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La via italiana del (bel) canto – Intervista a Francesco Meli

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Francesco Meli e l’arte italiana del (bel) canto. Il tenore genovese, tra i protagonisti del panorama lirico odierno, è impegnato in questi giorni in una masterclass di canto intitolata “Da Rossini a Verdi”, presso Palazzo Pesce a Mola di Bari. Un momento per condividere con giovani interpreti la sua esperienza e la sua preparazione, prima di affrontare i prossimi impegni internazionali, che lo vedranno protagonista a Salisburgo nel Requiem di Verdi diretto da Riccardo Muti e poi nelle vesti di Don Carlo al Teatro Real di Madrid. Lo abbiamo intervistato.
“Questa masterclass – ci spiega – nasce dall’amicizia con il mezzosoprano Margherita Rotondi, che cantò nei panni di Frasquita a Genova, e che mi ha invitato qui a Bari. Torno a tenere una masterclass con grande piacere dopo anni: l’ho già fatto a Parma e alla scuola dell’opera di Bologna. Più che insegnare, studiare insieme a un altro cantante mi è sempre piaciuto. Anche quando andavo in Conservatorio, capitava che lo facessi con i miei compagni e da sempre è una cosa che mi ha affascinato e incuriosito”.

Vede l’insegnamento nel suo futuro?
Insegnare è sempre stato nei miei desideri e chissà che prima o poi non apra una scuola dove fare sia alto perfezionamento che tecnica… forse rimarrà un sogno, ma nel frattempo faccio masterclass. Anche per trasmettere ai giovani la mia esperienza e ciò che ho imparato negli anni. In realtà, insegnare è un’ottima occasione per me di capire tante cose: è più facile stare di fronte a una persona che devi giudicare piuttosto che farlo su se stessi. Cercando di risolvere un problema altrui, mi rendo conto di come io stesso posso adottare quella soluzione a cui magari prima non avevo pensato.

Un buon maestro deve aver avuto a sua volta buoni maestri, non è così?
Assolutamente sì. Io, dopo una signora del coro di Genova che per prima si accorse delle mie qualità vocali, ho avuto di fatto tre insegnanti. La prima è stata il soprano argentino Palacios, poi il mezzosoprano Franca Mattiucci per un anno e mezzo; quindi, da 17 anni, il mio maestro è Vittorio Terranova, con cui ho studiato tutto. Si tratta di tre personalità molto differenti che, in un certo senso, sono state l’una l’evoluzione dell’altra, ma in tutti e tre i casi l’attenzione sulla tecnica e sull’appoggio è stata fondamentale.

Parliamo quindi della scuola italiana del canto. Quali sono le sue caratteristiche?
Una scuola che ha alcuni punti fermi: il suono alto e in maschera, proiettato in avanti, con la laringe bassa; una tecnica semplice ma rischiosissima, come un trapezista che fa uno spettacolo senza la rete sotto. È un modo di cantare molto più emozionante e spettacolare, ma più rischioso per chi lo fa. Rifugiarsi in un suono che appoggia molto sulla laringe, ha sì dei problemi, ma genera un canto più sicuro. Come quando sei seduto sulla punta della sedia per suonare il pianoforte, per cui, oltre alla difficoltà di suonare, sei in bilico ma questo ti permette di essere totalmente con il tuo peso e la tua forza sul piano. Lo stesso accade col canto. Si sente tutto quello che succede, nel bene e nel male: se ti siedi sulla tua gola, nel bene e nel male hai risultati. Nel male, il suono non è cristallino e non corre tanto, ma è molto protetto.

A quali cantanti pensa quando parla di scuola italiana?
Gigli, Filippeschi, Merli, Pavarotti, ma anche il tanto bistrattato Del Monaco. La famosa goccia di muco di Pavarotti (quella che nel Don Carlo alla Scala compromise l’acuto nella scena dell’autodafé, ndr) è la dimostrazione dei rischi che si corrono cantando secondo la scuola italiana: se una nota è sporca, si sente subito. Vickers, invece, che è stato un grandissimo tenore, aveva la voce appoggiata in altro modo.

