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Scendo in Arena come un gladiatore – Intervista a Vittorio Grigolo

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Pronto a scendere in Arena, come un gladiatore (o come un leone, dal ruggito possente). Vittorio Grigolo, tenore di carriera internazionale e di frequentazioni musicali che vanno al di là dei palcoscenici operistici, sarà Alfredo nella speciale replica di Traviata in scena il 1° agosto all’Arena di Verona: accanto a lui, Plácido Domingo nei panni di Germont padre, per festeggiare i 50 anni dal debutto nell’anfiteatro veronese. Un appuntamento che assume ancor più valore – artistico e affettivo – per la regia di Franco Zeffirelli, l’ultima del maestro scomparso nel giugno scorso. Alla prima, andata in diretta televisiva su Rai1, Grigolo fu tra i commentatori dello spettacolo. Ora ne è invece parte fondamentale. Lo abbiamo intervistato.

Com’è passare dalle parole ai fatti in Arena?
Una bella sfida. Un conto è fare il conduttore di un programma, introdurre a questo spettacolo incredibile, un altro conto è vestire i panni di Alfredo. Chi altri oggi può fare il commentatore di Traviata e poche settimane dopo ritrovarsi in prima linea sul palco? La diretta Rai mi ha dato un vantaggio, perché difficilmente vado a vedere una regia prima di interpretarla: soprattutto quando si tratta di un nuovo allestimento preferisco lavorarci direttamente, senza mediazioni precedenti. Questa Traviata sarà per me una grandissima sfida, anzitutto perché spero di recitare in modo da rispecchiare ogni desiderio di Franco (Zeffirelli, ndr). Poi c’è la festa per Domingo e poi c’è l’Arena, che non è per tutti, a maggior ragione in un momento in cui viviamo immersi nell’inquinamento acustico, con le orecchie abituate all’amplificazione. Lo stesso anfiteatro ospita spesso concerti rock o pop. Chi non è abituato all’opera deve “appizzare” le orecchie, anche perché di voci areniane non se ne trovano tutti i giorni. Quindi, o ti fai mangiare dallo spazio o tiri fuori gli artigli e fai il gladiator.

Le chiedo un ricordo di Franco Zeffirelli.
Ricordo la sua emozione e la gioia ogni volta che lo incontravo. Quando passavo da Roma, specialmente sotto Natale, cercavo sempre di salutarlo. Aveva una voglia di vita incredibile, un’energia sempre fresca, spiritosa: era amante dei colori della vita. Soprattutto se gli stavi a genio, ti dava tutto. I personaggi con grande carisma spesso hanno poche sfumature: o sono bianchi o sono neri. Lui era così: magari si arrabbiava e subito dopo tornava a volerti bene più di prima, non aveva vie di mezzo. Credo che sia stato apprezzato più all’estero che in Italia. D’altra parte, Nemo profeta in Patria. Era un gentleman, un uomo rispettoso, mai sguaiato, sempre fine e composto anche nel suo essere diverso: cresciuto in un momento storico in cui la diversità non era ammessa, con la sua delicatezza e il suo modo di essere ha vissuto la difficoltà di essere libero, eppure lo è stato.
L’ultima volta che l’ho visto è stato poco prima che morisse: a casa sua stava riguardando il suo Gesù di Nazareth e mentre le immagini scorrevano sullo schermo, mi ha indicato la figura di Gesù, come per dirmi “Ti lascio nelle sue mani”. Franco aveva una grande fede e anche questo è un insegnamento che ci ha lasciato. Tra le cose più care serbo proprio un suo bozzetto del Gesù di Nazareth, con una dedica ove scrive: ovunque tu mi cercherai, io ci sarò.

Da un mito all’altro. Cosa rappresenta per lei Plácido Domingo?
Una leggenda vivente. Dopo Pavarotti, è forse l’ultimo tenore di levatura storica. Rappresenta anche un insegnamento: quando si ama il proprio lavoro e quando diventa una passione, una sorta di droga positiva, questa ti tiene in vita e nel momento in cui ci si ferma, si invecchia e si muore. Una volta gli ho detto, scherzando, “spero di andare in pensione prima di te!”. Un po’ mi fa invidia, un’invidia positiva, costruttiva, chiaramente. Ha una sorta di energia soprannaturale che viene dalla musica. E poi Plácido insegna a noi cantanti anche l’intelligenza nella scelta del repertorio, che è molto importante soprattutto a inizio carriera: riuscire a dominare e gestire il talento attraverso la scelta di un repertorio giusto.

Cosa pensa della polemica suscitata sempre a Verona dalle dichiarazioni del soprano Tamara Wilson per cui tingersi di nero in Aida è razzismo?
Sono polemiche che non devono esistere. Sinceramente, non vedo dove stia il problema. Premesso che Aida non l’ho mai cantata e che bisogna vedere cosa dice il libretto in merito, mi chiedo: quando ci sono colleghi cantanti di colore che interpretano Bohème o Elisir, con i quali a me è successo di cantare, dobbiamo sbiancarli perché i rispettivi personaggi non avevano la pelle scura?

Parliamo della sua partecipazione al talent “Amici” di Maria De Filippi su Canale 5. Lo rifarebbe?
Lo rifarei centomila volte perché è un ruolo nel quale non ho portato tanto me stesso in gioco, quanto un mondo che a livello televisivo e mediatico non viene calcolato, ossia l’opera. Maria De Filippi è una donna intelligente e coraggiosa perché ha scommesso su qualcosa su cui altri non avrebbero mai puntato. E poi ho pensato al fatto di poter lavorare con giovani talenti e soprattutto di essere a contatto con una fascia d’età che difficilmente andrebbe all’opera, tanto più che si era in prima serata. Mi spiace per Pio e Amedeo (i comici che scherzavano sul suo essere sconosciuto, soprattutto rispetto a Ricky Martin, a capo della squadra rivale di quella di Grigolo, ndr) che dovrebbero avere più cultura e magari venire a vedere Traviata in Arena. Sarei curioso di vedere se Martin avrebbe il coraggio di cantare senza microfono qui, anche un atto solo di Traviata! Ciò detto, Ricky Martin mi chiamava maestro e avrebbe voluto collaborare con me. Era emozionante nella sigla del programma ascoltare il mio “Nessun dorma” affiancato alle canzoni di Martin: due cose agli antipodi, ma era bello perché gli opposti si attraggono.

Progetti discografici?
Ho in cantiere un paio di album nuovi: uno con duetti con grandissimi artisti pop internazionali e un altro, il prossimo anno, più classico ma con una rivisitazione negli arrangiamenti delle arie d’opera, cantate in maniera particolare, più intima. Una sorta di “Easy listening opera” rivolto soprattutto a un pubblico giovane, per avvicinarlo a questo genere. Dietro questo lavoro c’è una figura per me importantissima, e per certi versi leggendaria: Tony Renis. Per me è da sempre la figura del mentore, consigliere, produttore e ora più che mai vicino come un padre. Un artista e un uomo di grande esperienza e di orecchio incredibile. Devo a lui, quando ero giovanissimo, la spinta a lasciare il pop e a investire sull’opera.

Prossimi impegni operistici?
L’anno prossimo debutterò Carmen a Parigi e mi piacerebbe cantarla anche qui a Verona. Il 2020 mi vedrà debuttare pure in Trovatore e Un ballo in maschera.

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