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Vado a “Nozze” con Mozart – Intervista a Riccardo Fassi

Vocalità ben timbrata e omogenea unita a una bella e misurata presenza scenica, Riccardo Fassi è a trent’anni d’età uno dei bassi cantanti più apprezzati in Italia e all’estero, richiestissimo per ruoli mozartiani, ma con un repertorio che si spinge fino al Belcanto e a Verdi. Nato a Milano, debutta nel 2014 come Masetto nel Don Giovanni di Mozart al Teatro Sociale di Como. Da quel momento la sua carriera è stata tutta in accelerazione, portando il cantante italiano a calcare alcuni dei palcoscenici più importanti in Europa tra cui la Wiener Staatsoper, il Teatro alla Scala di Milano, la Staatsoper di Berlino, l’Arena di Verona, il ROF, il Teatro dell’Opera di Roma e la Royal Opera House di Londra, teatro questo, dove ha debuttato lo scorso luglio come Don Giovanni, grazie a una sostituzione inaspettata. Fassi è ora nuovamente impegnato al Covent Garden, dove a partire dal 9 gennaio canterà il ruolo del titolo in Le nozze di Figaro, nell’allestimento di David McVicar del 2006, ripreso questa volta sotto la direzione di Antonio Pappano. Connessi all’Opera ha incontrato il giovane basso al termine di una delle prove.

Partiamo proprio da Figaro che, se non sbaglio, è il ruolo che ha interpretato di più nella sua carriera. Come si è evoluto nel tempo il suo approccio al personaggio?
Questa per me è la settima produzione delle Nozze. Ogni allestimento riesce a farmi scoprire un aspetto differente di Figaro. È un personaggio molto complesso, come lo sono d’altronde tutti i ruoli di questo titolo. La trama è così complicata che è facile rimanere in superficie nel cogliere le reazioni e azioni sceniche dei personaggi. Ovviamente al debutto l’approccio era condizionato dalla tensione e dall’inesperienza. Riprendendolo di produzione in produzione, ho avuto invece modo di apprezzare aspetti più complessi e le diverse sfumature di un personaggio con il quale ora mi sento in piena sintonia: è proprio un ruolo mi viene naturale, senza forzature. Figaro ha freschezza e naturalezza nelle sue pulsioni, una trasparenza e anche una semplicità che ho sempre trovato facile esprimere.

Com’è lavorare con Pappano e McVicar?
È un grandissimo privilegio. Con McVicar avevo già debuttato nel Falstaff a Vienna, anche se cantando Pistola non avevo avuto modo di apprezzare a fondo il genio, la creatività e la chiarezza di idee che McVicar ha, proprio a livello di disegno globale dell’opera. Una grande fortuna anche lavorare con Pappano. Entrambi sono presenti alle prove ogni giorno ed è straordinario quanto vogliano spingersi a fondo: con loro anche un respiro è sempre ricco di significato e perfettamente contestualizzato. Ogni giorno è una sfida bellissima. Poi il loro modo di interagire con gli interpreti è veramente gentile e professionale. Ogni richiesta di Pappano è sempre congeniale sia ai personaggi che alla vocalità dei cantanti.

La scorsa estate ha anticipato il suo debutto alla ROH grazie a una sostituzione nel ruolo del titolo del Don Giovanni di Mozart. Che ricordo ha di quella esperienza?
Splendido. In quei mesi ero molto in sofferenza fisica per una sciatalgia, quindi c’erano tutti i presupposti affinché l’esperienza si trasformasse in un vero e proprio incubo. Ero molto preoccupato, ma fortunatamente sia il teatro che la produzione mi hanno messo nella condizione di godermi il ruolo e un debutto che è stato poi magnifico, senza alcuna tensione o nervosismo.

Torniamo agli inizi. È vero che è approdato all’opera in maniera casuale e che le sue passioni erano ben altre?
È vero. Studiavo Lettere e Filosofia all’università e suonavo la chitarra in maniera puramente amatoriale. Per curiosità andai a lezione di canto, completamente a digiuno di musica classica e di nozioni di tecnica vocale. Il mio maestro, da cui inizialmente ero andato per studiare canto leggero, mi disse che avevo del potenziale per riuscire bene anche nel canto lirico: mi è venuto naturale cogliere l’occasione e lanciarmi in una nuova sfida.

