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Ritorno alla Scala come fosse la mia casa – Intervista a Roberto Alagna

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Finalmente, è il caso di dirlo, Roberto Alagna torna al Teatro alla Scala. Sarà fra i cantanti che si ascolteranno nel Gala del prossimo 7 dicembre. L’estate scorsa a Palermo, nella sua Sicilia, è stato Turiddu in Cavalleria rusticana e lo sarà ancora il prossimo anno all’Arena di Verona insieme al Canio dei Pagliacci. Ma questo ritorno a Milano, dopo tanti anni di assenza e i fatti a tutti noti, ha un sapore che unisce un senso di nostalgia all’amore che questo grande tenore dichiara apertamente di provare per un Teatro che ha segnato le tappe iniziali di un lungo e glorioso percorso artistico oggi giunto a fare di lui uno dei tenori più importanti della scena lirica internazionale.
La magia del timbro, di bellezza e calore latino propri dell’autentico tenore lirico, si è piegata alle finezze del canto francese, nel quale ha toccato vertici esecutivi assoluti, senza tuttavia porsi limiti nelle scelte di un repertorio che oggi l’ha portato ad arrivare anche a Wagner e all’atteso prossimo approccio come protagonista di Lohengrin in scena alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino.
Idolatrato dal pubblico francese, del quale è beniamino, sia quando canta l’opera, sia quando affronta il mondo della canzone, Alagna è forse il tenore che più ogni altro, dopo Luciano Pavarotti, ha saputo muoversi, in equilibrio magistrale, su quel filo sottile e non sempre facile del crossover, senza mai che l’opera venisse messa in secondo piano. Un percorso parallelo e di pari importanza, nel suo genere unico.
Al fianco della sterminata discografia operistica e ai tanti cd di successo di canzoni, fra cui l’acclamatissimo The Sicilian, legato alle canzoni della sua terra d’origine, ecco oggi il nuovo cd, uscito proprio in questi giorni, realizzato durante il primo lockdown: intitolato Le Chanteur e dedicato interamente alla canzone francese imbevuta di influenze musicali straniere legate anche alla tradizione gitana. Un viaggio che trasmette vitalità, sentimento e quella comunicativa solare che contraddistingue la persona oltre che il cantante.
Cordiale e innamorato della vita, Alagna risponde ad alcune nostre domande in vista del suo debutto berlinese e del ritorno a Milano.

Partiamo dal prossimo debutto nel Lohengrin a Berlino. Credo sia il suo primo approccio a Wagner e a un’opera il cui protagonista è stato felicemente inteso da molti tenori del passato in maniera più lirica, araldica e cavalleresca che eroica a senso unico. Ci può raccontare come sarà il suo approccio al ruolo in rapporto alla consapevolezza di questa tradizione passata, che ha esempi significativi?
Mi sono avvicinato a questa parte perché mi è stata chiesta; l’ho studiata e me ne sono innamorato. Chi mi conosce sa che non amo fare piani di carriera prestabiliti. Non ho cercato di percorrere, pur conoscendo ovviamente la tradizione esecutiva passata del ruolo, nessuna via, che fosse del tenore lirico, drammatico o altro ancora. C’è una tradizione italiana, ma anche internazionale di grandi tenori del passato che cantavano di tutto plasmando ogni parte sulle proprie caratteristiche, senza limitarsi a un ambito specialistico. Un cantante che possiede una tipologia di voce come la mia, di tenore lirico, può spaziare dal leggero fino al drammatico. Così facevano Beniamino Gigli, Jussi Björling, Carlo Bergonzi e altri ancora. Gigli, ad esempio, debuttò giovanissimo in Lohengrin e nella Gioconda, cosa che oggi nessuno oserebbe fare, non aveva un timbro scuro e drammatico, ma con la sua voce riuscì a risolvere anche ruoli di questo repertorio con capacità di proiettare bene il suono. Se un tenore ha la voce messa bene, credo possa spaziare senza problemi nelle scelte. Con volontà, lavoro e studio ritengo di essere riuscito nell’impresa, preservando sempre e soprattutto una cosa: il colore della mia voce. Ogni ruolo è difficile, anche quelli che apparentemente sembrano più vicini alle nostre caratteristiche vocali, non credo esista l’opera in cui io, in fase di studio, non abbia incontrato difficoltà, ma dopo trentasette anni di carriera posso dire che ogni scelta affrontata è stata sostenuta da uno studio e da una passione che mi ha condotto a traguardi per me talvolta insperati, ma che per fortuna sono arrivati. Non si dimentichi che i miei inizi vengono dalla musica leggera e dal cabaret; l’opera, che ho sempre amato, è arrivata dopo otto anni di quel mondo al quale sono ancora in qualche modo legato. Tornando al Lohengrin, posso dire che non avevo mai pensato di arrivare a Wagner, ma quando è arrivata la proposta non mi sono tirato indietro!

