Chiudi

Dirigere un’opera? È un lusso – Intervista ad Andrea Certa

Condivisioni

Incontro il Maestro Andrea Certa in una domenica insolitamente calda dopo le piogge che hanno bagnato Trieste e il Carso, quando il sole pare aprirsi un varco sicuro fra le nubi, così che, sfidando una coorte agguerrita di piccioni, sediamo a un tavolo del dehors, vicino al Teatro Verdi dove il Maestro sta dirigendo Le Nozze di Leonardo di Antonio Di Pofi, una novità assoluta.
“Ieri siamo arrivati alla 16ª replica – ci spiega –. Questo spettacolo è piaciuto moltissimo a tutti. Meritava anche un afflusso maggiore, ma oggi tutti i teatri in Italia, purtroppo, soffrono un po’ del problema della comunicazione; è difficile trascinare la gente a teatro. Se fai Traviata il pubblico accorre, ma con altri titoli diventa un rischio. Per esempio, a Trapani già Simon Boccanegra è un titolo che va attentamente ponderato”.
Andrea Certa parla con modi affabili ed eleganti, come il gesto con cui dirige. Entra subito in medias res, quasi proseguissimo un dialogo da poco interrotto e intuisse le mie curiosità.

Come conciliare scelte artistiche e bilanci, il ruolo di direttore d’orchestra e responsabile della produzione lirica del Luglio Musicale Trapanese?
Con grande fatica. Qui è come se fossi in vacanza. Dirigere soltanto è un lusso che mi concedo raramente. La scorsa estate a Trapani ho fatto Otello e Traviata, ma dietro a quei due spettacoli c’erano tutti i problemi di organizzazione, di cui si occupano altri, che io devo filtrare. Il nostro è un festival nato nel 1949 che abbiamo molto rilanciato negli ultimi anni, non limitandoci più ai soli classici, allestiti nella sede principale al Parco della Margherita. Possiamo contare sul Chiostro di San Domenico, che dedichiamo alle cose fuori repertorio, come Orphée aux Enfers di Offenbach o Dido and Aeneas di Purcell. Vantiamo una grande frequentazione dei teatri in pietra, da Segesta, dove è stato eseguito il Requiem di Verdi, fino a El Jem in Tunisia, nel cui anfiteatro romano abbiamo portato Aida nel 2018, e Carthage.

E per il 2020?
Per ora posso dire che faremo Norma e Turandot, ma abbiamo altri progetti su cui stiamo lavorando, anche in una prospettiva più ampia. Fra gli altri, fare ripartire il Concorso per voci liriche dedicato a Giuseppe di Stefano.

Torniamo allora all’Otello di qualche mese fa. Fu annunciato da manifesti che scatenarono da subito tanta curiosità quante polemiche. Erano volute?
Certo – ride divertito il maestro Certa, mentre resistiamo all’assalto dei colombi che ci contendono l’aperitivo -. Era una campagna provocatoria nata da un’idea del regista. Ma lo spettacolo era altro, non due uomini nudi che si facevano la doccia, per altro una scena durata forse una decina di secondi. C’era un’idea forte che partiva dalla rilettura di Desdemona, presentata non più come un’ingenua, bensì come una donna di carattere, forte, nelle mani di un uomo ignorante e grezzo. Come organizzatore vorrei che all’opera si avvicinasse un pubblico diverso, nuovo. Vedere sempre meno teste bianche in teatro è una cosa che dà speranza per il futuro. Lo spettacolo in parrucca e abiti del Settecento, ovviamente, ha le sue ragioni, ma i giovani oggi sono abituati ad altro, ai social. Abbiamo bisogno, per farli venire a teatro, che i diversi codici linguistici si adeguino, ove possibile, a quelli a cui loro sono abituati. Anche come musicista ne tengo conto. A fine novembre dirigerò Il matrimonio segreto di Cimarosa, a Trapani. Un’opera splendida, ma che nella versione integrale dura quasi tre ore e mezza. Attuerò dei tagli per portarla a tempi più consoni a quelli a cui il pubblico oggi è abituato. Soprattutto chi è giovane ha come parametro i tempi delle fiction televisive. Dobbiamo portare loro a teatro, far conoscere loro questo linguaggio.

Forse è anche una questione di istruzione.
Non basta l’ora di musica alle medie. Il teatro non è divertimento. È assolutamente errato pensare che si vada a teatro per divertirsi. Ci si va per pensare, per cultura. La scuola dovrebbe fare di più; progetti come quello dell’AsLiCo che coinvolgono direttamente i ragazzi nella realizzazione dello spettacolo dovrebbero diventare strutturali. Certo, servono i tutor che devono essere preparati servono investimenti, ma la musica è un linguaggio che va insegnato permettendo a quanti più ragazzi possibile di impararlo, non per diventare musicisti, ma per comprenderlo e apprezzarlo.