È stato il suo maestro a inquadrarla come basso cantante?
Non da subito ovviamente. Un giovane agli inizi, non avendo ancora chiara l’appartenenza a un determinato registro vocale, dovrebbe – almeno secondo la mia opinione – rimanere in una sorta di nebbia fumosa che permetta poi con il tempo di chiarire il repertorio e anche la vocalità, soprattutto per salvaguardare la salute dello strumento.

Ma a oggi ci si ritrova in questa definizione?
Certamente, anche se in realtà basta spostarsi di Paese e la sensibilità riguardo a queste definizioni cambia. In Italia è basso cantante, nel repertorio francese ad esempio il confine è a volte più labile perché molti ruoli definibili per “basso” sono basso-baritonali. A seconda del Paese, tutte le definizioni e le vocalità prendono sfumature differenti.

Ripensando agli esordi, com’è riuscito a conciliare il desiderio di non lasciarsi sfuggire delle opportunità con la consapevolezza di cantare il ruolo giusto al momento giusto? Solo fortuna o ha dovuto dire dei no?
Ho detto una grande quantità di no, anche a occasioni allettanti, sia per il prestigio del teatro che per il ruolo proposto. Però è stata una scelta che è venuta in modo del tutto naturale. Il mio maestro sin dalle prime lezioni mi aveva messo in guardia che il percorso per un cantante è lungo e la mia vocalità avrebbe avuto bisogno di tempo per evolvere in modo naturale. Tra i trenta e quarant’anni questa vocalità raggiunge il pieno della sua maturazione, se non tra i quaranta e cinquanta. Quindi non c’è assolutamente fretta, bisogna fare le cose con calma per non bruciare le tappe.

Mozart è la colonna portante del suo repertorio, dove troviamo anche Verdi e il Belcanto, con Rossini e Bellini in testa. Quale autore trova più vicino alla sua vocalità o sensibilità?
È difficile da dire perché le scelte di programmazione non sono spesso volontarie e la settorialità intesa come scelta di repertorio specifico, per un cantante esordiente, è di fatto molto difficile da raggiungere al giorno d’oggi. Di fatto, bisogna essere pronti a cantare un po’ di tutto. Detto questo, Mozart è il compositore che sento più vicino a me anche per il numero di produzioni e ruoli che ho cantato. Vocalmente, però, trovo più comodità tecnica nel Belcanto perché in Mozart, soprattutto per i ruoli maschili, parola e azione scenica sono difficili e spesso concitate e quindi la comodità nella linea di canto viene in un certo qual senso sacrificata, rispetto per esempio a Bellini o a Verdi, dove invece la fa da padrona.

Quali ruoli vorrebbe debuttare in un prossimo futuro e quali invece rimangono un sogno nel cassetto, magari per la maturità?
Beh, il sogno nel cassetto sarebbe cantare grandi parti verdiane come Fiesco, Filippo II e Attila, tutti miraggi per ora, proprio per quella gradualità nella scelta del repertorio a cui accennavo prima. Tra i ruoli che mi piacerebbe debuttare invece c’è Enrico VIII di Anna Bolena, che infatti avrei dovuto cantare, ma il debutto è saltato a causa della pandemia e rimane ora in data da definirsi. Poi il Belcanto, magari Sir Walton dei Puritani, Raimondo di Lucia di Lammermoor, o tutti quei ruoli che portano nella direzione di Verdi e che mi permetterebbero di sviluppare gradualmente un certo di modo di cantare, grazie a orchestrazioni differenti. Ma non escludo nemmeno il Rossini serio, Semiramide per esempio.

Lei è molto richiesto all’estero. Che differenza ha riscontrato con l’Italia nell’attenzione riservata ai cantanti lirici da parte delle istituzioni?
In alcun Paesi mi sembra ci sia un maggior riconoscimento della figura cantante. Sicuramente si avverte meno lo scollamento tra cultura e società, soprattutto nei paesi germanici e, nello specifico, tra le nuove generazioni. Vi si respira un’aria diversa, senza scomodare Vienna, esempio lampante di cosa possa rappresentare il teatro a livello di attaccamento del pubblico e di presenza nella cultura cittadina.

