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Il mio Mozart con Muti – Intervista a Giovanni Sala

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Giovane tenore italiano non ancora trentenne, Giovanni Sala è oggi considerato notevole interprete dei ruoli mozartiani scritti per la sua tipologia vocale: Don Ottavio nel Don Giovanni, Tamino nel Flauto magico  e, più recentemente, Ferrando nel Così fan tutte. Proprio in quest’opera, registrata nei giorni scorsi al Teatro Regio di Torino sotto la direzione di Riccardo Muti, Sala ha cantato insieme a un cast tutto italiano, affidato alla cure registiche della figlia di Muti, Chiara: un allestimento pensato nel 2018 per il Teatro San Carlo di Napoli. L’opera verrà trasmessa gratuitamente online giovedì 11 marzo alle ore 20 grazie a RMMusic. Lo streaming resterà disponibile on demand fino al 30 settembre 2021. Abbiamo intervistato il tenore comasco al termine della sua recente fatica, che lo ha impegnato per oltre un mese di prove, entusiasta e felicissimo dell’esperienza appena conclusa.

Com’è andata? Vedremo e ascolteremo dunque un bellissimo Così fan tutte?
È stato un periodo intenso, non sempre facile (peculiarità della “bellezza” e della continua ricerca), ma che ho amato dal primo giorno di prova fino all’ultimo secondo di registrazione. Il Maestro Riccardo Muti e Chiara hanno in comune, oltre al legame che li unisce, una profonda attenzione alla ricerca della verità. Verità che, per quanto riguarda i cantanti, da un lato viene espressa attraverso lo strumento della propria voce, guidata con passione, determinazione e carisma in una dimensione quasi magnetica con il Maestro; dall’altra, una verità fisica, caratterizzata da gestualità mai lasciate al caso in un continuum con musica e parola. In questa direzione si è condotti a uno studio approfondito e intimo del personaggio, che si traduce in un’armoniosa visione d’assieme, in cui prosa e lirica si fondono. Resterà per sempre indelebile il senso di unità e compattezza che entrambi sono riusciti a creare sia sul piano registico che musicale. Mi sono sentito parte del tutto e ho sperimentato come palco e buca lavorino in sinergia e armonia nella creazione dello spettacolo.

Come è nata la sua passione per l’opera?
Vengo da una famiglia nella quale la musica è sempre stata di vitale importanza. Mio padre è cantante e diplomato in pianoforte, mia madre musicologa. Le mie sorelle e io siamo cresciuti in un ambiente dove ogni giorno si ascoltava, si parlava e si faceva musica. Abbiamo fondato un gruppo vocale di polifonia sacra, il “Gruppo vocale famiglia Sala” con il quale abbiamo vinto molti concorsi. Dopo il Liceo mi sono iscritto al Conservatorio di Milano e dopo la vittoria al concorso AsLiCo, nel 2015, la mia carriera è iniziata con il ruolo di Don Ottavio nel Don Giovanni con la regia di Graham Vick.

Lei ha già cantato il ruolo di Ferrando a Genova e a Trieste tempo fa. Riccardo Muti le ha fatto cambiare qualcosa nel suo modo di interpretare Ferrando?
Muti si attiene moltissimo al carattere del personaggio definito dalla musica di Mozart. Un carattere molto passionale, fiducioso nell’amore di e per Dorabella. Eppure sarà proprio Ferrando a innamorarsi perdutamente di Fiordiligi nel corso dell’opera, contravvenendo ai suoi proclami di fedeltà. Muti vuole che ogni ruolo sia collegato agli altri in una continua corrispondenza di intenti, in un gioco quasi “polifonico”. Non c’è un minuto, un secondo, che non si penda dalle sue labbra. Tutto ciò che dice è illuminante.

Il suo repertorio, per ora, si attiene quasi interamente a Mozart. Verso quale altri compositori e verso quali altri ruoli tenorili si sente più attratto?
Per ora continuo con Mozart e magari con Donizetti, prima di spostarmi in un repertorio per il quale la mia voce forse non è ancora pronta. Amerei molto cantare anche Britten o Bernstein, ma per i loro ruoli tenorili difficilmente viene chiamato un cantante italiano purtroppo. Il ruolo di Tony, in West Side Story ad esempio, mi piacerebbe moltissimo, ma a parte il fatto che raramente il capolavoro di Bernstein viene allestito in Italia non so se a qualche direttore artistico verrebbe in mente di propormelo. Riccardo Muti mi ha consigliato di studiare la parte del Duca in Rigoletto. Ci sto pensando. Di Verdi ho già cantato Fenton nel Falstaff, ma è ruolo molto diverso, vocalmente meno impegnativo di quello del Duca.

E Rossini?
Rossini non rientra nei miei orizzonti. Non possiedo una voce adatta al canto di agilità, fondamentale per il suo repertorio.

L’opera francese le piace?
Tempo fa mi furono proposti i Pescatori di perle di Bizet. Ho iniziato a studiarli e mi piacevano moltissimo, ma poi a causa del Covid non è stato possibile metterli in scena. Peccato.

C’è qualche tenore del passato che ammira particolarmente?
Innanzitutto, per i ruoli di Mozart, Fritz Wunderlich che ammiro incondizionatamente. Fra gli italiani, ovviamente Luciano Pavarotti e Franco Corelli, anche se quest’ultimo non appartiene certo alla mia tipologia vocale. Amo però molto il suo modo di porgere le frasi, il suo timbro cosi maschile ed eroico. Non so se è cambiata la tecnica o se è cambiato il nostro modo di ascoltare, ma voci simili non ne nascono più.

Cambiata la tecnica di canto?
Forse ogni epoca ha un modo diverso di approcciarsi al canto. Oggi si fa tutto di fretta. Ci si sposta da un teatro all’altro con la velocità di un jet. Cinquant’anni fa ci si poteva dedicare per molto tempo a una sola produzione, senza accavallare un ruolo con un altro. Non so che dire. Molto è cambiato. Anche cantare per uno streaming è molto diverso che cantare per il pubblico. In una ripresa televisiva molto viene alterato, nel bene come nel male, dai microfoni.

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