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Il gigante buono che dà voce ai cattivi – Intervista a Claudio Sgura

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Due metri d’altezza, capelli bruni raccolti in una coda da corsaro e tratti spiccatamente mediterranei nel volto come nell’autenticità di una voce baritonale naturalmente morbida e scura, apprezzata nell’unione, felicissima, fra intonazione, proiezione, stile e intensità d’espressione. La voce è quella di un bel talento pugliese in piena carriera, Claudio Sgura, nato nel 1974 a Brindisi e oggi residente a Ferrara, artisticamente formatosi a Lecce quindi distintosi nel 2006 fra i vincitori del “Voci Verdiane” di Busseto, debuttando già l’anno a seguire alla Scala di Milano come Sharpless nella Madama Butterfly diretta da Myung Whun Chung. E da lì, il salto fra i migliori baritoni italiani di riferimento per il repertorio dell’Otto e primo Novecento, raccogliendo successi e consensi dai maggiori palcoscenici italiani e dell’estero quali Royal Opera House Covent Garden (Jack Rance nella Fanciulla del West), Staatsoper di Vienna (Scarpia in Tosca), Opéra National de Paris (ancora in Fanciulla del West e Barnaba nella Gioconda), Opera di Stato della Baviera (Jago in Otello), Sydney Opera House (Otello), New National Theatre Tokyo (Amonasro in Aida), Teatro de la Maestranza di Siviglia (Marcello nella Bohème), ABAO Bilbao (Giacomo in Giovanna d’Arco), Festival La Coruña (Otello), Astana Opera (Ezio in Attila), a Norske Opera di Oslo (nel ruolo del titolo in Macbeth).
In questi giorni Claudio Sgura è a Napoli, per dar forma e voce al ruolo di Alfio nella Cavalleria rusticana di Mascagni, dopo l’edizione fra i Sassi di Matera questa volta proposta dal Teatro San Carlo in forma di concerto con registrazione dal vivo l’1 dicembre e differita streaming dal 4 al 7 dello stesso mese con un cast di primo piano guidato in coppia inedita da Elina Garanča (Santuzza) e Jonas Kaufmann (Compare Turiddu), accanto all’Orchestra e al Coro della Fondazione diretti da Juraj Valčuha. Il tutto sarà disponibile sui canali social del Lirico napoletano grazie alla partnership con Facebook Inc., al costo simbolico di euro 1,09.

Partiamo dall’aria di sortita di compare Alfio, suo scalpitante cavallo di battaglia tenuto a battesimo alla Scala nel 2011: come ne ritaglia il gesto musicale, lo scarto metrico-tonale e, con essa, il personaggio?
Certamente Alfio è un personaggio talmente diretto ed estroverso, quasi primitivo nelle sue reazioni, che poche battute bastano a dipingerlo: la sua posizione di preminenza nella vita del paese si realizza con lo schiocco della frusta e dai versi sincopati che l’accompagnano, mentre la stessa frusta denota un atteggiamento fortemente maschilista nei confronti della moglie e non solo. A questo proposito proprio nell’allestimento della Scala del 2011 che ha citato, in cui effettivamente ho debuttato nel ruolo, la regia di Martone immaginava che durante il Preludio orchestrale dell’opera io uscissi da una casa d’appuntamento con aria tronfia e soddisfatta per sottolineare questo aspetto del personaggio. Allo stesso modo nel duetto con Santuzza la musica e i versi si fanno vorticosi e drammaticissimi proprio nel momento in cui la confessione della donna rende ineluttabile il compiersi di una tragedia che non può prevedere esiti diversi.

