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Rossini ha cambiato la mia vita – Intervista a Cecilia Molinari al suo debutto scaligero

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Un medico all’opera, innamorata di Rossini. Il mezzosoprano Cecilia Molinari non è solo una delle giovani voci più interessanti del panorama lirico contemporaneo, ma vanta un curriculum nel quale ci sono anche un diploma in flauto traverso e una laurea in medicina. Molinari si prepara a debuttare al Teatro alla Scala nel ruolo di Isabella ne L’italiana in Algeri di Rossini che sarà in scena martedì 25 maggio alle 19,10 (in diretta streaming sul sito www.teatroallascala.org e sui canali Facebook e YouTube del teatro e in diretta stereofonica su Rai Radio Tre). L’abbiamo intervistata.

Come si sente in vista di questo debutto?
Un doppio debutto non è facile da gestire, inoltre si tratta della mia prima produzione dall’inizio della pandemia. Tornare sul palco con la scena e i costumi dopo così tanto tempo dà una bella dose di adrenalina in più.

Come sarà la sua Isabella? Come procede il lavoro con i colleghi?
La mia Isabella sarà fresca e divertente. Mi riconosco in molti aspetti della protagonista, primo fra tutti il non scoraggiarsi di fronte alle avversità. Sono circondata da colleghi meravigliosi che hanno cantato quest’opera già innumerevoli volte e tutto promette che lo spettacolo si sviluppi in maniera organica e frizzante.

Interpreterà una storica regia di Ponnelle: ce ne sintetizza l’attualità?
L’incontro fortunato tra Ponnelle e l’Italiana ha creato uno spettacolo brillante, in cui ciò che viene detto sulla scena viene rappresentato. Nessun sottotesto, nessuna interpretazione nascosta. La musica diventa movimento sul palco stesso e tutto permette di ricreare quella “follia organizzata” tanto cara a Stendhal. Certo il gusto registico è cambiato, ora molte scelte sarebbero rifiutate e forse anche bandite. Ma se lo spettatore riesce a guardare allo spettacolo come frutto del tempo in cui è stato concepito, oltre al sano divertimento rossiniano, può trovare molti spunti per allargare il suo occhio critico e mantenere viva la memoria della storia dell’opera.

Lei ha all’attivo numerosi ruoli rossiniani. Cosa rappresenta Rossini nella sua carriera?
Prima di imbattermi nell’Accademia Rossiniana non avevo nessun dubbio su cosa avrei fatto “da grande” e non era la cantante lirica. Rossini ha cambiato tutte le carte in tavola e gliene sono grata.

Ha frequentato l’Accademia rossiniana con Alberto Zedda: che ricordo ha del Maestro e qual è il suo insegnamento più grande?
Con il Maestro Zedda ho studiato il ruolo di Rosina e ricordo di aver passato con lui almeno mezz’ora sulle prime due battute dell’aria fino a trovare il giusto colore e l’intenzione precisa. Lì ho capito ancora una volta cosa significhi cantare veramente Rossini. Il Maestro mi insegnato che cadere nella noia è molto facile, e per evitare questo bisogna rimanere sempre attenti e appassionati.

Nel suo curriculum ci sono anche un diploma in flauto traverso e una laurea in medicina: come mette insieme le tessere di un così composito mosaico? Davvero la musica è medicina per l’anima?
Sono un’anima curiosa, mi piace studiare da sempre e organizzarmi è il mio forte. Credo che unendo queste caratteristiche, e la giusta dose di coincidenze, sia arrivata a portare a termine molti miei obiettivi. Confermo che musica e medicina sono strettamente connesse. La musica, come le altre arti, è cura.

Quali sono i suoi impegni futuri? C’è un ruolo che le piacerebbe affrontare e non ha ancora in previsione?
I miei impegni futuri prevedono il ritorno in Scala per una nuova produzione del Barbiere di Siviglia a settembre, La Marchesa Melibea al Bolshoi, Dorabella a Dresda, Cherubino a Siviglia, lo Stabat Mater di Rossini ad Amsterdam. Mi piacerebbe molto aprirmi al repertorio francese. Sogno un giorno di cantare Charlotte del Werther, ma non ho fretta. Mi piace godermi il percorso e per ora il panorama non è niente male.

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