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Verso la riapertura dei teatri, tra sostenibilità economica e nuove regole – Intervista a Francesco Giambrone

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«Mantenere la rete dei rapporti di fiducia» tra gli enti lirici, gli artisti e il pubblico. È questo il messaggio di fiducia che traspare dalle parole di Francesco Giambrone, dal 2014 al suo secondo mandato come sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo (lo era già stato dal 1999 al 2002), e dal settembre scorso anche presidente dell’Associazione Nazionale Fondazioni Lirico-Sinfoniche (A.N.Fo.L.S.), che riunisce i sovrintendenti dei dodici teatri d’opera, presenti sul territorio nazionale. Nei difficili giorni della fase 2, a oltre due mesi dalla chiusura di tutti i teatri italiani e stranieri, ha accettato di illustrare alcune questioni cruciali nella politica di gestione degli enti lirici nella complessa fase della riapertura, che si spera ormai imminente, in condizioni di assoluta sicurezza.

Buongiorno, per cominciare! Com’è cambiata la giornata-tipo di un sovrintendente, in tempi di pandemia?
È completamente cambiata, nel senso che nessuna delle consuetudini del tempo normale si ripete oggi. Per il momento, peraltro, ancora stiamo a casa: anche se sto andando in Teatro, per cominciare a pensare alla riapertura. La prima cosa che manca è il contatto fisico con il luogo, ma soprattutto con chi lavora dentro i teatri: questo è il primo dei grandi temi. Il fatto che i teatri sono vuoti non vuol dire solo aver a che fare con dei siti bellissimi ma, in questo momento, con monumenti disabitati: è questa la cosa più incredibile per un sito che è stato concepito come un luogo della socialità, fatta anche dal pubblico ma, ogni giorno, dalla quotidianità di una comunità di artisti, tecnici, amministrativi, che si riunisce, lavora insieme e costruisce spettacoli. Da casa lavoriamo il quadruplo, molto più di quanto non facessimo prima, ma soprattutto ci troviamo nella situazione inedita di una complessiva incertezza, che riguarda sia i tempi per ricominciare, sia le modalità.

E infatti passo subito alla domanda cruciale: quando pensa riprenderanno le attività degli enti lirico-sinfonici? E come?
Non lo so, ci vorrebbe una sfera di cristallo per poter rispondere. Mi pare di capire, abbastanza chiaramente, che si va verso la riapertura del Paese: la fase 2 ha segnato la ripresa del motore produttivo, più avanti andremo verso la riapertura dei luoghi della cultura (i musei il 18 maggio), penso che nel mese di giugno apriremo anche i teatri. O per lo meno questa è la sensazione che si ha, anche leggendo gli atti del comitato tecnico-scientifico, che supporta il Governo. Abbiamo parlato lunedì scorso con il ministro Franceschini, credo che la volontà sia di riaprire nel corso del mese di giugno: mi pare un primo orizzonte temporale, rispetto a quando si temeva che tutto sarebbe stato rinviato a fine anno.
Il problema è come riaprire: perché il primo punto che dobbiamo avere in mente è che lo si potrà fare solo in sicurezza, e con questo mi riferisco sia al pubblico sia ai dipendenti. Un teatro d’opera è una struttura, un’azienda molto complessa, che muove centinaia di persone, e occorrerà farle muovere in assoluta sicurezza: nessuno potrà rischiare di avere problemi sul lavoro. Bisognerà adottare quindi tutti i parametri che saranno richiesti, ma che al momento ancora non conosciamo: ecco perché siamo ancora in una fase di incertezza. Nessuno vuole forzare il comitato o le decisioni che prenderà il governo; abbiamo tuttavia segnalato al ministro che se dovessimo rispettare le misure che sono state anticipate, queste non sono compatibili con l’opera lirica né con la concertistica. Il che non vuol dire che bisogna cambiare le misure che saranno stabilite per fare l’opera lirica: vuol dire semplicemente che riapriremo facendo qualcosa di diverso, che dovremo e sapremo inventare con la creatività degli organizzatori e degli artisti. Sapremo adeguarci, ma dobbiamo dire con chiarezza che se le norme saranno quelle che sono state anticipate, l’opera lirica non è compatibile. Lo dimostra il fatto che il Metropolitan di New York come l’Opéra di Parigi hanno chiuso fino a gennaio, e che tutti i festival estivi stanno saltando: è chiaro che con le mascherine non si può fare l’opera lirica, perché i fiati non possono suonare, i cantanti e gli artisti del coro non possono cantare.
Questo è il primo elemento da considerare, ma poi ne viene un altro, che in questo momento appare quasi secondario ma che ovviamente non lo è, e riguarda la sostenibilità economica di questa attività: l’Opéra di Parigi ha infatti chiarito che riaprirà a gennaio perché le regole attuali non rendono sostenibile il lavoro da svolgere. È un problema oggettivo, del quale magari ci occuperemo dopo, ma che dobbiamo aver ben chiaro sin d’ora.

