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Facevo lo stuntman, ora canto Verdi – Intervista a Riccardo Massi

Dal set di Gangs of New York ai più prestigiosi palcoscenici lirici del mondo. È, in estrema sintesi, la storia di Riccardo Massi, classe 1978, tenore marchigiano dalla carriera internazionale, che sarà protagonista del Trovatore in scena dal 22 gennaio al Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Robert Wilson e la direzione di Pinchas Steinberg. Tenore lirico spinto dal fisico imponente, Massi ha un passato da stuntman e da insegnante di scherma.
“Non è stato un passaggio automatico – spiega – fin da ragazzo la mia mira era di fare il cantante. Solo che quando finisci le superiori e ti sposti da un piccolo paesino delle Marche a una grande città come Roma, devi lavorare, per cui ho messo a frutto le mie conoscenze nelle arti marziali”.

Come è arrivato a fare lo stuntman?
A Roma ho avuto Tito Tommasini come istruttore di scherma medievale e con lui ho iniziato a praticare gli stili di combattimento dell’anno Mille. Tommasini, che è stato per tanti anni la controfigura di Kabir Bedi, mi ha introdotto a Cinecittà. Così, dal 2000 al 2007 ho fatto la controfigura e lo stuntman, partecipando anche alla produzione di Gangs of New York di Martin Scorsese, soprattutto per le scene pericolose. È stata questa attività che mi ha permesso di sostenere la quasi totalità dei miei studi di cantante.

Le capita di mettere a frutto le abilità da stuntman nelle produzioni operistiche?
Quasi mai, perché in poche opere devi usare la spada e i movimenti scenici del teatro sono diversi da quelli del cinema. Quello che uso con una certa frequenza è la tecnica per cadere nella fucilazione di Tosca: ai registi e al pubblico piace molto, un po’ nello stile hollywoodiano, come se mi colpisse una smitragliata.

Quanto conta oggi la prestanza fisica nell’opera?
Sfortunatamente conta di più rispetto al passato. Ma è il mondo che si muove velocemente e bada sempre più all’immagine.

Parliamo un po’ del suo repertorio, particolarmente impegnativo.
Mi sono sempre trovato comodo nel repertorio lirico spinto. Ho provato da studente a cantare opere come Traviata, Rigoletto, Bohème, ma non le trovo adatte alla mia voce. Mentre titoli come Aida, Forza del destino, Turandot, Tosca sono decisamente più comodi.

Tra i titoli che ha già cantato diverse volte c’è proprio Trovatore, di cui sarà protagonista a Bologna. Com’è il suo Manrico?
Ho alle spalle cinque o sei produzioni di Trovatore, opera che amo molto. Manrico è un personaggio molto affascinante perché è il buono verdiano per eccellenza, l’eroe senza macchia, che sfida la morte fino alla fine.

Come si trova a cantare in questa produzione di Wilson, dove i personaggi sono come bloccati in una dimensione senza tempo?
È la prima volta che lavoro con Wilson e per me è una bella sfida. Mi piace l’idea di fondere il melodramma italiano con questo stile che ha qualcosa di giapponese, con la sua fissità nelle scene ed immobilità nei protagonisti. Se noi cantanti sul palco, tramite il nostro sforzo drammaturgico, riusciamo a far passare le emozioni anche dovendo stare imbrigliati in questo tipo di regia, può essere molto interessante.

Musicalmente, sarà un Trovatore filologico o tradizionale?
Steinberg conosce molto bene lo spartito e rispetta le tradizioni importanti, quindi, se è quello che vuole sapere, il do della pira ci sarà.

La sua carriera si svolge prevalentemente all’estero. A cosa è dovuta questa scelta?
A un insieme di cause, legate anche alla mia agenzia. Sto facendo esperienze meravigliose, cantando su palcoscenici importanti come il Met o il Covent Garden, dove spero di tornare con nuove opere. Poi, è bello viaggiare e portare la propria arte in Paesi come l’Asia, dove aprono nuovi teatri lirici, o in tante località negli Stati Uniti. Qui spesso c’è un pubblico che viene per la prima volta a contatto col melodramma e ne resta affascinato. Ciò detto, spero che arrivino altri impegni italiani perché sono contentissimo di lavorare in casa.

Ci sono ruoli che vorrebbe affrontare?
Mi piacerebbe cantare più repertorio francese, quindi opere come Faust, Werther, e poi ci sono alcuni titoli verdiani: su tutti Don Carlo. A parte la storia, è opera della maturità, per cui ogni nota trasuda immortalità nella musica. Lo stesso fascino di Otello, che è meraviglioso sotto il profilo drammaturgico, ma richiede una grande maturità sia come cantante che come attore. Non intendo affrontarlo prima dei 47/50 anni (Massi ne ha 40, ndr) perché è un lirico drammatico, sostanzialmente un baritono con gli acuti. Il rischio è che possa abbassare il baricentro della voce e rendere più difficili gli acuti stessi. E poi bisogna studiarlo a fondo. Quando ho debuttato Forza del destino a Sidney, ho fatto sei settimane di prove: ho avuto così molto tempo per studiare la partitura e sono arrivato ben preparato alla prima. In un mondo dove tutti tendono a correre, un cantante lirico deve saper frenare. Anche perché le corde vocali sono solo due.

Ci sono cantanti del passato a cui si ispira?
Franco Corelli è il mio faro, sia come figura sulla scena che come colore ed espressività della voce. Inarrivabile, come Mario Filippeschi. Trovo poi Aldo Protti baritono eccezionale: la sua possanza e la solidità della sua tecnica sono cose che mi hanno sempre affascinato. Lo stesso posso dire della voce di Ettore Bastianini.

Cosa pensa della “cattiva fama” di cui godono i tenori nel mondo della musica?
I tenori sono un po’ come i carabinieri della lirica e la cosa mi diverte molto. Ci sono un sacco di barzellette molto simili. Io la uso come scusa universale: se arrivo in ritardo alle prove, dico “scusate sono un tenore” e tutti ridono. In verità, ho conosciuto tanti colleghi e fino ad ora quelli più matti, nel senso buono di eccentrici, sono i baritoni.

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