La sua personale esperienza con le regie moderne.
Interessante perché, anche se a volte l’ambientazione è troppo lontana dal libretto e arriva a snaturarlo, può essere vissuta dal cantante come un’esperienza formativa per imparare a ripensare i personaggi. Il rischio di impostare una regia sempre nello stesso modo è di fossilizzare un ruolo e di irrigidirlo in situazioni che invece dovrebbero essere sempre nuove: intendo le emozioni, le reazioni, gli accenti, il modo di cantare l’aria, il taglio psicologico del personaggio. È vero che poi lo spartito e la storia alla fine sono quelli, e ci si può discostare fino a un certo punto. Però, l’attualizzazione può essere vissuta come un esercizio per mantenere una mentalità aperta e superare i preconcetti. Le regie moderne spesso non vengono apprezzate appieno, proprio perché il pubblico arriva a teatro con la propria idea e non è in grado di aprirsi o mettersi in discussione. Lo stesso dovrebbero fare i cantanti, anche se non è per niente facile.

Quali sono stati i suoi modelli di riferimento vocali?
Ce ne sono tanti. Ovviamente mi viene da citare Cesare Siepi ma anche Giorgio Tozzi, o Samuel Ramey e Michele Pertusi, per rimanere a tempi più recenti.

Come convive con questa perenne incertezza legata alla pandemia?
Cerco di vivere senza crucciarmi troppo. In un clima di incertezza, è difficile lavorare con serenità, ricercare la profondità d’approccio e la cura del dettaglio. Alla fine bisogna prendere questa situazione come una sfida e vivere il periodo delle prove come un esercizio, isolandosi dal contesto esterno e cercando di non farsi condizionare dalla paura di quello che potrebbe succedere.

Secondo lei quali sono i principali rischi di un abuso dei social media da parte dei cantanti, specialmente quelli più giovani? Lei che uso ne fa?
Mi sforzo di usarli, anche se non ne ricavo piacere e non li trovo molto utili. Il problema principale è che i social media sono tutti improntati sulla distrazione e alimentano un concetto di arte fast food che è di fatto l’opposto dell’opera, per definizione lunga e complessa. Sono due visioni inconciliabili, a mio avviso. Nessuno userebbe Instagram per scrivere un racconto di tre ore, mentre l’opera è proprio quello. Diventa quasi controproducente abituarsi a questo tipo di attenzione e ricercare anche nell’opera momenti di breve creatività, perché di fatto con i social è tutto rapido, tutto uso e getta. Il problema vero è che la nostra società sta andando in una direzione opposta alla natura intrinseca del teatro lirico. Tentare di ringiovanire l’opera e renderla più attuale attraverso i social, alla fine, rappresenta solo una soluzione parziale.

Cosa le piace fare quando non canta? Suona ancora la chitarra?
Ahimè, ho smesso completamente di suonare, anche perché lo facevo in maniera amatoriale e con tutti questi spostamenti sarebbe comunque impossibile. Principalmente leggo, mi alleno in palestra per temprare il fisico, cammino, visito musei.

Ci parli dei suoi impegni futuri, pandemia permettendo.
Subito dopo le Nozze a Londra, dovrei essere al Regio di Torino per recuperare il ruolo di Colline nella Bohème che stavamo per debuttare prima della pandemia. Subito dopo sarò a Berlino per completare la trilogia mozartiana cominciata durante la pandemia con Le nozze di Figaro, riprendendo la stessa produzione delle Nozze e concludendo con Don Giovanni; ci sarà anche Così fan tutte con un altro cast. Canterò i ruoli di Figaro e Leporello; la direzione musicale è del maestro Barenboim, mentre la regia è di Vincent Huguet.

Prima di salutarci, vuole cogliere l’occasione per ringraziare qualcuno?
Sicuramente il mio maestro Gianluca Valenti, che mi ha sempre seguito fin dagli inizi e che spero mi accompagnerà in tutto il mio futuro professionale. Oltre a lui, ringrazio il mio maestro ripetitore Stefano Giannini che mi ha veramente fatto capire cosa voglia dire preparare un ruolo e saperlo bene, in maniera musicalmente infallibile. Tra i tantissimi che potrei citare, mi sento anche di ringraziare il maestro Giulio Zappa e il mio agente Alessandro Ariosi per il lavoro svolto assieme.