Desidero introdurre, a questo punto, un’ulteriore variabile, perché continuano ad arrivare dati inquietanti in merito. Questa settimana una rivista francese ha riportato il tragico caso di quanto è successo al Concertgebouw di Amsterdam, dove lo scorso 8 marzo è stata eseguita la Passione secondo Giovanni di Bach: un solo corista positivo ha contaminato 102 musicisti, tra coro e orchestra, con un bilancio di 4 morti. Come pensa che si comporterà il pubblico?
Analogamente, purtroppo, è accaduto a Berlino e anche altrove. Penso tuttavia che il pubblico voglia ritornare nei teatri, ma che allo stesso tempo sia preoccupato e impaurito. Avremo, in una prima fase, numeri estremamente contenuti, si parla di duecento persone al chiuso, compresi gli artisti, quindi non dovremo preoccuparci di riempire. Mi pare però di sentire un grande desiderio di tornare ad abitare i teatri, bisognerà fare in modo che tutti abbiano chiaro che erano e sono dei luoghi sicuri. Lavoriamo per fare in modo che, nel momento in cui si riaprirà, potremo garantire condizioni di sicurezza per tutti, senza che si possa pensare che siano insicuri perché determinano assembramenti di persone. Voglio che questo messaggio arrivi chiaro e che il pubblico possa ritornare con fiducia.
Non sottovaluterei, tuttavia, il fatto che siamo in una condizione di crisi economica molto grave e severa in tutto il Paese. Dovremo fare la nostra parte con una politica di prezzi adeguata alla situazione drammatica in cui ci troviamo. Non riesco minimamente a immaginare che si possano adottare politiche simili a quelle precedenti: anche questo andrà riconsiderato. Ma sono certo che il rapporto di fiducia con il pubblico si recupererà velocemente, perché credo che abbia molto avvertito la mancanza dei teatri.

Visto il suo duplice ruolo, le pongo due domande come Presidente dell’A.N.Fo.L.S. Il Ministero ha garantito l’erogazione del FUS (il Fondo unico per lo spettacolo), anche a fronte di spettacoli che saranno cancellati. Come saranno investite queste somme?
I bilanci delle fondazioni liriche, in forza delle norme della Legge Bray e grazie al lavoro molto accorto che tutte hanno fatto, sono già in equilibrio. È vero che, in questa fase, stiamo registrando minori costi, esclusivamente per la parte relativa ai compensi per gli artisti, che sono venuti meno; ma è anche vero che abbiamo registrato un azzeramento di tutti i ricavi. È vero che nessun teatro del mondo si regge sui ricavi propri, ma è anche vero che il più piccolo dei teatri non può farne a meno. E, in più, nessuno parla dei costi della riapertura: la sicurezza avrà dei costi inimmaginabili. Per fortuna il FUS è stato riconosciuto esattamente come l’anno scorso, ma ci sono partite extra-FUS di cui nessuno parla, e che costituiranno un problema oggettivo. Ancora, va considerato il fatto che non sappiamo quale sarà la situazione dei bilanci delle regioni e dei comuni, che si trovano a fronteggiare le nuove povertà, congiunture sociali di dimensioni gigantesche: in alcuni casi è già stato anticipato che gli enti locali non potranno sostenere i teatri come facevano in precedenza.
È una fase molto delicata nella vita del Paese e, di riflesso, anche in quella dei teatri: questi ovviamente non avranno alcun vantaggio da questa situazione, sarebbe scellerato pensare che possano averlo. Ho letto pure che per alcuni teatri sarebbe più comodo stare chiusi: penso che non esista al mondo un solo organizzatore culturale che possa auspicare la chiusura dell’istituto che dirige. Lo dico con amarezza, perché bisogna dire con chiarezza che occorre evitare la demagogia di basso profilo, che fa male a tutti. I teatri avranno un enorme problema di bilancio: nel 2020, ma soprattutto nel 2021. Dobbiamo sbracciarci per ricostruire e ripartire tutti insieme.

Come sono i rapporti con le istituzioni, da una parte, e con le associazioni di categoria, dall’altra? Avete avviato tavoli di concertazione e con quali esiti?
Sì, certo, siamo in contatto costante. Lunedì scorso si è tenuta una call con AssoLirica (Associazione Nazionale Artisti della Lirica) e con il Direttore generale del MiBACT, dott. Onofrio Cutaia, per capire come affrontare anche questo problema, uno dei tanti da considerare. Stiamo lavorando per garantire nell’immediato almeno il rimborso spese a quegli artisti che erano in corso di produzione per spettacoli che sono stati cancellati, al momento del lockdown.
Mi pare più importante per il futuro, però, riflettere con il Ministero sulla modifica radicale di una norma che, al momento, obbliga a fare dei contratti onnicomprensivi: se salta il contratto, per una causa di forza maggiore come quella che stiamo vivendo, l’artista non percepisce nulla. Bisogna cambiare questa norma – ma credo ci sia la piena volontà del Ministero in tal senso – per adeguarci ad altri paesi europei, in maniera che il compenso per l’artista sia diviso in una parte per il rimborso spese, una parte per il periodo delle prove, una parte per il cachet vero e proprio. A quel punto si potrà garantire tutto quello che l’artista ha fatto fino all’insorgere della causa di forza maggiore. Tutti i sovrintendenti si sono inoltre impegnati a riproteggere gli artisti scritturati nelle produzioni future. Si tratta dunque di un’interlocuzione importante.
Sa cos’è difficile, in questa fase di chiusura? Mantenere la rete dei rapporti di fiducia: tra l’istituzione e il pubblico, tra l’istituzione e i suoi dipendenti, tra l’istituzione e gli artisti scritturati. Il nostro sistema si fonda sulla fiducia reciproca, sulla consapevolezza che il risultato finale si costruisce insieme: questo non deve venir meno, anche – o soprattutto – in un momento di crisi così grave. Lavoriamo per questo, ma è molto complicato.

