I 60 anni dell’Istituto nazionale di studi verdiani: quale futuro? – Intervista ad Alessandro Roccatagliati

A Parma, città che ha costruito una fetta consistente della propria identità sul binomio con Verdi, ha sede il più importante centro di ricerca a livello internazionale consacrato alla figura e all’arte del Cigno di Busseto: l’Istituto nazionale di studi verdiani (a tutti noto con l’acronimo INSV). Un’istituzione che festeggia quest’anno il suo sessantesimo compleanno, e che, per celebrare la ricorrenza, offre agli appassionati quella che si potrebbe definire un’autobiografia: Questione di anima. Sessant’anni all’Istituto nazionale di studi verdiani (a cura di Giuseppe Martini). A margine della presentazione del libro, svoltasi nella prestigiosa cornice della Biblioteca Palatina di Parma, ho parlato di passato, presente e futuro dell’INSV con il suo direttore scientifico Alessandro Roccatagliati, professore ordinario di musicologia e storia della musica all’Università di Ferrara.

Partiamo dal passato. Cos’è stato l’INSV nei suoi sessant’anni di vita?
È stato un motore potentissimo per il decollo degli studi verdiani in senso moderno. Le prime pubblicazioni promosse dall’Istituto risalgono agli anni Sessanta, cioè precisamente a quella fase storica in cui gli studi sull’opera italiana sono iniziati a diventare una cosa seria, ad assumere lo stesso rango accademico che da tempo veniva riconosciuto a temi come, per esempio, il sinfonismo tedesco o la polifonia medievale.

In che modo l’Istituto ha accompagnato questa lunga traiettoria di studi?
In modi molto concreti. Ha creato luoghi privilegiati di discussione attraverso un’attività convegnistica intensa e internazionale, ha promosso pubblicazioni di alto valore scientifico, si è offerto come punto di riferimento mondiale per gli studiosi interessati a lavorare su Verdi. E ha anche stimolato, attorno al compositore e alla sua arte, un fecondo dialogo fra musicologia e altre discipline. Il libro Questione di anima illustra quest’aspetto in modo molto eloquente. Le sue pagine raccolgono infatti scritti di eminenti uomini di cultura che, nel corso del tempo, l’Istituto ha chiamato a confrontarsi con Verdi: da Saul Bellow a Riccardo Bacchelli a Isaiah Berlin, per citare solo qualche nome.

Veniamo all’oggi. È noto che da qualche tempo il Ministero per i beni e le attività culturali ha deciso di prelevare da Villa Verdi di Sant’Agata gli abbozzi autografi e le lettere del compositore, e di depositarli presso l’Archivio di Stato di Parma per renderli fruibili agli studiosi. Quale ruolo può giocare l’Istituto in questo rinnovato panorama?
Sono convinto che in questo momento sia necessario esplorare ogni possibile sinergia fra gli attori coinvolti. L’auspicio è che l’Istituto possa agire da struttura di servizio per gli studiosi che da tutto il mondo convergeranno su Parma per consultare questi importantissimi materiali. Già con il Premio Rotary “Giuseppe Verdi”, che abbiamo assegnato poche settimane fa, contiamo di muoverci in questa direzione: la vincitrice, Vincenzina Caterina Ottomano, farà riferimento all’Istituto per condurre una ricerca sul Falstaff proprio sulla base degli abbozzi depositati nell’Archivio di Stato.

Quali sono i progetti per i prossimi mesi?
Al momento stiamo preparando il nuovo numero della rivista «Studi verdiani». Poi, il 21 febbraio si terrà un convegno, in collaborazione con la Fondazione Andrea Borri, che avrà per oggetto il Festival Verdi. L’intento è quello di gettare uno sguardo retrospettivo su questa manifestazione: domandarsi come nacque, grazie a chi, con quali intenti. A partire da questo appuntamento contiamo di sviluppare una corposa attività convegnistica, che in tempi recenti era venuta un po’ a mancare.

Restiamo sul Festival Verdi, ma in un’altra ottica. Alcuni mesi fa l’Istituto ha stipulato una convenzione con il teatro Regio che riguarda appunto questa kermesse. Ce ne può parlare?
L’idea di base è che il mondo del teatro e quello della ricerca possano trarre mutuo giovamento dal dialogo e dalla collaborazione. L’accordo ha durata quadriennale, e istituisce una funzione di consulenza scientifica da parte dell’Istituto. Lo scopo, ovviamente, è quello di contribuire ad accrescere il valore artistico e culturale del Festival.

In quali modi concreti si svilupperà questa consulenza?
Per esempio in sede pubblicistica: il «Festival Verdi Journal», che ho diretto personalmente fin dalla nascita e del quale è in preparazione il numero del 2020, sarà ora fatto in collaborazione con l’Istituto. Contiamo poi di stimolare momenti di alta divulgazione e di approfondimento, con conferenze a margine degli spettacoli e tavole rotonde che permettano a interpreti e studiosi di confrontarsi su temi di rilievo: penso per esempio all’utilizzo delle edizioni critiche, agli stili interpretativi, alle letture registiche.

Visto che si parla di regia, crede che l’Istituto possa e debba confrontarsi con il cosiddetto “teatro di regia”, che ad oggi è senza dubbio uno degli aspetti più rilevanti (e discussi) della prassi operistica?
Assolutamente sì. Oggi si avverte sempre più l’esigenza di rendere solide le fonti che riguardano la messinscena operistica, a beneficio sia di chi l’opera la studia, sia di chi l’opera la fa. Sono convinto che questa sfida vada raccolta. Se fino a oggi l’Istituto è stato il centro di riferimento per quel che riguarda la letteratura, l’epistolario e l’iconografia verdiani, vorrei che lo diventasse anche per le riprese video degli allestimenti. L’obiettivo deve essere quello di creare un grande archivio: sia acquisendo quanto è disponibile sul mercato, sia stringendo specifici accordi con gli enti teatrali.

In un mondo sempre più digitale, nel quale tanto lo studioso quanto l’appassionato ha la possibilità di consultare i materiali più disparati attraverso un touchscreen, quale sarà il futuro a lungo termine dell’Istituto?
I modelli a cui ispirarsi ci sono: penso per esempio alla Beethoven-Haus di Bonn, che oltre a fare da deposito di fonti e da promotrice di incontri e pubblicazioni, ha costruito infrastrutture digitali che permettono di consultare online una collezione eccezionale di materiali legati a Beethoven. I presupposti da cui partiamo sono buoni. Tuttavia, serviranno investimenti cospicui, e, almeno per quel che riguarda il ricchissimo patrimonio di Sant’Agata, sarà necessario attendere che la matassa sulla proprietà di quei materiali sia districata dagli eredi di Verdi e dal Ministero. Quel che posso comunque assicurare è che non mancheremo nessun tentativo per dotarci delle risorse necessarie a raggiungere l’obiettivo di una fruizione sempre più larga e aperta delle fonti verdiane.