Dirigo il grande repertorio, ma amo anche la musica di oggi – Intervista a Michele Gamba

Giovane e talentuoso direttore d’orchestra milanese, Michele Gamba ha appena concertato la donizettiana Linda di Chamounix per il Maggio Musicale Fiorentino (in streaming sul sito del teatro dal 15 gennaio). Molto richiesto all’estero quale interprete del repertorio italiano, Gamba nutre particolare interesse anche per i compositori d’oltralpe. Wagner, Strauss e Britten lo affascinano. Mozart e il suo Flauto magico lo attendono prossimamente.

Maestro Gamba, come mai dirigendo la Linda di Chamounix a Firenze ha deciso di non eseguire la Sinfonia scritta da Donizetti?
Era espresso desiderio di Donizetti che venissero eseguite solo 21 misure di introduzione (in re maggiore). La Sinfonia fu un’imposizione tardiva della Kärtner Oper di Vienna e infatti venne in seguito sempre espunta, sin dalla prima ripresa di Parigi. Nei folii manoscritti che ho avuto occasione di esaminare a Vienna, si legge chiaramente “attacca il Coro” dopo la breve introduzione. Donizetti stesso, per compiacere l’impresario viennese (che era italiano), si limitò a una mera trascrizione del suo quartetto per archi op. 18 nr. 2, senza alcun entusiasmo o adesione all’idea. Ce lo testimoniano numerose lettere e il ricco apparato critico Ricordi.

Come inquadrare un’opera fondamentalmente così atipica come Linda di Chamounix? Quali problemi interpretativi impone?
La drammaturgia musicale di Linda è estremamente frammentaria. La difficoltà principale che si presenta agli interpreti è dunque rendere fluido e continuativo il tessuto musicale e teatrale. L’equilibrio strutturale dell’opera è certamente delicato.

Il suo percorso sembra gravitare principalmente attorno al melodramma  italiano di tradizione. È questo il suo repertorio d’elezione?
Per mia fortuna, riesco a frequentare anche altri repertori, che mi offrono la possibilità di mettere a frutto gli studi musicali nella loro accezione più completa. L’anno passato ho inaugurato Milano Musica con musiche di Francesconi; alla Scala il prossimo maggio, virus permettendo, dovremmo finalmente avere la prima assoluta di Madina di Fabio Vacchi, un affascinante unicum che unisce i fili del teatro e della danza. A marzo, con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, eseguiremo il primo programma in Italia quasi interamente dedicato a Thomas Adès. Vengo poi da una Liederabend schumanniana con Markus Werba alla Scala (qui la recensione di Connessi all’Opera) e la primavera comincerà (speriamo!) con Il flauto magico a Dresda.

Quanto, in un’opera del belcanto, è fondamentale poter disporre di interpreti vocali eccezionali?
Il belcanto ha bisogno di grandi cantanti che siano anche grandi musicisti. La libertà del fraseggio e il gusto per l’agogica dovrebbe essere frutto della più ferrea disciplina musicale. Altrimenti il tutto si riduce a mera, volgare ed erratica anarchia. In questo senso, la collaborazione tra concertatore e cantanti è fondamentale. Il belcanto si fa insieme, non è una servitù coattiva.

Come sono i suoi rapporti con i registi di oggi? Herbert von Karajan dichiarò che decise di dedicarsi anche alla regia delle opere che dirigeva perché non sopportava intromissioni alla sua ottica interpretativa….
Mi sono sempre trovato a mio agio, almeno fino ad ora. Ho avuto la ventura di lavorare con registi preparatissimi. Quando si sono presentate divergenze su alcune scelte, abbiamo sempre cercato di metterci al pianoforte e giungere alla soluzione più aderente a ciò che la musica suggeriva. Con Cesare Lievi, grazie alla sua grande esperienza, questa produzione è stato un viaggio splendido tra riferimenti al teatro di Kleist e al poeta Zanzotto.

Come sta vivendo questo difficile periodo storico e cosa pensa delle esecuzioni in streaming?
Ne approfitto per studiare repertorio sinfonico nuovo e rimettermi al pianoforte. A marzo ho messo a memoria la sei Partite di Bach e adesso posso finalmente dedicarmi alle complicate partiture di Adès, che amo moltissimo. Lo streaming può fungere da catalizzatore dell’interesse di un pubblico più vasto. Appena le condizioni lo permetteranno, sono fiducioso che tutti avremo ancora più voglia di andare nelle sale da concerto e nei teatri.

Come immagina il suo futuro e quali opere o compositori amerebbe interpretare nei prossimi anni?
La musica di oggi ha tanto da dire e da offrire. La nostra arte è viva, più che mai. La mia formazione, poi, è avvenuta prevalentemente tra Germania e Inghilterra, dove il repertorio è vasto e multiforme: senza dimenticare i classici, che doverosamente continuerò a frequentare, c’è un orizzonte vastissimo da Schreker a Zimmermann, fino a Martinu e Maxwell Davis, che può suscitare meraviglia e attenzione negli esecutori e nel pubblico.

Photo credit copertina: Matteo Carassale