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Rossini f(or)ever – Intervista a Chiara Amarù

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Rossini forever. O forse sarebbe meglio parlare di Rossini fever, a proposito di Chiara Amarù, brillante mezzosoprano palermitano che di Rossini ha fatto il suo nume tutelare, diventandone vestale sorridente quanto spericolata. L’abbiamo incontrata poco prima dell’alzarsi del sipario su una nuova produzione del Barbiere di Siviglia al Teatro Massimo di Palermo, con la direzione di Gianluca Capuano e la regia di Pier Francesco Maestrini: occasione propizia per fare il punto sulla sua carriera, sulle tappe percorse e sui passi ancora da compiere, anche in vista di una tournée australiana, sempre nel segno del Pesarese.

Nemo propheta in patria non è una definizione che la riguarda, visto il duplice impegno palermitano di quest’anno: a luglio scorso con La Cenerentola alla GAM e, da stasera, Il barbiere di Siviglia nella Sala Grande del Teatro Massimo. Emozionata?
Cantare ‘in casa’ è sempre un enorme piacere. Devo dire, tuttavia, che ho cominciato a cantare a Palermo alcuni anni dopo l’inizio della mia carriera e, per questo, cantare nella mia città mi riempie di gioia: ho potuto donare la mia arte prima in altri teatri, fuori, per poi confermala in casa. Questo, in qualche modo, mi ha permesso di presentarmi dopo aver raggiunto una maturità che ho acquisito negli anni: anche confrontando la penultima Cenerentola che avevo presentato qui al Massimo, nella primavera del 2016, con quella dell’estate scorsa, mi pare di averla affrontata con qualche certezza in più, sotto il profilo vocale e interpretativo, e di questo sono molto contenta. Torno adesso con Rosina, invece, dopo sei anni: nel 2013 si trattava del coloratissimo allestimento di Francesco Micheli e all’epoca ero ancora molto… ‘piccola’, perché avevo debuttato Il barbiere a Venezia poco tempo prima.

Adesso ritorna con Il barbiere di Siviglia nella splendida sala del Basile, che vanta frequentazioni illustri: dall’epoca del debutto, il 27 aprile del 1901, il ruolo di Rosina è stato affrontato, tra le altre, da Maria Barrientos (che la alternava a Lucia di Lammermoor, in versione sopranile), Elvira De Hidalgo e Toti Dal Monte, nella prima parte del Novecento, e poi ancora Alda Noni, Giulietta Simionato, Victoria de Los Angeles, Teresa Berganza. Che rapporto ha con la tradizione interpretativa di questo ruolo? Troveremo anche un suo contributo personale, oltre quello di questi grandi nomi?
Sono molto affezionata alla tradizione; senza voler anticipare nulla, tuttavia, devo ammettere che lo spettacolo che proponiamo in parte se ne allontana, pur essendo molto simpatico, tanto che personalmente mi diverto tantissimo. Come artista, mi sento molto legata a un teatro fatto ‘alla vecchia maniera’: il mio carattere si avvicina molto a questo personaggio, che trovo stravagante, frizzante, brillante, assolutamente attuale, perché è una ragazza di oggi, alla ricerca della sua identità e libertà, di cui si sente privata da don Bartolo; ma allo stesso tempo è abbastanza determinata nel rapporto con Figaro e dolce con Lindoro. Sono sfaccettature della sua personalità che devono emergere attraverso la musica, sin dalla sua cavatina di sortita: Rosina è docile, obbediente, dolce e amorosa, però «se mi toccano»… Anche io mi rivedo un po’ in questo personaggio.

A proposito: Chiara è più Isabella, Rosina o Angelina?
Sicuramente Angelina. Sono Cenerentola a tutto tondo, nell’animo e nel cuore, per me è il personaggio più importante. Ho debuttato la mia carriera con il personaggio di Angelina, la porto nel cuore e sono legatissima a quest’opera, è la mia preferita, tra le opere buffe rossiniane, per la varietà dei pezzi e la scorrevolezza dell’assieme, un po’ come Il barbiere di Siviglia, che fa parte delle opere più rappresentate al mondo. Per chi ha il privilegio di cantarle, le tre opere buffe rappresentano veramente il vertice della magia e della follia rossiniana, come della sua inarrivabile ironia.

