che almeno una parte dell’autografo della Messa è stato approntato a Milano. Il nome al lavoro fu dato circa cinquanta anni fa solo in considerazione del fatto che le fonti principali si trovano custodite nella biblioteca del Conservatorio “Verdi” di Milano, senza però identificarne il luogo di origine.

Quali sono i suoi impegni futuri?
Visto il periodo di incertezza, i molti impegni che mi vedranno coinvolto non sono ancora del tutto ufficializzati. Ma prosegue il mio impegno per la ricerca e la diffusione delle opere sacre rossiniane del periodo giovanile. A tal proposito presto ci saranno tante interessanti novità.