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L’umanità del buffo – Intervista a Paolo Bordogna

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Un esteta della musica, sempre alla ricerca del bello. Così ama definirsi Paolo Bordogna, da molti ritenuto il buffo per eccellenza nel teatro lirico italiano e internazionale. Baritono milanese classe 1972, Bordogna è impegnato in questi giorni nei panni di Taddeo ne L’italiana in Algeri in scena al Teatro Regio di Torino.
“Il teatro d’opera è qualcosa di completo – dice –, così radicalmente vivo che ogni produzione, addirittura ogni recita, rappresenta un unicum. Anche per la ricchezza che viene dalla collaborazione di artisti sempre diversi. Ho la fortuna di fare un lavoro così interessante che non avrebbe senso di farlo solo dal punto di vista agonistico. Sento spesso una corsa inutile a chi tiene di più l’acuto, a chi canta… serve, ma questo non deve andare a discapito della bellezza del suono come della bellezza nelle produzioni. Si può anche stravolgere la drammaturgia e fare un bellissimo lavoro, ma il bello, che può essere moderno o anche post moderno, non deve mancare. Per me il teatro è una forma d’arte che deve arricchire le persone: in questo senso sono un esteta”.

Parliamo di Taddeo, ruolo che immagino lei frequenta da tempo.
In realtà Taddeo è un ruolo che ho fatto meno di Barbiere o Cenerentola: al mio attivo ho sette/otto produzioni di Italiana. Siamo di fronte a una classica maschera che viene dalla commedia dell’arte, il cicisbeo, un po’ come Narciso nel Turco in Italia, che costituisce uno scoglio dal punto di vista interpretativo anche per i registi di oggi. È un personaggio purtroppo molto lontano dalla nostra idea di drammaturgia moderna. Tuttavia, come per altri personaggi rossiniani, Taddeo nell’opera ha frasi che lasciano intravedere un’umanità più rilevante: quando Mustafà lo presenta come Kaimakan, lui dice “Hai capito questo core, pensa adesso come sta” e si sente una sesta napoletana che rende i tratti di Taddeo un po’ più dolenti e con caratteri più profondi. Dopo tanti anni di teatro, ci si rende conto che la musica va sempre servita e ciò vale a maggior ragione per il pubblico di oggi, abituato a un altro tipo di drammaturgia. Quindi si cerca di evidenziare questi tratti perché il pubblico ci si rispecchi in modo più diretto.

Come si sente nei panni di un grande interprete buffo?
Sicuramente c’è una mia attitudine nel rendere i personaggi comici. Con gli anni ho imparato che less is more. Si affina la tecnica di recitazione, si capiscono i tempi, impari a controllare i ritmi della battuta e della gag, che ci può stare se ben fatta e inquadrata in un contesto intelligente. Non si deve forzare la risata del pubblico: la vera comicità è nella misura, mai nella ricerca disperata della risata facile. Tuttavia, come dicevo prima a proposito di Taddeo, in ogni opera buffa c’è per tutti i personaggi comici un momento di verità. Cerco sempre nel ruolo comico il risvolto umano, anche nella lacrima, qualcosa in cui il pubblico si possa rispecchiare. Mi sforzo insomma di trasformare la risata di scherzo in risata di cuore, in una sensazione di leggerezza che il pubblico si porta a casa.

Come sarà Taddeo nella produzione in scena a Torino?
Con il regista Vittorio Borrelli abbiamo lavorato per trovare un piccolo escamotage in modo da suggerire che non sia un personaggio così univoco e sciocco come solitamente viene disegnato: nell’ultima scena, è come se lui fosse l’artefice, insieme a Isabella e Lindoro, del raggiro ai danni di Mustafà. In “Pensa alla Patria”, Taddeo ride e lo fa in un momento in cui si dovrebbe essere tutti molto seri, anche perché questa scena è una sorta di ritratto risorgimentale, pur in un’opera leggera come Italiana. Lasciare che Taddeo rida, non farebbe un gran favore al personaggio e soprattutto all’interprete che ride e non sa perché lo fa. Così, con Borrelli abbiamo introdotto un piccolo elemento, un forchettone: ride perché sta già pensando alla truffa ai danni di Mustafà. Non ride dei valori di cui parla Isabella. Questo, inoltre, ci consente il fatto che Taddeo non veda e senta Isabella riferirsi a Lindoro con frasi amorevoli e struggenti, perché non si deve rendere conto fino all’ultimo che lo schiavo che ha di fronte è Lindoro.

Come sarà in generale la regia di questa Italiana?
È una regia che vanta una impostazione classica, senza pretese di stravolgimenti. È molto ben fatta, come è nello stile della grande scuola del teatro italiano, con precisione, eleganza, senza cercare la gag facile. Questo mi piace molto. Sarà sicuramente divertente.