Veniamo al suo ritorno alla Scala per il grande evento del 7 dicembre. Cosa rappresenta il rientro in un Teatro che a inizio carriera, prima del fino troppo “chiacchierato” episodio della Aida, le ha dato tanto e che quest’anno avrebbe visto il suo ritorno in Fedora?
Dopo l’episodio della Aida, la Scala non mi ha mai dimenticato, anzi subito mi ha contattato per altri progetti, a partire dall’anno stesso. Sono stato io che ho preferito non tornare per un po’, proprio non me la sentivo; ne ho sofferto molto ed ero molto addolorato per quello che era successo. Eppure devo raccontare che quando venni come spettatore a sentire mia moglie (il soprano Aleksandra Kurzak, che sarà anche lei sul palco della Scala il 7 dicembre prossimo, n.d.r), che cantava ne Le Comte Ory, il pubblico e i lavoratori del Teatro, anzi i loggionisti stessi mi dimostrarono un affetto che mai credevo di avere in questo meraviglioso teatro. Chi vi lavora non mi aveva dimenticato e questo mi diede una dimostrazione di affetto che non dimenticherò e mi fece riflettere. Ricordavo la Scala del passato, quella dei grandi camerini che accolsero nomi come Mario Del Monaco, Luciano Pavarotti, Maria Callas e di tanti altri grandi che hanno fatto la storia di questo leggendario Teatro; anche io sono nato e cresciuto artisticamente lì, ma ero frenato dal tornarci, nonostante la sentissi come una mia casa.
Anche dopo Stéphane Lissner, quando venne Alexander Pereira, molte furono le richieste che mi giunsero, eppure non mi sentivo pronto per tagliare questo cordone ombelicale col passato. Pereira ha davvero insistito tanto e mi sono detto che era giunta l’ora di chiudere con questa storia e di ritornare in un teatro che amo immensamente e che tanto ha fatto per gli inizi della mia carriera. Purtroppo il progetto di Fedora non ha potuto andare in porto a causa del Covid-19, ma spererei tanto venga recuperato. Quando mi hanno chiamato per questo Gala, mi sono detto che era il momento giusto. Certo dovrò fare i salti mortali per essere a Milano fra una prova e l’altra di Lohengrin a Berlino, ma da parte di entrambi i Teatri c’è stato dialogo e massima collaborazione possibile, così sarò, finalmente, di nuovo a Milano, con grande gioia ed emozione.

In Francia lei è immensamente popolare, davvero un divo, conosciuto non solo come artista d’opera ma anche come cantante che ha affrontato e affronta spesso il cosiddetto crossover a livelli altissimi: il suo ultimo cd, Le Chanteur, è fra i tanti che confermano la sua versatilità. Tutto questo le ha permesso, in Francia, di entrare davvero nel cuore della gente. Come mai in Italia non si è creata la medesima magia?
Credo che questo dipenda dalla mancanza di tempo dovuto al mio fitto calendario di impegni operistici. Ogni volta che ho realizzato un disco di canzoni, anche quello dedicato alla tradizione della mia Sicilia, l’ho promozionato in Francia con lunghe e faticose tournée di concerti, anche nei grandi stadi, sempre intervallando questi concerti alle recite d’opera nei teatri. Per far la stessa cosa in Italia e a livello internazionale (non può immaginare quante richieste mi sono giunte dagli Stati Uniti per fare concerti sul cd The Sicilian) non c’è stato il tempo che invece ho regalato alla Francia, dove godo di una popolarità davvero unica, che ovviamente mi gratifica molto. Abito in Francia, ma resto italiano, un vero italo-francese.