Passo adesso alla situazione del Teatro Massimo di Palermo. Al momento della chiusura dei teatri, nel marzo scorso, il Massimo è stato il primo teatro d’Italia a lanciare due iniziative. Cominciamo dalla prima, lo streaming di spettacoli d’archivio, che ha premiato quanti, negli anni passati, avevano patrimonializzato lo spettacolo dal vivo. Continuerete a investire, in futuro, sulle iniziative prodotte in questo periodo?
Al Massimo perseguiamo questa attività sin dal 2015, siamo stati pionieri nel tempo: e abbiamo fatto bene. Con riferimento a quanto dicevamo prima, a proposito della possibilità di mantenere il rapporto con il pubblico, questa opportunità si è rivelata molto preziosa, perché avevamo realizzato una web-tv, costituito un archivio digitale importante, con tutti i nostri spettacoli registrati con sette telecamere ad alta definizione. Abbiamo un prodotto di qualità, che è stato integrato da programmi ad hoc. Se il digitale è stato un complice prima, è diventato un alleato straordinario oggi e pensiamo che lo sarà anche domani. Avremo la fortuna di ripartire attrezzati, da questo punto di vista abbiamo un vantaggio in termini di tempo e di capacità di reazione. Approfitteremo di questa situazione perché è un mondo che va costantemente aggiornato, è una sfida all’innovazione che va seguita e che certamente porteremo avanti.

E, subito dopo, avete lanciato i gala con gli artisti che inviano un contributo da casa. Visto il proliferare di iniziative degli ultimi mesi, pensa ancora che sia una ‘buona pratica’ da proseguire? Cosa pensa di questo fenomeno?
Penso sia un fenomeno legato a una situazione emergenziale, non può riguardare la normalità, faremo i gala con gli artisti in carne e ossa! Ci siamo tutti – correttamente, ragionevolmente, astutamente, se lo desidera – piegati a una situazione di emergenza inaspettata e abbiamo fatto delle cose… strane, anche carine! Il nostro gala mi ha commosso moltissimo, tutti gli artisti prima di cantare hanno manifestato un pensiero per il Teatro Massimo; ma ne ho visti di bellissimi, dal Metropolitan al Maggio Musicale Fiorentino. È una sfida in questo momento, ma chi può pensare di farlo quando torneremo alla normalità? Continueremo a usare la televisione, ma per altre cose, lo spettacolo lo faremo dal vivo.

In secondo luogo, da Palermo è partita la campagna #iononvoglioilrimborso, lanciata da alcuni abbonati che hanno rinunciato al rimborso dei biglietti. Cosa prevedete di fare con gli spettacoli in cartellone, siete orientati al recupero dei titoli o – per chi dovesse richiederlo – al rimborso dei biglietti?
Il rimborso non è previsto per legge: il decreto “Cura Italia” prevede obbligatoriamente un voucher, che verrà fornito a chi – legittimamente – chiede il rimborso e potrà essere usato nei dodici mesi successivi alla data di emissione, e forse diventeranno diciotto grazie al nuovo decreto. Chi ha il voucher avrà dunque il diritto di fruire degli spettacoli che faremo. Rinunciare al rimborso è, invece, un’iniziativa che non è partita dal Teatro, ma spontaneamente da alcuni abbonati: e per questo è ancora più significativa, veramente pregiata per noi. Costoro, di fatto, diventeranno dei sostenitori del Teatro: dopo alcuni passaggi formali con il Consiglio d’indirizzo – ma so che siamo tutti d’accordo – istituiremo un albo in cui saranno iscritti i nomi di queste persone, perché è niente di più che un atto di mecenatismo. Esattamente come i partner privati, che sono così preziosi per noi, e forse addirittura con un valore aggiunto: per questo riserveremo loro anche alcuni benefits, che studieremo appositamente. Ci pare giusto dire grazie, a persone che hanno dimostrato un tale affetto nei confronti del nostro Teatro da rinunciare a dei soldi, in una fase economicamente così critica per tutti.

Un’ultima domanda: pensa che la situazione attuale possa essere uno stimolo per la creazione contemporanea? Pensate di commissionare qualcosa in merito?
Sì, lo credo proprio. Come sempre, le condizioni più drammatiche e terribili, inimmaginabili e inattese sono occasioni di stimolo per gli artisti e per la creatività, che cercheremo di sollecitare. D’altra parte, è il nostro compito.

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