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I miei amori? Mozart e Rossini. Ma sogno Mimì – Intervista a Giuliana Gianfaldoni

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È stata applaudita al Rossini Opera Festival di Pesaro e si prepara a debuttare quale Zaide nell’opera di Mozart che andrà in streaming venerdì 20 novembre alle ore 17 dal Teatro Sociale di Como, nell’ambito del Circuito Opera Lombardia (regia di Grahm Vick, sul podio Alessandro Palumbo). Il giovane soprano pugliese Giuliana Gianfaldoni è una delle voci più promettenti del panorama lirico contemporaneo. L’abbiamo incontrata.

Partiamo dal personaggio di Zaide, protagonista di questo lavoro incompiuto di Mozart. Ci racconti chi è Zaide e come si presenta la sua vocalità.
Come descrivere Zaide se non come una donna di estrema intraprendenza, coraggiosa, che lotta per i propri ideali, per il vero amore a discapito della sua stessa vita? Non a caso Calvino la presenta come “una donna capace di ardite iniziative”. Anche se è stata “salvata” dalla schiavitù, lei si sente imprigionata in una vita che non è la sua, in un mondo che non le appartiene e in una storia d’amore fatta di bugie, di silenzi, di consensi non voluti. Per questo rischia il tutto per tutto e dichiara il suo amore a uno schiavo, che invece non ha niente da offrirle se non la verità. Dal punto di vista vocale è un misto di donne mozartiane, nel ruolo incontriamo molto di Konstanze, passando per Ilia e per finire con Elettra. È un personaggio molto scoperto, le arie soprattutto sono molto difficili tecnicamente, lunghe e molto delicate, si trovano sempre sul filo del rasoio e bisogna non farsi prendere troppo dalla bellezza della linea melodica o a volte dall’impeto della musica.

Nel suo repertorio c’è anche Konstanze del Ratto del serraglio, che ha cantato con successo a Salisburgo. Entrambe le opere sono Singspiel e hanno un argomento turchesco. Quali analogie o differenze cogli tra il ruolo di Konstanze e quello di Zaide?
La storia sicuramente ricorda molto quella del Ratto dal serraglio, la vocalità anche, la linea del canto soprattutto. La cosa che differenzia Zaide da Konstanze è che vocalmente non sfoga mai realmente, ha sempre un canto contenuto anche in una tessitura abbastanza limitata. La zona di passaggio è la preferita di Mozart per questo ruolo, ma secondo me proprio questo rende il personaggio più incisivo e intenso.

La versione di Zaide che vedremo in scena è quella approntata nel 1981 da Italo Calvino per il Festival Musica nel chiostro di Batignano (Grosseto), che segnò proprio l’esordio italiano di Grahm Vick come regista. Ci presenta brevemente questa versione?
Non vorrei svelare troppo perché vi aspetto in streaming, ma sicuramente mi verrebbe da dire che è una versione molto moderna della vicenda. Ambientata in un cantiere in ristrutturazione, mescolata a personaggi turchi, vestiti con abiti tradizionali in un ambiente strettamente realistico dei nostri giorni. È un bel mix che apre uno scenario anche sul periodo storico che stiamo vivendo: immaginate il paragone tra “Zaide che non può svelare il suo volto, se non al Sultano” e “le mascherine che oggi usiamo come protezione, ma che in fondo nascondono la nostra vera personalità e che forse limitano la nostra parola”.

Com’è stato lavorare con Vick, ritenuto oggi uno dei registi di punta del panorama operistico internazionale? Quali sono le chiavi di lettura dell’opera che ha adottato?
La fortuna è stata proprio lavorare con lui, che oltre a essere un genio come artista a 360°, mi insegna che il teatro può essere verità, anzi più è vero e più “passa”. Le sue regie sono rivoluzionarie, conosciamo tutti la sua impronta, ma la cosa formidabile è che dietro ogni gesto, sguardo, movimento, c’è un pensiero chiaro, un sentimento reale che ognuno di noi ha dovuto trovare, ricercare e indirizzare al personaggio che interpreta. La sua energia ha contagiato tutti, esige un lavoro molto duro, ma ne vale decisamente la pena per la crescita professionale, ma anche personale.