Una scuola praticata anche da cantanti non italiani.
Come Kraus, che diceva che il suono va proiettato in mezzo agli occhi, un suono che gira quindi sul palato molle e quando arriva nella zona del palato rigido, anziché restare lì, riempie tutte le cavità di risonanza delle guance, del naso, degli occhi, dove ci sono i buchi e dove la voce suona. Si acquista cosi squillo, una voce chiara e grandissima nel senso di volume, che riempie il teatro, sia che canti piano che forte. Per me è fondamentale avere un maestro come Terranova, figlio di questa scuola.

La sua è una difesa appassionata.
Sì, perché questa tecnica va preservata, difesa. Oggi c’è una tendenza a battersi contro tale scuola da parte di una certa generazione di cantanti e i risultati, purtroppo, si sentono.

Parliamo dei suoi prossimi impegni. In autunno a Piacenza sarà protagonista di un gala con tre atti da tre diverse opere verdiane. Perché questa scelta?
Trovo questi appuntamenti molto divertenti: è come quando a casa ascolti quello che più ti piace di un’opera. Si tratta di una sorta di omaggio nei miei confronti, condiviso con la direttrice del Teatro di Piacenza, Cristina Ferrari e, peraltro, il teatro è già esaurito. Canterò nel secondo atto del Simon Boccanegra, nel terzo di Aida e nell’ultimo di Otello.

Dunque la ascolteremo prima o poi cantare tutto Otello?
Otello è nel mito di tutti i tenori del mondo, anche magari di quelli che cantano il barocco. Un progetto vero e proprio non c’è, ma ci sarà. Anche perché ci si è finalmente aperti a una visione più musicale del ruolo, piuttosto che alla sola idea della bestia con il sangue che cola dalla bocca. Non c’è pagina dove Verdi scrive che debba essere così: si lamentava addirittura di Tamagno (il primo interprete di Otello, ndr) perché troppo stentoreo. Voleva invece una sorta di Macbeth, dove conta di più l’interpretazione musicale di quella vocale. Io credo che si possa cantare in maniera diversa, introspettiva. Penso a cantanti come Lauri Volpi o Pertile, pur nel poco che è rimasto, oppure a Cossutta: tutti molto più focalizzati sulla ricerca musicale piuttosto che vocale.

La prossima stagione tornerà alla Scala con Trovatore, altro ruolo feticcio per un tenore. Come sarà il suo Manrico?
È un ruolo che ho in repertorio da dieci anni: l’ho debuttato nel dicembre 2011 a Venezia. Il mio Manrico presenta il solito approccio che ho con Verdi, molto più lirico di quello che tanti si aspettano, non perché lo abbia deciso io, ma in quanto la mia è una voce lirica. Poi Verdi lo scrive così. La mia interpretazione sarà all’insegna della ricerca di nuovi colori; fondamentale è il fraseggio, trovare punti dove cantare piano, che è più difficile che cantare forte.

Ma il pubblico ascolterà il do della “pira”?
Il do ci sarà. Tuttavia, con uno slogan posso dire che mi interessa la qualità, non la quantità, e che ovviamente cavalco le mie doti. Per me è molto più interessante ricercare qualcosa d’altro, un pianissimo in “Ah sì ben mio”, ad esempio, piuttosto che fermarmi al do della “pira”.

Un ruolo che le piacerebbe debuttare?
Mi piacerebbe Alvaro in Forza del destino, e poi qualche ruolo verista, come Canio nei Pagliacci. Quest’ultimo penso sia stato maltrattato da diversi tenori: in realtà, è molto più elegante di quello che si usa fare di solito. Pagliacci è un’opera che richiede tanto sul fronte della ricerca dei colori, dell’intensità del suono. Mi piacerebbe farla come Pavarotti, Carreras, Bergonzi.

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