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L’attore che diventò baritono – Intervista a Luca Micheletti

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Dal palcoscenico della prosa a quello dell’opera, il passo è breve. Ne è testimonianza la singolare avventura umana e professionale di Luca Micheletti, bresciano, classe 1985, attore e regista di prosa di bella carriera che, da tre anni circa a questa parte, canta da baritono. E in tale veste ha inanellato una serie di successi su importanti palcoscenici: Escamillo in Carmen al Lirico di Cagliari, dove è stato anche applaudito quale Enrico nella farsa Il Campanello di Donizetti; quindi Jago nel verdiano Otello al Ravenna Festival dello scorso anno, il Conte ne Le nozze di Figaro tra Ravenna e Rimini, diretto da Riccardo Muti. E ora è nuovamente a Ravenna dove veste i panni di Escamillo per una nuova produzione di Carmen di cui firma anche la regia (la prima è domenica 3 novembre alle ore 15,30; repliche il 7 e 10 novembre). Dal 16 novembre, poi, Micheletti debutta in Rigoletto al Teatro del Maggio, prima di volare a Sidney, dove sarà Don Giovanni. Lo abbiamo incontrato.

Com’è passato dalla prosa alla lirica?
Grazie a una passione, quella per l’opera, che mi ha sempre accompagnato, sin da quando ero bambino. Da qui a decidere di calcare il palcoscenico anche come cantante il passo non era così breve, ma è stato possibile grazie all’incontro con il mio maestro di canto, col quale studio tutt’ora, il tenore Mario Malagnini, che mi ha molto supportato. Ho iniziato quasi per caso: tre anni fa, dovevo partecipare a un film di Marco Bellocchio ispirato ai Pagliacci di Leoncavallo e il regista cercava attori che sapessero anche cantare. Così ho chiesto a Malagnini di darmi qualche lezione di canto. Dopo avermi ascoltato, Mario mi ha detto “dovresti fare sul serio”. In fondo, i due mestieri si toccano.

Poi è arrivato un altro incontro importante, quello con Cristina Mazzavillani Muti.
Esatto. La vera grande occasione è arrivata grazie a lei. Dopo un’audizione a cui partecipai, mi chiese di cantare Jago. Sapendo del mio background nella prosa, mi disse: “Continua a fare teatro anche sul palcoscenico dell’opera”. Mi ha molto motivato, portandomi a un debutto così importante. Prima avevo fatto piccole cose, mentre posso dire di avere fatto tanto teatro musicale; il nome di Verdi fa sempre la differenza in locandina. Questo rapporto con Cristina Muti ha avuto un’evoluzione molto proficua, al punto che mi ha chiesto di cantare diretto dal marito nel ruolo del Conte nell’Italian Opera Academy e poi di curare la regia di Carmen per questa edizione del Ravenna Festival.

Come si relaziona con il mondo dell’opera?
Con grande umiltà, da teatrante con la minuscola. In fondo, vengo da un teatro povero e mi trovo di fronte a un teatro da sempre più ricco. Devo dire che il grande sostegno e le manifestazioni di stima raccolte a Ravenna, e non solo, mi stanno confortando. Naturalmente, la prosa non la lascio, ma su questa nuova strada sto imparando molto.

Quali sono le analogie e le differenze tra prosa e lirica?
Mi trovo a mio agio nel melodramma perché in palcoscenico ci sono nato e sempre di teatro si tratta. Chiaro, esistono notevoli differenze: volendo usare una metafora, l’opera è come un paese che va in scena, la prosa invece è una famiglia. Con tutto quello che ciò comporta.

Parliamo del suo debutto come regista d’opera. Com’è lavorare sulla regia d’opera?
La regia lirica è un mondo non così altro rispetto alla prosa. Carmen forse ha aiutato in questo senso: essendo un’opéra-comique, è un ibrido, con i suoi dialoghi parlati. Mi sono trovato benissimo, sia perché conoscevo bene questo titolo e sia perché l’ho frequentato da cantante sul palco (Carmen è stata anche l’opera del debutto da cantante di Micheletti, ndr): insomma, non ho chiesto ai colleghi cose impraticabili. E poi, non ultimo motivo, perché il contesto in cui ho preparato il debutto è il migliore che potessi sperare, soprattutto per la grande vicinanza di Cristina Mazzavillani Muti, che mi ha affidato questo compito e mi ha accompagnato in maniera attenta e preziosa.