Qual è la sua idea sulla scrittura vocale di Mascagni, autore interessantissimo ma puntualmente proposto, su un totale di sedici opere composte, solo con questo suo primo e giovanile titolo, nato velocemente per concorso e dunque praticamente per caso?
Mascagni, quasi coetaneo di Puccini, a differenza di lui (morto nel 1924, dunque ventuno anni prima) ha avuto una vita artistica molto più lunga ma, soprattutto, ha voluto sperimentare generi e forme musicali assai diverse tra di loro apparendo forse eccessivamente eclettico. Tuttavia scrisse anche per baritono parti molto significative, addirittura destinate a Battistini (Ranzau) e Galeffi (Isabeau e Parisina) e, dunque, sarebbe veramente interessante per me se mi proponessero di riprendere opere come queste. Quanto a Cavalleria rusticana, se è vero che fu scritta in cinque mesi per partecipare al concorso Sonzogno, va considerato che alla base vi fu la pièce di Verga, portata al successo da Eleonora Duse, dramma teatrale che Mascagni avvicinò, conobbe e valutò già da alcune recite milanesi del 1884. Cinque anni dopo era solo maturato il momento giusto per realizzare un capolavoro.

Secondo lei, come sarà possibile trasmettere il peso verista e il colore religioso popolare del Sud nella stilizzata forma di concerto via streaming attraverso i social media?
Credo che Cavalleria rusticana abbia, è vero, alcune pagine quasi folcloriche o intrise di una religiosità profondamente siciliana. Tuttavia, proprio come nel dramma di Verga, il taglio scarno e conciso muove l’azione ed essa si svolge inesorabile secondo una ritualità sacra che l’avvicina alla tragedia greca e che celebra non solo il culto cristiano della Pasqua, ma soprattutto quello ancestrale dell’amore e della morte. In quest’ottica, l’assenza di scene e costumi credo che non possa che giovare a mettere in evidenza il valore universale del dramma. Allo stesso modo la forza della musica può risultare così fortemente evocatrice da far vibrare la sala anche senza pubblico, scatenando emozioni fortissime, come mi è capitato di avvertire nella Tosca eseguita a Treviso qualche settimana fa.

Diciamo che le soluzioni, in questi mesi di chiusura al pubblico dei luoghi teatrali, non sono per nulla facili…
Infatti, in questo momento per noi artisti e per chi vive di arte, lo streaming è l’unico modo per trasmettere emozione e per poter in qualche modo sentirsi vivo.

Il feroce morso all’orecchio, la sfida d’onore tra uomini che in coda all’atto unico porta al morto ammazzato compare Turiddu. Il delitto passionale è a quanto pare un problema troppo vivo ancor oggi…
Purtroppo è così. Se pensiamo che la legge italiana sul delitto d’onore è stata abrogata nel 1981! Ma questo dimostra quanto dicevo prima: i valori etici e morali della Cavalleria rusticana non solo legati agli aranci che olezzano, ma a valori universali attualissimi che devono farci riflettere, che devono farci discutere, che devono parlare a uomini, donne e (soprattutto, si spera) ragazzi dei nostri giorni.

Jago, Scarpia, Alfio, Lord Enrico Asthon e tanti altri ancora: generalmente, lei dà forma e voce al ruolo del cattivo. Ma nella vita lei è tutt’altro…
Effettivamente molti amici mi chiamano il “gigante buono”. Nella vita sono una persona molto pacifica, amante degli affetti e soprattutto dei veri amici. Ho perso i genitori quando ero ancora adolescente e questo sicuramente ha influito sul mio bisogno di accerchiarmi di persone che mi trasmettessero l’amore di cui avevo bisogno. Sono stato molto fortunato perché ho incontrato figure talmente buone sul mio cammino da diventare quello che sono adesso. Sul palcoscenico però – commenta sorridendo – posso sfogarmi. Credo che interpretando ruoli diversi dalla propria indole ti porti ad esprimere al meglio il tuo talento, a stimolarti e ad avvicinarti con ancora più convinzione alla personalità del personaggio.

Quando non canta, cosa ama fare il baritono Sgura?
Amo tantissimo gli animali ma in particolar modo i cani. Sono un volontario del Canile Municipale della città in cui risiedo, Ferrara. Amo leggere, guardare film rigorosamente horror, da solo, e thriller con mia moglie. Amo inoltre pescare: mi rilassa tantissimo.