Zaide, come detto, è opera incompiuta. Quale sarebbe potuto essere, a suo avviso, il finale scelto da Mozart: quello lieto o quello drammatico suggerito dalla fonte di Voltaire?
Il lieto fine è per chi sogna ancora che tutto possa risolversi per il meglio, per gli speranzosi. Il truce finale dove tutti si uccidono è per i passionali, per chi ama il Verismo e tutto quel filone post Mozartiano credo. Il finale giusto è quello di questa versione, incompiuto, sospeso, dove i personaggi sono ignari di ciò che accadrà, nessuno ha scritto la fine per loro, sono tutti liberi di scegliere il proprio finale. Sembra strano vero? Ma chissà se i personaggi potessero davvero prendere vita, bisognerebbe chiederlo a loro quale finale vorrebbero per sé. Forse Gomatz vorrebbe riuscire a fuggire con Zaide lontano nel deserto per rifarsi una vita, per non essere più schiavo; ma il coraggio di Zaide è spinto dal fatto che si sente in prigione, e se non lo fosse più sarebbe disposta in fine a rinunciare al suo agio per un uomo che in realtà ha visto di nascosto poche volte? Forse se i personaggi vivessero nella realtà odierna non farebbero le stesse scelte. In ogni caso Mozart ha preso la scelta più giusta per tutti regalando un gran fascino a questo capolavoro.

Zaide andrà in scena in diretta streaming ma senza pubblico a causa dei provvedimenti per il contenimento della pandemia. Come si prepara a vivere questa situazione e cosa pensa del ricorso allo streaming per la musica?
Non c’è una vera e propria preparazione adatta a questo momento. Si sono moltiplicate le prove, le pressioni sono molte, il teatro in questi giorni ferve di responsabilità ed è per tutti un nuovo modo di fare streaming. Il concetto di base è diverso, questa volta abbiamo solo una possibilità per far bene, per far sentire al pubblico attraverso microfoni che inevitabilmente camuffano la voce, attraverso uno schermo che filtra i sentimenti, che il teatro è tutto ciò che rimane alla nostra anima per volare libera, verso mondi meravigliosi e realtà immaginarie che vorremmo poter vivere nel quotidiano. Questa è una grande responsabilità. Noi non stiamo continuando a lavorare per far vedere al mondo che esistiamo, perché noi artisti esistiamo senza doverlo dimostrare, ma lo facciamo perché non potremmo vivere senza. Spero che il 20 novembre questo messaggio passi, spero che passi l’amore più di tutto, l’amore e l’impegno che ci stiamo mettendo, fino alla fine. Il teatro non è fatto per lo streaming, le emozioni si trasmettono tramite vibrazioni emanate nell’aria, tramite suoni che toccano i cuori di chi ascolta. Il teatro non è cinema, non può essere paragonato alla visione di un film perché ogni gesto, espressione corporea, suono, sentimento è live, vissuto in quel momento, non c’è nessuno dietro le quinte che lo “aggiusta”.

Nel suo repertorio ci sono molto Mozart e poi il Belcanto italiano. Lo scorso anno ha avuto un bel successo al Rossini Opera Festival come Corinna nel Viaggio a Reims, successo replicato quest’anno nella Cambiale di matrimonio. Cosa significa Rossini per lei?
Rossini è stato una lotta tra odio e amore per me. Dipende da come lo si approccia, non bisogna soffermarsi all’apparenza ma scavare, dietro le agilità c’è molto altro. C’è una grande profondità ed è proprio questo che mi ha colpita della sua musica. Corinna ha sicuramente segnato la svolta: ho amato cantarla, interpretarla e giocare con la voce per renderla soave ed eterea. Questo stile mi rappresenta molto. Prossimamente affronterò anche il repertorio più serio rossiniano e quella sì che sarà una sfida, ma non vedo l’ora di mettermi in gioco. La figura che mi ha spinto ad approfondire il mio rapporto con Rossini e che ha ispirato la mia voglia di continuare a innamorarmi di lui è Ernesto Palacio, che ringrazio infinitamente per la fiducia datami e l’immensa cultura e l’amore che ci continua a tramandare su questo compositore e sul suo stile di esecuzione.

C’è un ruolo al quale è particolarmente affezionata o che magari vorrebbe debuttare e perché?
In un futuro non troppo vicino direi, ma un ruolo c’è e c’è sempre stato: quello di Mimì. A volte mi immagino in quella soffitta a vivere di poco, a fare fiori finti, a sognare cosa c’è al di là delle nuvole. Quello di Mimì è un ruolo che mi ha sempre affascinata, fin da bambina e il canto spiegato nella speranza, quelle parole ingenue ma al contempo forti, reali, beh mi hanno conquistata. Puccini è uno dei miei amori più grandi e realizzare questo debutto sarebbe un immenso dono.

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