A proposito di regie e registi, qual è la sua esperienza in merito?
Sarebbe auspicabile che il regista d’opera conoscesse la musica o quantomeno la apprezzasse. Le cose più imbarazzanti a me sono successe proprio quando mi sono trovato a lavorare con registi che guardavano solo al testo, senza conoscere il colore disegnato dal compositore per le varie scene. Ciò detto, io sono uno che ha sempre lavorato da interprete: non arrivo alle prove con un’idea univoca sul personaggio, sono pronto ad accogliere idee e suggerimenti di regista e direttore. È il mio lavoro: avere gli strumenti per essere duttile. Sono sempre stato affascinato dal sottotesto, quello che, anche se non esplicitamente dichiarato, lascia il segno sul pubblico, al quale arriva un’emozione. Il lavoro drammaturgico che molti bravi registi fanno su opere anche inflazionate è sempre interessante perché è uno stimolo artistico e anche musicale.

Cosa significa essere un baritono buffo?
Nasco come baritono brillante, ho cantato quasi tutti i ruoli del Rossini comico. Poi, con la naturale evoluzione vocale e di interprete, sono passato a ruoli da buffo e anche da bass-baritone: ho alternato Dandini e don Magnifico, Figaro e Bartolo, Geronio e Selim. Lo faceva anche Bruscantini. Già all’epoca di Rossini, poi, alcuni ruoli erano affidati ai cosiddetti buffi parlanti, ma un interprete moderno io credo debba dare sempre spazio a una vocalità franca e bella: non si smette mai di ricercare il suono bello, perché parliamo comunque di Belcanto. Ecco perché ho alternato questi ruoli: perché la difficoltà e la bellezza nel canto di Dandini mi hanno aiutato a mantenere la freschezza vocale e la ricerca del suono giusto. Tutt’oggi, quando studio, la prima cosa che faccio non è il sillabato dell’opera ma di solito affronto prima i passaggi vocali del canto legato e disteso, le agilità e cerco di allungare le note, arricchendole di armonici in modo che pesino meno durante la performance, per avere un canto sempre morbido e ricco.

L’anno scorso ha totalizzato oltre settanta recite. Come fa ad affrontare un simile impegno?
Senza una tecnica ferrea e una salute altrettanto ferrea non lo avrei fatto. Lo devo alle regole del Belcanto: l’appoggio, i fiati lunghi, il controllo vocale, la morbidezza, soprattutto la linea di canto. Molti non ci fanno caso, ma anche nei grandi sillabati dell’aria di don Bartolo ci sono scritti tantissimi segni agogici, spesso disattesi. Anche perché l’orchestrazione rossiniana con strumenti moderni è molto ricca e se non è ben controllata, si rischia di penalizzare il cantante, che non deve forzare.

Cosa c’è nel suo futuro?
Sto studiando e mi sono preso il prossimo mese per approfondire L’equivoco stravagante, produzione molto interessante al Rof di quest’anno. Sono molto legato a Rossini Opera Festival, devo tantissimo al rapporto con Gianfranco Mariotti, Alberto Zedda e oggi con Ernesto Palacio, mio mentore e agente in passato. Gamberotto, il mio personaggio ne L’equivoco, appartiene al novero dei tipici padri o tutori rossiniani, poi gabbati dalla nuova generazione di amorosi, con situazioni e gag molto divertenti. Peraltro, Gamberotto ha tantissimo spazio nell’opera, tre arie, duetti, concertati. La sua seconda aria “Parla, favella e poi” presenta una scrittura che gioca col modello tipico delle arie di furore barocche e impone un controllo tecnico esemplare, soprattutto per le agilità di forza. Tra gli altri impegni, vorrei  ricordare anche il Barbiere a Bari, Tokyo e Berlino, Le nozze di Figaro a Sydney, Cenerentola a Monaco di Baviera, Il Turco in Italia (come Selim) a Bilbao e Fille du régiment nella nuova edizione critica al Donizetti Festival.

Ci sono dei modelli per lei tra i cantanti del passato?
Guardo molto a Taddei per la sua vocalità sempre morbida, tipicamente italiana e colorita, soprattutto per quanto riguarda Mozart, che considero un autore belcantista, con quelle frasi lunghe e la morbidezza del suono. In realtà, sono tanti i miei modelli, anche magari un giovane collega con cui sto lavorando, ma il riferimento più grande per me è l’autocritica. Mi registro sempre, anche quando studio.

Ci sono personaggi che le piacerebbe interpretare?
In questo momento, sto valutando il repertorio francese, ad esempio Sancho in Don Quichotte di Massenet, e poi mi piacerebbe fare anche personaggi veramente cattivi. In realtà, un po’ ci sono già abituato a personaggi veramente cattivi, perché don Magnifico è uno dei più perfidi in assoluto: al confronto, Macbeth è uno psicolabile. Lavoro molto all’estero e soprattutto qui mi stimolano ad ampliare il repertorio: ovviamente non mi metto a cantare Scarpia, ma, ad esempio, mi hanno proposto Lucrezia Borgia ed è un’opera che mi piacerebbe molto cantare. Insomma: anche se non ho mai rifiutato l’immagine del buffo a cui devo molto e a cui sono legato, sono pur sempre un baritono e non voglio morire solo buffo.

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