Dall’alto dei suoi ben due metri di statura, quanto ritiene sia importante per il teatro musicale le physique du rôle?
Lo è molto, considerando che soprattutto negli ultimi anni la recitazione unita al canto è stata di gran lunga rivalutata, in particolar modo, dalla figura del regista. I registi moderni tendenzialmente puntano molto sulla figura dei cantanti che interpretano i vari ruoli e penso che un’altezza di due metri costituisca un impatto visivo di per sé efficace. Naturalmente non basta solo le physique du rôle per farsi strada tra i bravi interpreti ma, inizialmente, diciamo che è un buon aiuto per catturare l’attenzione delle maestranze. Poi, però, sono assolutamente necessari il talento e la voce per completare un artista vero e proprio.

Ha iniziato il percorso artistico nella sua Puglia, a Martina Franca, interpretando Mercadante, anche lui pugliese e compositore fondamentale per l’Ottocento teatrale (del quale ricorrono quest’anno i 150 anni dalla morte), eppure colpevolemente assente dai repertori delle nostre Fondazioni, San Carlo in primis, dove fu per lungo tempo direttore della musica. Come lo spiega?
È vero, tra le mie primissime prove professionali c’è stato il Requiem di Mercadante a Martina Franca, nel 2003. Purtroppo Mercadante, compositore prolifico almeno quanto Donizetti, è un autore che oggi non trova la sua giusta valorizzazione: musicista abilissimo e moderno nel cercare di rinnovare le forme ormai antiquate di Rossini, Bellini e Donizetti, non trovò la strada geniale che stava perseguendo Verdi in quegli stessi anni e di questo ancora oggi paga lo scotto. Ed è un peccato anche per me, perché per esempio anche nelle poche opere che sono state rappresentate in anni recenti, come Il giuramento, Orazî e Curiazî, I briganti, Elisa e Claudio, le parti di baritono sono molto interessanti.

A seguire, tanto Puccini e tanto Verdi: quali sono i criteri con cui sceglie il repertorio?
I criteri del repertorio nascono prima di tutto dalla vocalità. La mia è una vocalità drammatica ma duttile che si è distinta maggiormente nel repertorio drammatico-verista.

Quali sono state, fin qui, le sue tappe fondamentali?
In termini di crescita artistica considero tappe fondamentali il mio debutto nel ruolo di Macbeth per l’As.Li.Co nel 2007: un ruolo complesso per un cantante che ha appena intrapreso la carriera. In quel contesto ho dato l’anima per poter riuscire a superare quel difficile compito. È stato il mio primo successo artistico e posso affermare che ha segnato l’inizio del mio percorso. Un altro debutto importante per la mia carriera è stato il ruolo di Jack Rance nel 2008 al Covent Garden di Londra. Ho avuto l’onore di preparare e debuttare questo ruolo con due grandissimi maestri quali Antonio Pappano per la preparazione musicale e Piero Faggioni per quella del personaggio. Ed è a tutt’oggi (ne ricordiamo l’ottima prova al San Carlo nella Fanciulla del West diretta proprio da Valčuha in apertura di stagione 2017/18, n.d.r.) uno dei ruoli in cui esprimo meglio le mie qualità artistiche. Devo dire che, pur a fronte di una carriera non ancora così longeva, ci sono tante produzioni che per me rappresentano una tappa importante. Ad esempio, I due Foscari al Regio di Parma, opera grazie alla quale ho avuto la fortuna di lavorare con il grande Leo Nucci. In quell’occasione vinsi il “Premio Tosi” dei loggionisti, riservato ai cantanti che per loro rappresentano i giovani più talentuosi della stagione, dunque per me un grande onore e una soddisfazione personale. Altra tappa, la Tosca al “Carlo Felice” di Genova, uno dei documenti più importanti del mio ruolo di Scarpia, affiancato dalla grande Daniela Dessì e dal suo compagno di vita il tenore Fabio Armiliato.

