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Con Tamerlano, rivaluto i “pasticci” di Vivaldi – Intervista a Ottavio Dantone

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L’emozione del Barocco in musica. Non una moda passeggera, ma un’autentica passione persistente nel pubblico della classica, che si si rinnova anche grazie al successo delle incisioni discografiche, come quella fresca di stampa de Il Tamerlano (Il Bajazet) RV 703 di Antonio Vivaldi, pubblicato da Naïve, che vede Ottavio Dantone alla guida della “sua” Accademia Bizantina, con un bel cast di cantanti: il baritono Bruno Taddia (Bajazet), il controtenore Filippo Mineccia (Tamerlano), il contralto Delphine Galou (Asteria), il mezzosoprano Sophie Rennert (Irene), il soprano Marina De Liso (Andronico) e il soprano Arianna Vendittelli (Idaspe). L’opera, tecnicamente un “pasticcio” con musica di autori diversi, su libretto di Agostino Piovene, andò in scena per la prima volta al Teatro Filarmonico di Verona nel 1735; l’edizione critica adottata è a cura del musicologo Bernardo Ticci, mentre le variazioni sono di Ottavio Dantone, che abbiamo intervistato.

Perché questa nuova incisione de Il Tamerlano?
Il Tamerlano fa semplicemente parte di uno dei progetti discografici più importanti e imponenti della nostra epoca e cioè quello della Naïve dedicato all’opera di Vivaldi. L’Accademia Bizantina, essendo uno degli ensemble di punta di questa monumentale avventura, riceve la proposta di diversi programmi strumentali, vocali e operistici che noi valutiamo e programmiamo nel corso delle stagioni. Per quanto riguarda le opere, dopo Tito Manlio, L’incoronazione di Dario e Il Giustino, mi interessava affrontare un “pasticcio”, perché è una forma di spettacolo che mi ha sempre affascinato, assai peculiare dell’epoca barocca.

Come si inserisce quest’opera nell’arco della carriera di Vivaldi? Quali sono i tratti che la distinguono dagli altri capolavori operistici del Prete Rosso?
Quest’opera fu composta verso la fine della carriera di Vivaldi, quando era ormai in atto quel periodo di decadenza e difficoltà che lo portarono qualche anno dopo a cercare fortuna a Vienna, dove però mori poco tempo dopo. Essendo un “pasticcio” questa partitura si caratterizza ovviamente per una marcata varietà stilistica, dove la scrittura di Vivaldi è facilmente riconoscibile rispetto allo stile degli autori coinvolti, ovvero Broschi, Hasse e Giacomelli. Curiosamente Vivaldi scrive le arie dei personaggi “buoni”, come ad esempio Bajazet e sua figlia Asteria. Ma proprio in questi due ruoli sta a mio parere la forza drammaturgica di questo lavoro, soprattutto per la pregnanza emotiva presente in particolare nei recitativi accompagnati.

Come riassumerebbe l’importanza del Vivaldi operista nel quadro della musica barocca?
Il Vivaldi operista viene ancora oggi spesso sottovalutato rispetto ad altri compositori coevi. Certamente nella sua produzione affiora l’urgenza compositiva e un certo carattere “imprenditoriale”, ma resta evidente la sua personale abilità di scrittura fatta di suadenti soluzioni melodiche, armoniche e ritmiche. Ritengo che Vivaldi meriti un posto di rilievo nella storia del melodramma perché ci dà una visione estremamente connotativa del gusto teatrale dell’epoca.

In occasione dell’uscita del cd di Rinaldo di Händel, aveva chiarito la sua idea di filologia per la musica barocca, ossia che il manoscritto sia una forma viva d’arte “soggetta a uno studio e a un approccio sempre nuovo il cui obiettivo è interpretare e comprendere al meglio il compositore e fornire agli esecutori e al pubblico di oggi il miglior testo possibile per riprodurre il Teatro dei secoli passati”. È ancora questo il suo approccio? Come lo ha declinato nel caso de Il Tamerlano?
Ovviamente sì. Ma il mio non è tanto un approccio personale, ma il frutto di uno studio profondo sull’estetica, i caratteri e la psicologia dei musicisti del passato. Il fine ultimo era il gradimento del pubblico e questo passava attraverso una strategia emozionale dove ogni elemento (visivo, sonoro, strutturale e quant’altro), concorreva a determinare il risultato finale, ovvero il successo o meno dell’operazione.
Questo significa che la filologia (o il concetto a volte un po’ ottuso di “originale”) non è solo occuparsi della correttezza degli abbellimenti, delle articolazioni o dell’uso degli strumenti antichi, ma soprattutto la conoscenza delle consuetudini e delle esigenze non solo espressive ma spesso anche pratiche del teatro barocco. In quest’ottica la possibilità di operare sulla struttura (come ad esempio i tagli o i da capo), sulla strumentazione, sull’ornamentazione e molto altro, se fatto con cognizione di causa, può essere considerato come una operazione più che filologica.

Il Tamerlano di Vivaldi, come molte opere barocche, si presenta come un “pasticcio”, con l’inserimento di pagine di altri compositori coevi, atte a valorizzare le caratteristiche vocali dei primi interpreti. Quali sono state le sue scelte in merito per questa incisione?
Ho naturalmente lasciato le arie non vivaldiane già presenti nel manoscritto a noi pervenuto. Di altri cinque numeri ci rimane solo il testo e non la musica. È stato divertente, in collaborazione con Bernardo Ticci (il musicologo che si è occupato dell’edizione critica che abbiamo utilizzato), cercare le soluzioni più adatte ed efficaci per colmare questa lacuna. Ho voluto inserire non solo arie di Vivaldi tratte da altre opere, ma anche di altri autori, per restare nello spirito del “pasticcio”.

Parliamo del cast. Come ha scelto i protagonisti di quest’opera?
Ho voluto soprattutto un cast italiano (l’unica straniera presente è Delphine Galou che, grazie anche al fatto di essere mia moglie, parla un italiano pressoché perfetto). Ogni cantante è stato scelto in modo da rappresentare, sia vocalmente che psicologicamente, il carattere di ciascun personaggio. Essendo io particolarmente esigente sul piano della declamazione e dei silenzi teatrali, ho voluto cantanti capaci e flessibili anche dal punto di vista attoriale e comunicativo.

Assistiamo oggi a un revival del barocco in musica. Quali sono a suo avviso le motivazioni di questo interesse? Si tratta di una moda o di qualcosa di più profondo? Quali analogie scorge – ammesso che le scorga – tra l’epoca barocca e il momento presente?
Se si trattasse di una moda sarebbe la tendenza più lunga della storia, visto che dura ormai da quasi mezzo secolo. Più che un revival, il fenomeno della musica barocca è stato un graduale processo, iniziato negli anni Settanta, di rilettura e di riappropriazione di un linguaggio che era stato perduto nel corso di due secoli. La necessità di una ricerca filologica in tutti i campi (tipica dell’era moderna) al fine di osservare con spirito critico l’arte del passato, ha favorito nella musica la riscoperta e la comprensione di un idioma che oggi il pubblico riesce a decifrare in termini emotivi. Le emozioni infatti sono le stesse di tre secoli fa, basta saperle trasmettere. Da qui il successo odierno della musica antica con strumenti originali.

Le vicende della pandemia hanno colpito pesantemente il mondo dello spettacolo dal vivo. Cosa pensa del ricorso allo streaming per la musica?
Tutto quello che può contribuire a mantenere in vita e a diffondere la musica e la bellezza che ci viene sottratta a causa di questo terribile virus, è non solo ben accetto ma doveroso.

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