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Il futuro della musica? Adattarsi al mondo che cambia – Intervista a Vivica Genaux

Per due mesi ha detto stop a studio e vocalizzi. Si è iscritta a un corso universitario online, facoltà di psicologia di Fairbanks, Alaska, dove è nata. E ha atteso. Dopo un’estate balkonier, in vacanza nella sua casa immersa nel verde a Motta di Livenza con il marito Massimo, è tornata a incantare il pubblico con un Vagaus androgino e sensualissimo, splendida in un abito in perfetto stile en travesti, metà tight e metà drappeggio da primadonna, firmato da Fausto Sari. “Abbiamo rotto il ghiaccio” conferma a proposito della Juditha Triumphans messa in scena all’Olimpico per Vicenza in Lirica (qui la recensione). Lei che di ghiacci se ne intende. Ora l’attendono Bayreuth, con un recital su Faustina Bordoni, e un lungo autunno a Zurigo con L’Olimpiade di Pergolesi “L’unica exit strategy possibile? Cambiare le regole. Darci la libertà di adattare la musica al mondo che cambia. Non dobbiamo farci irrigidire troppo dalla partitura. Dai limiti nascono nuove possibilità espressive”.

Vivica Genaux, froggy sul web, grande paladina dei ruoli maschili barocchi, racconta questi difficili mesi di silenzio e immagina scenari possibili. “Sono felice di questo ritorno, non mi è mai capitato di stare forzosamente lontana dal palcoscenico per così tanto tempo. Sara Mingardo era del cast e pur di cantare con lei non mi sono fatta ripetere due volte la proposta. La adoro. La recita è stata emozionante e difficile: a volte il pubblico sottostima cosa significhi oggi andare in scena. Le distanze sono un fattore di rischio musicale altissimo, ma dovremo abituarci”.

Si è sentita serena sul palcoscenico?
Musicalmente sì. C’era molto entusiasmo e devo dire che ammiro chi, in tempi così difficili per la musica, ha il coraggio di mettere in scena concerti ed eventi. Già prima era un’attività eroica. Ora la cosa si è complicata dell’80%. Ho detto sì al gentile invito del direttore artistico Andrea Castello per tante buone ragioni. E la prima, ripeto, si chiama Sara Mingardo. Se dovessi dire che sono serena sotto il profilo sanitario rispondo invece di no. Il rischio è altissimo, se io cantante contraggo una malattia respiratoria, per me è finita.

Tra pochi giorni partirà per Bayreuth.
L’occasione è stupenda: nel meraviglioso teatrino dei Margravi, Max Cencic ha voluto una serata interamente dedicata a Faustina Bordoni. E non con il solito budget che costringe a tagliare le arie con i fiati! C’è la possibilità di eseguire un repertorio davvero ampio. Tutto firmato Hasse. E di raccontare tutte le fasi vocali della Faustina, che come la Viardot ha avuto una storia vocale lunghissima.

Dove l’ha sorpresa il lockdown?
Eravamo a Yokohama per una produzione del Silla di Händel con Fabio Biondi ed Europa Galante. Una produzione bellissima, tutta con costumi modellati sul teatro No e Kabuki. Abbiamo fatto una prova costumi e una regia. Insieme a me anche Sonia Prina e Roberta Invernizzi. Un bellissimo cast, orchestra da campioni e scenografia da sogno. Dopo tre giorni la produzione ci chiama per avvisarci che il Primo ministro ha dato l’ordine di chiudere i teatri. Era febbraio: io partivo dall’Italia con gel e mascherine perché in quel momento le destinazioni a rischio erano ad Est. Quando siamo rientrati era l’Italia l’epicentro del contagio. Per fortuna avevo già fatto incetta di mascherine e dispositivi sanitari!

E poi?
Ci siamo chiusi in casa. Per fortuna io e mio marito abitiamo in un luogo ampio, con un giardino. Ho smesso di studiare, ero pietrificata. Solo dopo due mesi, insieme a un’amica, ho ripreso a fare vocalizzi online. Mia sorella vive negli Stati Uniti e faceva la fisioterapista in un centro medico. Le ho fatto il lavaggio del cervello: negli Usa c’è stata una leggerezza incomprensibile verso il Covid.

Si è rimessa a studiare però…
Pur nella paura, resto una privilegiata. Anche perché la situazione in Veneto è stata monitorata accuratamente. Ci siamo sentiti confortati dalla risposta della sanità regionale. Ho cominciato dei corsi di psicologia tramite università dell’Alaska online. È un momento molto interessante per capire cosa sta cambiando dentro di noi. E, nella mente, mi sono nati nuovi progetti. Mi piacerebbe sviluppare il tipo di mental coaching che si utilizza per lo sport anche nel campo dell’opera. Soprattutto perché il nostro mondo è davvero a rischio oggi.

Cosa le fa più paura?
Partiamo da un dato di fatto. È la prima volta nella storia dell’umanità in cui vengono completamente chiusi i teatri. Neppure la pandemia di spagnola del 1918 fece scendere il sipario sul Met. C’è ancora molto che non sappiamo di questo virus. Ma la questione oggi è soprattutto economica. Ci sono persone in vera difficoltà nel nostro mondo. Nessun paracadute per i liberi professionisti. Il nostro è un mondo che si è basato sul lavoro free-lance. E su questo i Governi devono intervenire.

Ha ricominciato ad insegnare?
Solo online. E con pochissime persone, già in carriera. Perché senza la presenza fisica non si possono gestire le cose bene con chi è ancora in fase di studio. Oltretutto, ai giovani non saprei in coscienza cosa dire: è tutto cancellato. Io non ho una prospettiva chiara: stagioni? Produzioni? Non li sto incentivando perché è un momento durissimo. C’è chi pensa che il Covid ci farà perdere una generazione nella musica.

Il vero test sarà comunque l’autunno.
Come molti colleghi, mi rimetto al lavoro con fiducia e consapevolezza. Certo, alcune cose sono già di fatto cambiate. La musica vive di esperienza e di presenza: ma oggi le prove saranno sempre più ridotte all’osso. Allora la sfida è programmare testa e musica e mantenere la malleabilità di aggiustare le cose per rendere una cosa coesiva e coerente in brevissimo tempo.

Questo momento di grande incertezza le ha suggerito nuove idee musicali?
Sì, a dire il vero. Sto organizzando un programma voce e chitarra con Gigi Pinardi. Ci stiamo permettendo cose nuove, trascrizioni sul tema della Variazione che incrociano lo stesso testo di un Lied di Goethe e la città di Venezia. È un programma pensato sui limiti attuali, che faremo a Madrid nel marzo 2021 e forse, in diretta streaming per gli Stati Uniti. Di fatto, una possibilità data dalla situazione. Una cosa che con una media di 50 concerti con orchestra l’anno prima non avrei potuto fare.

C’è, insomma, un futuro possibile. Tutto ancora da riscrivere…
Credo che per non fermare la musica dovremo diventare molto più flessibili. I limiti ti danno più libertà in certi sensi: la musica deve essere malleabile e viva. Non dobbiamo irrigidirci troppo sulla partitura, dobbiamo sforbiciare laddove serve in buca, trovare soluzioni nuove. Ritengo che in un certo senso la possibilità di disporre dei dispositivi e delle registrazioni abbia cambiato il nostro atteggiamento rispetto a quanto avveniva nell’Ottocento. Questo tipo di rigore oggi può rappresentare un problema. Mentre invece c’è il bisogno di trovare nuove soluzioni, in base a quello che la pandemia concede. Non è necessariamente un male. Potrebbe essere bellissimo, è una nuova sfida.