Ancor più di recente, per lei, ci sono stati ulteriori traguardi…
Un altro grandissimo ed emozionantissimo tassello è stato infatti aggiunto due anni fa con il mio debutto al Metropolitan di New York, parimenti come barone Scarpia. Nell’ultimo anno, poi, ho avuto il pregio di lavorare in diverse produzioni con Jonas Kaufmann. Grandissimo artista e bellissima persona. In occasione di questa Cavalleria avrò l’opportunità oltre che di lavorare nuovamente con lui, di conoscere e cantare con il bravissimo mezzosoprano Elina Garanča, nonché di affiancarmi alla mia carissima amica Maria Agresta e all’inossidabile Elena Zilio. Mi reputo molto fortunato e spero che il destino mi aiuti ad annoverare tante altre, nuove conquiste.

A chi sente di dover dire grazie?
Innanzitutto alla mia prima insegnante di canto, Maria Mazzotta, che mi ha scoperto e introdotto nel mondo della lirica. Inoltre, al Direttore artistico del Teatro Municipale di Piacenza, Cristina Ferrari, che mi ha dato la possibilità di debuttare i primi ruoli importanti, sempre credendo in me. Un elogio va poi a un mio carissimo, fraterno amico qual è il tenore Marco Berti, sempre disponibile ad aiutarmi durante il percorso della mia carriera artistica. Naturalmente un elogio spetta alla mia cara mogliettina Floriana. Se sono arrivato fino a questo punto della carriera lo devo solo e soltanto a lei, ai suoi insegnamenti come musicista. È lei la mia colonna portante. La mia forza.

Tra i suoi compagni di viaggio in scena ha cantato al fianco di due grandi voci scomparse troppo presto: Daniela Dessì, nella citata Tosca a Genova, e Salvatore Licitra nella Cavalleria alla Scala che ha segnato il suo debutto in Alfio. Come li ricorda?
Li ricordo con immensa ammirazione e tanto affetto. La carissima Daniela mi ha aiutato a tirar fuori il mio attuale personaggio di Scarpia. Ricordo che alle prime prove della nostra Tosca a Genova ero talmente intimidito dalla sua fama e dalla sua forte personalità che nella scena della violenza, nel secondo atto, non osavo avvicinarmi troppo per rispetto dell’artista che avevo davanti. Ne ricordo la reazione come fosse ora: con il suo bellissimo sorriso e la sua gentilezza interrompe la prova e mi dice: “Allora? Che fai? Tira fuori il personaggio perché, in questo momento, siamo solo Tosca e Scarpia”. La sua determinazione mi ha spronato e incoraggiato. I suoi consigli? Rimarranno indelebili dentro di me. Una grande perdita. Il carissimo Salvatore poi, animo puro e semplice, mi ha subito conquistato. Purtroppo non ho avuto modo di approfondire la conoscenza proprio a causa della sua prematura quanto improvvisa dipartita. Ci eravamo ripromessi di rivederci fuori anche dall’ambiente lavorativo, ma non è stato più possibile. Non si sentiva divo e aveva un animo generoso. Sicuramente entrambi li porterò nel mio cuore perché, anche se non ho i ricordi che possono avere tanti altri colleghi, hanno saputo trasmettermi empatia e stima immediata.

Infine, quali regole, suggerimenti e segreti sente di dare ai baritoni esordienti?
Sicuramente il consiglio più importante che posso dare ai giovani che si accingono a intraprendere questa carriera è di trovare validi insegnanti di tecnica vocale e bravissimi ripassatori di spartito. È fondamentale. La tecnica vocale è pari alle fondamenta di una struttura edile: senza di essa, anche il cantante più dotato vocalmente e più talentuoso rischia di bruciarsi la carriera. Il grande stress del palcoscenico e il temperamento più o meno drammatico di un personaggio, se non sono veramente supportati da una valida muscolatura, rischiano di logorarti l’organo vocale. I consigli sul repertorio, poi, sono molto delicati e vanno seguiti solo se dati da persone veramente competenti in materia. Bisogna quindi studiare tantissimo e mai, dico mai, credere di essere arrivati. Solo così si può puntare e pensare di arrivare in alto.

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