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La mia Suor Angelica a Matera: uno spettacolo intimo – Intervista a Davide Garattini Raimondi

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Uno spettacolo liquido, capace di adattarsi a ogni contenitore. Così il regista Davide Garattini Raimondi racconta la Suor Angelica di Giacomo Puccini che si appresta a mettere in scena a Matera, giovedì 25 giugno alle 21 nella corte dell’ex ospedale San Rocco. L’opera, una delle prime produzioni post Covid, è l’esito di un laboratorio promosso dall’associazione Camerata delle Arti, con la quale il regista ha già collaborato in passato.

Come sarà questa Suor Angelica al tempo del Coronavirus?
Senza orchestra, senza scene, con un pianoforte e una tastiera digitale che farà tutti gli effetti. Il mio approccio all’opera è di grande rispetto, anche perché non sono musicista e quindi ascolto molto ciò che i musicisti hanno da dire. Ho chiesto al direttore, il maestro Francesco Zingariello, come asciugare il più possibile l’organico dei cantanti: in scena ci saranno 13 persone in totale; alcuni ruoli, quelli minori, sono uniti e verranno rispettate le regole in fatto di distanziamento. Peraltro, in un’opera come Suor Angelica, ambientata in un monastero, il distanziamento tra le interpreti potrebbe anche avere una giustificazione drammaturgica. Abbiamo cercato poi un luogo adatto, all’aperto, dove sviluppare una regia a 360 gradi. Si tratta di un riarrangiamento che rende l’opera molto più intima: è vero che si devono rispettare le distanze di sicurezza, ma spettatore e cantante potrebbero essere a due metri l’uno dall’altro, quindi paradossalmente, molto più vicini che a teatro.

Dove sarà messa in scena?
A Matera allestiremo l’opera in un ex ospedale storico, da poco adibito a mostre ed eventi, dove in passato ho messo in scena Gianni Schicchi con il Festival della Valle d’Itria, e devo dire che funziona molto bene.

Come le restrizioni attuali hanno influito sulla sua idea di spettacolo?
Noi registi, diversamente da cantanti e musicisti, possiamo reinterpretare creativamente le regole che ci vengono imposte. È quello che ho cercato di fare con questa Suor Angelica che sarà una sorta di spettacolo liquido: ci possiamo adeguare a qualsiasi luogo che ci ospita, che diventa una cornice, ma i punti di riferimento li portiamo noi. Il punto centrale della mia drammaturgia è molto chiaro: un rettangolo di terra, lo spazio di una tomba che inizialmente potrebbe essere quella di chiunque e poi diventa la tomba del figlio della protagonista, così lei la rivive nella sua aria.

Qual è dunque la sua opinione sulle restrizioni imposte dalla normativa Covid?
Sperimentare mi diverte, mi stimola, quindi vivo questa situazione come una sfida. Nella consapevolezza che lavorare su un palcoscenico è un’altra cosa. Quello che dico è: dateci regole precise e permetteteci di fare il nostro lavoro sulle vostre regole. Se da un lato è vero che l’opera lirica è il genere che ha più difficoltà in questo momento, dall’altro è pur vero che noi registi siamo abituati a sperimentare: io, per esempio, ho messo in scena opere in un castello della Val d’Aosta piuttosto che in una biblioteca a New York. È molto divertente lavorare in un luogo non teatrale!

È la prima volta che mette in scena Suor Angelica?
Sì, ho curato la regia di ben sette edizioni di Gianni Schicchi, ma non avevo mai lavorato su Suor Angelica, né sul Tabarro.

Qual è, a suo avviso, il tema al centro di questo capolavoro?
Il tema centrale è la negazione, che emerge già dalle frasi iniziali delle suore, da questo loro negarsi anche le cose più belle. Non la trovo un’opera molto cattolica perché sicuramente i cattolici non portano avanti questa idea: il fatto, ad esempio, di sognare di abbracciare un agnellino è un piacere semplice, non ci vedo nulla di peccaminoso. Studiando quest’opera, ho avvertito una sorta di claustrofobia che forse oggi è molto difficile da comprendere. Paradossalmente, tuttavia, quella negazione di cui dicevo è oggi per noi più comprensibile, alla luce del lockdown che ci è stato imposto: abbiamo vissuto momenti di clausura, abbiamo vissuto il dramma delle suore, questo penso avvicini ancora più l’opera alle persone che verranno a vederla. Mi piace molto anche il fatto che tutti i personaggi, con eccezione della zia Principessa, siano suore, quindi tutte identiche. Saranno sempre tutte in scena e simbolicamente il dramma di Suor Angelica si rispecchierà nelle altre. Secondo me, ognuna di loro ha vissuto un dramma come quello della protagonista. Nessuna è entrata in convento per scelta.

Com’è lavorare a un allestimento che nasce da un laboratorio?
Quando inizio un laboratorio, cito sempre la filastrocca di Gianni Rodari A giocare con un bastone, perché quel bastone donato da un vecchio a un bambino si trasforma in cavallo, motoscafo, astronave… Mi piace per due motivi: anzitutto perché porta avanti il concetto della ricerca su un oggetto, di cosa può diventare quell’oggetto; poi, riprende l’idea dello spazio vuoto, che ha origini shakesperiane, un luogo di ipercreatività, senza vincoli, dove l’interprete ha piena libertà, esattamente cime un bimbo in un cortile con la sua sola fantasia.

Come si declina concretamente questo approccio nell’allestimento di Suor Angelica?
Ogni suora avrà due oggetti di scena che, anche in virtù delle regole Covid, saranno solo suoi: un lumino e un lenzuolo. Entriamo così in un mondo molto simile al teatro di ricerca nella sua forma più vera perché l’attore si impadronisce dell’oggetto e fa un percorso di pura ricerca: il lenzuolo è tutto quello che serve, ma anche di più, perché può essere un mantello, un sacco, il fardello di un bambino…

Come procede il lavoro di allestimento?
A oggi, abbiamo concluso la fase di studio della musica, con l’assegnazione dei ruoli: è fondamentale in un lavoro come questo che tutte le interpreti conoscano bene la partitura. Dovrò giocare tutto sulle reazioni fisiche singole, sull’espressività del corpo che porti alla vicinanza col pubblico, pur in assenza di un contatto fisico. Peraltro, dalle prove di regia in poi, realizzeremo un docu-reality: ogni giorno registreremo le prove e monteremo di notte. Credo sia importante mostrare come si lavora con certe regole e soprattutto documentare questo periodo storico così particolare.

Photo credit copertina: photo.avilla

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