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Il mio ritorno a teatro con Abigaille – Intervista a Maria José Siri

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C’è molta attesa per il Nabucco che debutterà al Teatro del Maggio di Firenze il prossimo 4 ottobre. Un grande ritorno, sebbene non il primo in Italia, dell’Opera sulle scene, con un titolo impegnativo, ma, al di là delle contingenze, l’interesse che questo evento suscita in tutti gli appassionati, è dato dall’importante cast chiamato dal sovrintendente Alexander Pereira: Plácido Domingo, assente dal palcoscenico fiorentino da 49 anni, Fabio Sartori e Alexander Vinogradov, a cui si affiancano Caternia Piva, Alessio Cacciamani, Alfonoso Zambuto e Carmen Buendia, Leo Muscato alla regia, e Paolo Carignani sul podio. Non mi sono dimenticato di María José Siri e non è certo per dispetto che la cito per ultima: è, anzi, proprio il suo – brillante soprano di origine uruguaiana, salutato ovunque con grande entusiasmo di pubblico e ampi apprezzamenti dalla critica – il nome alla ribalta in questi giorni. Nel corso della sua carriera, Siri si è imposta come una delle più significative interpreti di Puccini, degli esponenti della giovane scuola e di Verdi di cui ha affrontato sia i titoli della maturità, più prossimi pertanto a quelli che alcuni ritengono essere i suoi ruoli d’elezione, sia titoli dei famigerati anni di galera, dove la scrittura verdiana richiede un perfetto controllo della tecnica che permetta di spaziare dall’agilità a un canto più spianato. E proprio il temibile ruolo di Abigaille viene ora ad aggiungersi, in un periodo di raggiunta maturità artistica, al repertorio di María José Siri, che ha cortesemente trovato il tempo per parlarci di questa esperienza e della sua rentrée a teatro dopo il lockdown: nuovo punto di partenza per una ritrovata vita sociale e, naturalmente, per la nostra intervista.
“Per me, a livello personale – ci spiega l’artista – è stato un momento di profonda riflessione, una pausa che ha fatto bene al mio corpo, alla mia mente e soprattutto al mio spirito. Non posso dire che sia stato un bel periodo per quanto riguarda il canto, poiché stare così tanti mesi lontana dal palcoscenico è qualcosa di negativo; soprattutto per l’allenamento del corpo e del fiato; tutta la tecnica in generale, sicuramente, ne ha risentito. Io, non appena hanno riaperto le attività sportive, ho iniziato a giocare a tennis per recuperare il fiato e il tono muscolare. Per il resto, ringrazio Dio di avermi regalato sei mesi con mia figlia a casa, in famiglia; di questo sono molto grata.”

In Italia i mesi scorsi hanno visto i teatri reagire seppure con comprensibile prudenza, e lei è stata senza dubbio una delle protagoniste di questo nuovo inizio: come giudica, in generale, le scelte e i programmi dei teatri e la reazione del pubblico?
Io di base non giudico; penso che non sia facile essere al comando di un teatro in questo momento. Sicuramente hanno fatto del loro meglio per mantenere o per creare degli eventi culturali osservando le regole sanitarie. Ho partecipato a diversi concerti all’aperto e la reazione del pubblico è stata molto positiva: per il melomane e per i fan uscire per sentire l’opera e i concerti è qualcosa di fondamentale, come per noi cantare. In una parte del pubblico, tuttavia, ho sentito la paura di uscire: c’è chi ha preferito ascoltare da casa i concerti in streaming, le dirette sui social o le trasmissioni in tv. Credo comunque che ci sia stato un avvicinamento alla musica in generale.

Anche Verdi ebbe, proprio con il Nabucco, un secondo debutto sulle scene dopo una pausa e una profonda crisi. Con quest’opera lei ritorna sulle scene debuttando la parte di Abigaille. Una figura femminile sfaccettata: quale sarà la sua lettura?
La mia Abigaille è una donna piena di contrasti, scatti d’ira, sete di vendetta, una donna tradita dal suo amato e da sua sorella, una figlia umiliata, un essere sofferente e vulnerabile; sotto la sua corazza nasconde una grande fragilità, ed è essenzialmente una grande donna, con un grande cuore. Verdi ha regalato a noi soprani un ruolo che ha tutto: è scritta benissimo, e io la affronto da un punto di vista nettamente belcantistico: il punto più alto è nell’aria del secondo atto, ma anche nel resto il mio approccio è seguire quel che ha scritto il compositore.