Eppure non si è limitata al repertorio buffo, perché ha affrontato anche quello serio…
Il personaggio con cui maggiormente mi sono confrontata è stato quello di Malcolm della Donna del lago, anche se ho già cantato Isaura e spero presto di cimentarmi con quello di Tancredi, che è un ruolo che mi affascina. Anche il Rossini serio, infatti, mi pare adatto alla mia vocalità e proprio per questo spero di rifare presto La donna del lago. Quando l’ho cantata al Rossini Opera Festival l’ho trovata accattivante: Malcolm è un ruolo così intenso, drammatico, ma allo stesso tempo ironico. Nella sua aria Rossini parla di lagrime, ma allo stesso tempo la musica racconta tutta un’altra storia… «Oh quante lagrime – finor versai» e i languori che seguono costituiscono un testo estremamente lontano da quello che il compositore mette in musica, forse prendendosi gioco di quello che scriveva. Ho anche affrontato Mosè in Egitto, seppur nella parte secondaria di Amenofi, ma ho gradito tantissimo lo spettacolo di Graham Vick.

Ha pronunciato tre parole magiche, Rossini Opera Festival, che ha avuto la fortuna di frequentare negli anni d’oro di Alberto Zedda. Che ricordo conserva di quella stagione e della lezione – umana, oltre che professionale – del grande direttore e filologo rossiniano?
Mi sento molto fortunata per aver partecipato a quelle edizioni del Festival. È stato un enorme arricchimento, ho avuto la fortuna di lavorare con Zedda non solo al ROF per La donna del lago ma anche a Mosca in Ermione. Sia il pubblico, sia il clima che ho respirato a Pesaro, a livello artistico, culturale, ma anche umano, mi ha enormemente stimolato, nonostante io non sia allieva dell’Accademia rossiniana, perché mi hanno subito preso per un ruolo, in Mosè in Egitto, e da lì è partita la mia carriera nella città marchigiana. Ho lavorato a Pesaro per sei anni consecutivi e sono molto legata a quelle esperienze, conservo uno splendido ricordo non solo di queste opere, ma anche delle altre mie partecipazioni al Barbiere di Siviglia, Tancredi, Il signor Bruschino, oltre a un recital: esperienze che ho affrontato sempre con enorme tensione, perché è impossibile sbagliare, ma che mi hanno permesso di consolidarmi in questo repertorio. Spero di tornare presto.

Non solo Rossini, però: quali sono le altre frontiere della sua carriera, da Mozart a Offenbach e dintorni? Quali ruoli l’hanno maggiormente segnata?
Ho affrontato le grandi pagine del repertorio, da Dorabella a Idamante, in Idomeneo, fino a Sara di Nottingham, in Roberto Devereux, che riprenderò qui a Palermo a maggio del 2020. Ma aggiungo almeno che ho avuto il piacere di cantare Preziosilla al Festival Verdi di Parma: per me è stato un traguardo incredibilmente difficile da valicare, se non altro per la difficoltà di salire su quel palco e affrontare il pubblico di Parma, ma sono molto felice perché questo personaggio mi ha dato tanto. Ho cantato anche Meg in Falstaff, ma Preziosilla ha tutto un altro sapore… Anche Adalgisa è nelle mie corde e, soprattutto, nei miei desideri, e spero di poter debuttare presto anche questo ruolo.

Per chiudere: quali sono i vantaggi e i rischi del cantare ‘in casa’ e affrontare il pubblico – a lei molto caro – di Palermo?
Il piacere è sempre enorme, perché io sono ‘nata’ al Teatro Massimo, visto che i miei genitori vi hanno svolto la loro carriera per quarant’anni, mia madre come artista del coro, mio padre come professore d’orchestra, e sono a riposo da pochi anni. Quando dico che sono ‘nata’ lì non è lontano dal vero, perché mia mamma era incinta mentre eseguivano il Requiem di Verdi, quindi i miei primi calci sono stati accompagnati dal canto. Lì mi conoscono anche le sedie, e la responsabilità di un cantante, che è già notevole quando ci si esibisce, per me a Palermo è triplicata, perché c’è una componente emotiva estremamente forte. Quando vedo l’orchestra che si alza e batte le mani, alla fine, con l’affetto e la stima che sempre mi dimostrano, non posso che esserne felice, visto che conosco personalmente chi ne fa parte. Mi capita anche negli altri teatri, ma a Palermo è un po’ più difficile. Ma sono contenta perché sono circondata da una bellissima energia, da persone che mi vogliono bene e che mi stimano: tutto è più semplice ma anche, al tempo stesso, più impegnativo sotto il profilo emotivo.

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