Sempre Verdi da 0 a 100 & più è un progetto del Teatro Verdi pensato proprio per i ragazzi. Come li ha sentiti reagire a un titolo nuovo?
Innanzitutto, non li ho sentiti. Ed è un bene, intendo – ha una sagace ironia nel parlare e nell’affrontare l’ennesimo assalto dei volatili che parrebbe orchestrato da Hitchcock -. Non è cosa da poco: sono rimasti affascinati al punto da dimenticarsi dei cellulari. Ma il teatro è così: quando ci entri, se lo spettacolo è fatto bene, poi rimani conquistato.

Queste Nozze di Leonardo sono uno spettacolo di alto livello: può parlarci della sua esperienza nell’affrontare un titolo nuovo?
È più semplice dirigere un classico, senza dubbio; devi fare un lavoro di pulizia per togliere le cattive abitudini, per farlo diventare più tuo. Con un’opera mai eseguita è il contrario: devi aggiungere. Con il Maestro Di Pofi c’è stata una grande intesa; abbiamo cominciato già a discuterne al telefono e alle prove era sempre con me. È una fase importante in questo caso, perché per la partitura è ancora perfettibile, sia nella scrittura che in possibili aggiunte. Ad esempio, servivano delle battute di raccordo prima dell’aria di Cecilia e il Maestro Di Pofi, che è dotato di una grande capacità di scrittura, ne ha scritte 8 per violoncello di una rara intensità lirica. Lo considero, per la sua preparazione ed esperienza nel teatro di prosa e nel cinema, l’erede di Morricone. Anche l’orchestra si è dimostrata sempre più entusiasta, al punto che ora lamenta la prossima fine delle repliche. È una musica che mancherà a tutti noi, ogni volta che la suoniamo scopriamo un particolare in più. I teatri hanno bisogno di musica nuova; dà lustro e arricchisce. Quest’opera merita di essere ripresa, l’allestimento è fantastico, la musica bellissima. Spero che Di Pofi torni presto al teatro d’opera.

Abbiamo avuto a Trieste due novità in un anno (mi riferisco a Il Castello Incantato di Marco Taralli) e la stagione chiuderà a giugno con la prima di un’opera di Piovani…
…ma poi un teatro che mette in scena Boris Godunov in russo è un teatro che fa molto per il suo pubblico. Trieste deve esserne orgogliosa. So che lavorare qui non è semplice, perché si hanno grandi aspettative, ma è stata un’esperienza bellissima: il rapporto con i colleghi, dagli orchestrali agli attrezzisti e alle sarte è stato fantastico per la cura che ciascuno pone ai piccoli dettagli.

Musica nuova, regie nuove, ma le voci come sono? Nei teatri e nei social si rimpiange il passato.
Oggi si fa musica molto meglio, a mio parere. Certo una volta c’erano grandi voci, ma anche molti musicisti ignoranti, che non sapevano il solfeggio, avevano poca cultura. Oggi la preparazione è diversa, a tutti i livelli, e i cantanti più attenti all’espressione, anche fisicamente più prossimi a un’estetica moderna che oggi il pubblico ricerca.

Cosa pensa delle compagnie fisse?
Io credo nel modello italiano che permette di gestire meglio la qualità. Certo la compagnia fissa consente un numero maggiore di recite, ma può rivelarsi un’arma a doppio taglio se non hai la voce adatta per il titolo in programma.

Il suo autore favorito?
Mi piace molto la scrittura di Verdi, dirigendolo lo sento vicino. Ma un autore che amo particolarmente è anche Offenbach: ogni volta che lo si dirige è una scoperta, si comprende che è musica scritta da chi la conosceva a fondo, nonostante quel che se ne dicesse e se ne pensi. Martedì prossimo arriveremo alla 18° replica di Leonardo: Orphée aux Enfers è rimasto in scena per due anni di seguito: pensi a quei cantanti! Forse queste Nozze di Leonardo il cui successo cresce ogni sera, diventeranno il nuovo Orphée. Lo auguro al Maesto Di Pofi e al Teatro Verdi.

Il suo sogno?
Oedipus Rex di Stravinskij e un progetto su Offenbach di cui non voglio dire.

Il tempo è volato e quando ci salutiamo, al tavolo restano solo i colombi a litigarsi gli ultimi salatini di un aperitivo in onore delle Nozze di Leonardo e della musica, quella già scritta da (ri)scoprire e quella da scrivere.

Download PDF
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino