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Vicenza, la mia piccola Salisburgo – Intervista ad Andrea Castello

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Ha portato L’Orfeo di Monteverdi in discoteca e pensa alla sua città come a una piccola Salisburgo. Andrea Castello, vulcanico direttore artistico di Vicenza in Lirica, nonché presidente dell’Archivio storico Tullio Serafin, parla di musica, giovani, cultura. E lo fa con le idee chiare e la voglia di coinvolgere sempre più persone intorno alla sua passione.

Partiamo dalla settima edizione di Vicenza in Lirica, che si apre il 31 agosto con l’esecuzione della Petite Messe Solennelle di Gioachino Rossini al Teatro Olimpico.
Tutti hanno ricordato Rossini lo scorso anno, in occasione dell’anniversario dalla morte, ma Rossini bisogna ricordarlo ogni anno, proprio perché è un compositore, come molti altri, immortale. Il mio desiderio era di programmare la Petite Messe proprio con questo cast, in particolare con Barbara Frittoli, Sara Mingardo e con Michele Campanella al primo pianoforte. Senza nulla togliere agli altri interpreti (il tenore Alfonso Zambuto e il basso Davide Giangregorio, Schola San Rocco, Monica Leone e Silvio Celeghin ndr), si tratta di amici. Sara Mingardo dal 2017 è anche socio onorario di Concetto Armonico, l’associazione promotrice del Festival.

Nel programma di quest’anno di Vicenza in Lirica spicca un’opera poco eseguita di Baldassarre Galuppi. Ce la presenta?
Dopo la prima moderna di Polidoro di Lotti, andato in scena lo scorso anno, la nostra produzione ufficiale di quest’anno è un’altra riscoperta: La Diavolessa, un titolo comico di Galuppi con libretto di Carlo Goldoni, su una nuova revisione di Franco Rossi e Francesco Erle, che dirigerà l’opera, con la regia di Bepi Morassi. L’ultima volta che venne eseguita fu nel 1952 alla Fenice, con la direzione di Carlo Maria Giulini. Penso che un festival debba anche essere innovazione e per questo preferisco sempre inserire in cartellone un titolo nuovo, come con Polidoro. Certo, è più difficile venderlo, ma la soddisfazione a lavoro finito è molto più grande perché abbiamo riscoperto qualcosa chiuso in un cassetto da secoli. La Diavolessa, poi, è un’opera veneta: la nostra regione nasconde molte pagine musicali che non conosciamo e che vorrei riscoprire, magari una all’anno. Credo che mettere in scena prime moderne sia interessante anche per i giovani artisti che in tal modo non si abituano a cantare solo Traviata o il Rossini o il Mozart che più conosciamo.

A proposito di Veneto e di Venezia, il Festival ha ottenuto quest’anno il patrocinio del Teatro La Fenice: una bella soddisfazione.
Sì, un riconoscimento davvero prestigioso. Inoltre, per i costumi de La Diavolessa abbiamo anche costruito una collaborazione con la Fenice. I costumi sono stati infatti disegnati da un nome tra i più noti del settore, Carlos Tieppo, ideatore dell’atelier della Fenice, e poi cuciti a Vicenza dalle sarte che lo scorso anno parteciparono al workshop da noi realizzato in collaborazione con Confartigianato Imprese Vicenza.

Un’iniziativa che si ripete anche quest’anno.
L’anno passato abbiamo realizzato workshop su foto, light design, parrucco e sartoria, oltre che di direzione artistica e comunicazione. Abbiamo così altri sette artigiani all’opera che vengono a imparare i trucchi del mestiere in teatro, che è cosa diversa dal lavorare nella propria bottega.

Nel titolo di Vicenza in Lirica spicca la parola “oro”, perché?
Per la prima volta abbiamo creato una sinergia con la fiera dell’oro, che si svolgerà a Vicenza dal 7 all’11 settembre. Tanto più che nella trama de La Diavolessa si parla proprio di oro. Da cinque anni le vetrine della città vestono lirica. Quest’anno i negozianti allestiranno vetrine ispirate all’opera, al Festival e all’oro. Sette di queste avranno i bellissimi costumi del Polidoro dello scorso anno, realizzati a mano da Giampaolo Tirelli.

Quali altri appuntamenti vuole sottolineare del Festival?
Il Festival è molto ricco: ci sono presentazioni di libri, guide all’ascolto, conferenze… ma qui vorrei sottolineare due cose. Anzitutto, la chiusura con un concerto di Ferruccio Furlanetto: un sogno che si realizza. Gli conferiremo il Premio alla carriera 2019 e si esibirà in pagine da camera e arie d’opera. Poi, la formula del Festival che mette insieme giovani e interpreti che stanno già lavorando nei grandi teatri: penso ad esempio alla masterclass di Monica Bacelli.

Qual è il valore aggiunto di un Festival come Vicenza in Lirica?
Certamente il Teatro Olimpico, che è una sorta di tempio, un luogo ambìto da molti ma che necessita di un particolare rispetto. Non voglio che i registi usino tanti oggetti su quel palco, anche perché quella scena parla già da sola. Un ulteriore valore aggiunto è dato anche dalla mia passione nel realizzare questo progetto. E poi c’è la città: le nostre opere sono pensate, prodotte e realizzate qui. Vicenza è una città piccola ma bellissima, con un patrimonio artistico straordinario. Una città che risponde in modo convinto alle sollecitazioni di un Festival che ha solo sette anni ma è già molto importante. Il modello a cui mi ispiro è Salisburgo, voglio che Vicenza diventi una città che vive di un Festival per 15 giorni.

Lei è anche presidente dell’Archivio storico Tullio Serafin.
L’Elisir d’amore di quest’anno nasce anche come ricordo del maestro Serafin: è infatti una delle prime opere che ha diretto, nel 1898, quando usava uno pseudonimo perché non era ancora diplomato. A Cavarzere, sua e mia cittadina di origine, ho organizzato un concorso lirico in suo nome e i vincitori di quella competizione potranno debuttare nel capolavoro di Donizetti al Teatro Olimpico. Saranno accompagnati dall’Orchestra “Crescere in musica”, progetto del liceo Corradini di Thiene diretta da Segio Gasparella, con il coro dell’istituto musicale Veneto di Thiene diretto da Spadarotto, con la mise en espace di Piergiorgio Piccoli.

Cosa contiene l’archivio?
Si tratta di un archivio ricchissimo, con spartiti, lettere, documenti, nato con l’obiettivo di conservare la memoria di questo grande musicista. Tra i documenti, ricordo una lettera di Verdi, due lettere di Maria Callas, missive di D’Annunzio, Malipiero, Montemezzi. Da queste si evince il rispetto che tali personalità nutrivano per Serafin, anche quando magari esprimevano critiche o opinioni diverse sulla musica. Scorrendo gli spartiti è molto interessante vederne le note sia riferite alla musica che alla voce, i famosi tagli, addirittura annotazioni relative al respiro dei cantanti e ai movimenti in scena.

Quando sarà possibile consultare tale archivio?
L’archivio è attualmente in restauro, un lavoro che si concluderà entro fine anno. Poi ci vorranno i tempi tecnici perché sia messo a disposizione degli studiosi. Ci tengo a ricordare che l’archivio ha ricevuto il titolo di interesse storico particolare dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica del Veneto e Trentino – Alto Adige e dalla Regione Veneto, un bel riconoscimento.

Dove sta l’attualità di una figura come Serafin?
Serafin rappresenta un esempio attuale per il suo modo di seguire i cantanti, perché accompagnava il giovane cantante al palco, lo formava. Rosa Ponselle, per fare un esempio, ha debuttato Norma dopo un anno e mezzo di studio con Serafin. Per contro, quando nel 1961 il maestro fece un’audizione a Pavarotti, dopo averlo ascoltato, chiuse il piano e gli disse: lei può andare, non ho niente da dirle. Tutti collegano Serafin alla Callas, ma ricordiamoci che la Callas è arrivata nel 1947 e Serafin dirigeva dal 1902. E poi, Serafin è un esempio del coraggio di affrontare anche il repertorio contemporaneo, nel suo tempo forse ancor più difficile di oggi. Diceva: io sono il frutto delle mie forze. Io, come lui, penso che nel mondo della lirica ciascuno debba essere il frutto delle proprie forze.

Recentemente lei ha pubblicato un post su Facebook relativo al fatto che nella lirica debbano contare più le qualità vocali che quelle fisiche. Perché lo ha fatto?
Perché volevo sottolineare la centralità del canto. Non recluto i cast per fare le sfilate di moda. Il cantante deve essere anzitutto un bravo cantante. È ora di finirla con questa fisicità perché altrimenti avremo dei bellissimi modelli che però non sanno cantare.

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