Ci parla della vocalità del personaggio e di come si è preparata?
Abigaille ha una vocalità di tre tipi di soprani diversi. Mi sono preparata come faccio di solito: io e il mio pianoforte. Ho avuto il tempo a disposizione per fare di ogni scena e atto uno studio profondo.

Cosa può raccontarci dell’allestimento fiorentino e del recitare rispettando le restrizioni anti-Covid.
Sicuramente è una sfida, soprattutto per quanto riguarda le masse, il coro, l’orchestra, il reparto tecnico. I miei complimenti a tutti coloro che sono coinvolti in questo Nabucco: sono una squadra pazzesca. Si lavora nel più grande rispetto delle normative in armonia e ordine. Sono molto fiera del lavoro che sta facendo il Maggio portando in scena opere come Nabucco; penso questo crei un precedente di notevole importanza per il mondo dell’opera.

Abigaille è una donna che non ha conosciuto amore: non è ricambiata da Ismaele, vede il padre preferire a lei “la minor Fenena”; scorge nel potere la strada per la propria rivalsa e la sua caduta la porta alla conversione. Quale aspetto del personaggio, come donna e come musicista, la affascina maggiormente?
Credo che Abigaille abbia conosciuto l’amore filiale e quello sentimentale, e che il vedersi messa da parte, umiliata sia dal padre (adottivo, ma lei non lo scopre se non a metà dell’opera) che dall’amato, la porti ad esser una donna vendicativa e in cerca di riscatto. È una donna che scopre nel peggiore dei modi di essere figlia di schiavi. Senza dubbio, vedo in lei in primo luogo la donna innamorata, e resa “cattiva” dalle circostanze che lei ha citato.

Con il Maestro Chailly è stata protagonista di due importanti riproposte: le prime versioni di Madama Butterfly e di Manon Lescaut. Soprattutto in Butterfly le differenze sono molte rispetto alla versione definitiva: lei riaffronterebbe ancora l’edizione del 1904 in teatro, o è stata – in generale, per tutti – una curiosità?
Riaffronterei assolutamente le prime versioni, sia della Butterfly che di Manon Lescaut. Per me non sono solo una curiosità, sono dei gioielli e rimango innamorata delle prime versioni.

Attualmente lei è una delle più importanti interpreti di Verdi, Puccini e di alcuni esponenti della giovane scuola, ma in repertorio ha anche Norma e un titolo poco rappresentato, La Juive. Quali ruoli vorrebbe affrontare in futuro, quali la tentano di più? C’è qualche titolo che vorrebbe riportare sulle scene, o un periodo che vorrebbe esplorare?
Sicuramente il mio prossimo ruolo verdiano sarà Lady Macbeth; per Puccini affronterò la Fanciulla del West, ma ci sono altri titoli che mi aspettano come La Gioconda e Cavalleria rusticana. Fra quelli che ho già affrontato ma che si eseguono raramente vorrei invece tanto rifare La Juive e Francesca da Rimini.

Lei ha studiato fra gli altri con Ileana Cotrubas. Ma quali sono i suoi modelli, sia da un punto di vista artistico che prettamente vocale.
Ammiro moltissimi soprani del passato, da Maria Callas a Renata Scotto; Maria Chiara per tanti ruoli come Aida o Odabella è un modello per me. A parte la Cotrubas, che è colei che mi ha fatto scoprire la mia voce, ho anche avuto la fortuna di studiare in passato alcuni ruoli con Raina Kabaivanska. Per quanto riguarda Abigaille, quella di riferimento è, per me, Ghena Dimitrova.

È un parterre di grandi nomi questo, su cui si chiude, per questioni di tempo, l’intervista; artiste la cui scuola, per aspetti diversi, si percepisce nel canto di María José Siri. Ci resta ancora il desiderio di sapere altro di lei, della sua visione dello stato dell’arte, dei suoi progetti, ma ormai, sempre più, è forte l’attesa di ascoltare questa sua nuova prova. E il canto, del resto, per un cantante, è il modo migliore di farsi conoscere più a fondo dal pubblico.

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