Come sarà questa Carmen?
Una sorta di noir, anche perché ho voluto svuotarla dal folclore che la accompagna. Ho cercato di capire perché in un clima così festoso nasce una storia di amore e morte: la grande energia e la frenesia in Carmen si sommano a una voglia di andare a sbattere oltre il muro della vita, fin dentro la morte. Quindi, l’opera sarà un noir anche dal punto di vista visivo, salvo utilizzare il colore rosso per dire passione, sangue, morte, ma anche teatro. Una delle componenti della regia è un’osservazione metateatrale della vicenda: Carmen è una grande attrice oltre che una ragazza di vita, sa manipolare le persone, cambia le maschere. Lei dirige la sua vita dal di dentro, finché, con più consapevolezza che stordimento, decide di andare incontro al pugnale di Josè.

Cosa pensa di Carmen rispetto al tema del femminicidio?
È vero che è una storia di un femminicidio, ma è soprattutto una storia sulla inautenticità delle passioni o dei sentimenti: non si può confondere l’amore tra Josè e Carmen con quello tra Rodolfo e Mimì. Tutti e due sembrano innamorarsi nel breve giro di un duetto, ma quello che nasce è sentimento decisamente differente. Quello di Mimì e Rodolfo è autentico, quello tra Carmen e Josè può far parte dell’umano solo in una dimensione di parossismo, quando due creature border line si trovano: un uomo frustrato e debole, una donna psicologicamente instabile, narcisista e manipolatrice. È una sorta di bomba a orologeria che esplode nel finale, quando entra in gioco Escamillo, che per caso inciampa nella vicenda umana dei due e cambia la prospettiva di Carmen.

Come sarà il suo Escamillo?
Escamillo e Micaela sono due ruoli apparentemente brevi. Eppure, nella brevità, hanno entrambi un’aria e un duetto e si rivelano cruciali. Si tratta dunque di concentrare nelle loro apparizioni tutto il significato anche simbolico che portano con sé. Nella mia aria cercherò di far passare la frenesia di chi, con una spavalderia che è quasi furore, non solo non teme, ma ambisce a farsi sfidante di qualcuno più grande di lui, come il toro. Questa è la grande metafora su cui si regge l’opera: la vita è una corrida.

Ci racconti invece come intende il personaggio di Rigoletto. Non è difficile per lei che è giovane interpretare il ruolo di un anziano?
Mi ha molto affascinato la lettura che ne dà il maestro Renato Palumbo (direttore dell’allestimento in scena Firenze, ndr): quella di una figura malata, malata di nervi, di vita, tormentata. Non è la storia di un vecchio padre e basta: lavorerò sulla senilità di Rigoletto ma anche sulla sua malattia, sulle sue fobie, sulla cattiveria che gli viene dall’andamento della sua esistenza. Verdi, poi, ha una scrittura davvero magica, che ti accompagna e ti offre inattese occasioni di risoluzione. Mi avvicino a questo capolavoro con rispetto e umiltà, consapevole del fatto che non si finirà mai di indagarlo.

Come vede il rapporto tra la fonte di Hugo e l’opera di Verdi?
Qualche anno fa, ho diretto un allestimento de Le roi s’amuse di Victor Hugo. Come anche in altre occasioni, quando Verdi tocca grandi opere in prosa spesso gli fa un buon servizio. Certo, con Shakespeare la guerra è fra titani, ma nel caso di Hugo, si tratta di un dramma in prosa figlio del suo tempo, al quale Verdi conferisce il respiro universale che gli mancava: è come se il compositore concentrasse in Rigoletto tante altre figure di disgraziati nel corpo e nello spirito, come ad esempio lo stesso Quasimodo di Notre Dame de Paris.

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