Come si inserisce la sua vocalità nell’alta tradizione del canto francese, dal momento che davvero pochi sono i tenori italiani che sono riusciti a diventare tanto famosi nel repertorio francese, per di più consapevoli di uno stile alla quale la Francia tiene molto, soprattutto per la cura della parola e del fraseggio?
Non si deve credere che questo sia stato facile e immediato. Io desideravo avvicinare sulle scene le grandi parti del repertorio francese, ma come tenore italiano non mi vennero subito chieste. Fu Nicolas Joel ad aprirmi la strada e, quando divenne direttore del Théâtre du Capitole de Toulouse, mi aiutò a farmi conoscere in un repertorio che ho sempre amato. Sognavo di essere Romeo in Roméo et Juliette di Gounod, che è stato un ruolo, come molti altri del repertorio francese che hanno fatto parte del mio percorso artistico, passando da Hector Berlioz fino a Jules Massenet. Essenziale per me, da tenore italiano come sono, per timbro e colore, è stato il trovare la cifra stilistica giusta per avvicinarsi al quel senso di “canto parlato” al quale i francesi tengono molto, nell’articolazione dell’accento e della pronuncia, con tutta l’eleganza, talvolta con quella zuccherosità di suono che ho cercato con lo studio di plasmare sull’italianità del colore della mia voce. Credo che essere rimasto anni a studiare come approdare nel migliore dei modi questo repertorio mi abbia insegnato a conoscerne quei segreti e quella astuzie stilistiche che fanno parte di una tradizione passata immensa.

Veniamo alla attuale situazione dei teatri. In Italia ci si è organizzati con lo streaming, cosa pensa dell’opera offerta al pubblico con questo mezzo?
La musica deve vivere e non può ridursi al solo streaming, che comunque in questo periodo è stato prezioso per non disaffezionare un pubblico che, in qualunque momento da casa, può vedere e sentire opera grazie a uno strumento indubbiamente prezioso. Credo che, nonostante quello che molti dicono, l’opera continui a essere ancora un genere popolare e amato dalla gente. Per noi cantanti, in fase di ripresa, sarà importante non dimenticare che l’esperienza dello streaming ha avuto un valore significativo per avvicinare il pubblico, non solo quello che tutti ci auguriamo possa ancora rientrare presto nei teatri.

Cosa ha rappresentato per lei il periodo di lockdown dal punto di vista artistico e personale?
Rispondo con estrema franchezza. A suo modo è stata una occasione preziosa, un modo per pensare più a me stesso, alla mia famiglia, riscoprendo le gioie di una vita normale, che è anche fatta di piccole cose quotidiane che sono difficili da assaporare quando la carriera ti porta in giro per il mondo. Tutto questo, lo dico sinceramente, mi ha anche aiutato a pensare con più maturità interiore a quello che sarà, prima o poi, il momento del ritiro dalle scene, consapevole che la vita può anche regalare altro.

Lei ha accettato di partecipare come giurato alla 2° Edizione del “Concorso di Canto Lirico Virtuale SOI Scuola dell’Opera Italiana Fiorenza Cedolins”, che si terrà nel 2021. È la prima volta che partecipata ad una iniziativa simile, online?
Di più! Pensi che è la prima volta in assoluto che faccio parte della giuria di un concorso di canto lirico, anche in presenza non mi era mai capitato. Questo online mi è stato chiesto da una grande amica, Fiorenza Cedolins, con la quale abbiamo lavorato assieme e alla quale mi lega una sincera amicizia e stima. Rivedere poi nella giuria tanti amici è stato per me uno sprone a partecipare a una iniziativa che credo molto interessante.

Ultima cosa. Non ha mai pensato, se già non lo fa, di trasmettere il suo sapere ai giovani attraverso l’insegnamento?
Con franchezza non lo farò. Credo che un insegnante di canto debba essere un coach vocale più che un insegnante di tecnica pura. Quest’ultima deve essere ovviamente appresa nelle sue basi fondanti, poi il percorso, a mio modo di vedere, diviene personale nell’approccio a un’emissione che ciascuno di noi deve trovare al fianco di un insegnante, ma anche da solo, col proprio studio, con la costanza e la passione che tutto questo comporta. È un lavoro sulla propria persona, sulla propria voce, su ciò che solo noi possiamo realmente sentire nel nostro essere e nel sentirsi cantanti, scoprendo passo dopo passo le possibilità del nostro strumento vocale. Un insegnante ritenuto valido per un cantante, non necessariamente può ottenere i medesimi risultati con un altro.

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