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Da geometra a cantante: la mia vita per l’opera – Intervista a Roberto Tagliavini

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L’importanza della gavetta e del non bruciare le tappe. Questo ci tiene a sottolineare Roberto Tagliavini, basso-baritono di Parma classe 1976, con alle spalle quasi 15 anni di carriera internazionale e un percorso di vita inaspettato che lo ha portato ad abbandonare un lavoro da geometra per scommettere tutto sulla sua passione: il canto. Reduce dal Festival di Salisburgo, dove ha appena debuttato il ruolo del Conte di Walter nella Luisa Miller di Verdi, Tagliavini è ora impegnato nelle prove del Don Giovanni di Mozart alla Royal Opera House di Londra, teatro dove canterà per la prima volta il 16 settembre, debuttando il ruolo di Leporello a fianco di Erwin Schrott nei panni del seduttore.

Quale lettura darà di Leporello?
Stiamo lavorando con il regista alla creazione di un personaggio che sembra quasi innamorato di Don Giovanni, che lo vede come un esempio, un eroe da emulare. Allo stesso tempo, però, il suo è un rapporto di amore-odio, fatto di contrasti. Leporello vorrebbe servire Don Giovanni, essere alla sua altezza e diventargli amico, ma la tentazione di andarsene è troppo forte e Don Giovanni dovrà più volte convincerlo a ritornare al suo servizio. Ci sono momenti in cui il libertino si trova in difficoltà, si sente triste e tormentato per le apparizioni del Commendatore; e allora il compito del servo sarà quello di risollevarlo. A un certo punto però, Leporello deciderà di lasciare definitivamente Don Giovanni. È una lettura che non coincide con l’idea che avevo del personaggio, ma che ritengo condivisibile e sposo in pieno.

Le sue impressioni sull’allestimento di Kasper Holten.
Mi piace. È uno spettacolo originale, basato principalmente sulle luci. La scelta di usare un impianto fisso, con una casa rotante in cui le porte girano di continuo, permette di creare innumerevoli situazioni, nonostante non ci siano grossi cambi di scena.

Facciamo qualche passo indietro. Quali incontri ed esperienze formative l’hanno portata alla professione di cantante d’opera?
Mio padre in primis mi ha spinto ad amare l’opera. Fin da piccolo mi portava ai concerti del circolo “Parma Lirica”, il cui presidente, Paolo Ampollini, era un suo buon amico, una persona stimata dai più grandi cantanti che riusciva a ingaggiare gratuitamente. Mi portò a sentire artisti come Maria Chiara, Leo Nucci. Una volta andammo all’Arena di Verona a vedere Turandot con nomi eccezionali come Dimitrova, Gasdia, Martinucci e Scandiuzzi. Poi a distanza di anni ripescai il cd di quell’opera e iniziai a cantare in giro per casa. Mio padre, notando già una certa impostazione della voce, mi fece sentire da Ampollini, il quale mi portò a fare un’audizione da Carlo Bergonzi. Mi suggerirono di studiare privatamente, considerato che avevo già un lavoro a tempo pieno da geometra. Iniziai quindi a prendere lezioni dal baritono Romano Franceschetto, oggi professore al conservatorio di Parma e da cui mi faccio tuttora sentire quando posso. Mio padre mi incoraggiò a perseguire questa strada, supportandomi economicamente. Concordai con il direttore commerciale di usare le ferie per andare alle prove, ma dopo aver avevo usato tutti i giorni disponibili mi dovetti licenziare. Il giorno dopo feci un’audizione con il mio primo agente. Nel frattempo, avevo già debuttato al Teatro Regio di Parma in un paio di ruoli minori.

Come si è evoluto il suo repertorio nel corso degli anni e, a oggi, quale repertorio ritiene più adatto alla sua vocalità?
Ho fatto molta gavetta all’inizio. Non è capitato subito che mi offrissero ruoli importanti, anche perché stavo ancora studiando musica e dovevo capire come stare sul palcoscenico. Per fortuna ho lavorato fin da subito con grandi artisti. Pian piano mi sono stati offerti ruoli rossianiani e poi ruoli verdiani, quelli un po’ più corti come Banco (Macbeth), Jacopo Loredano (I due Foscari), Monterone (Rigoletto). Quelli impegnativi iniziai ad affrontarli verso il 2011, anche se il percorso è stato graduale e non c’è stato un momento di svolta vero e proprio. Attualmente mi trovo bene a cantare Rossini (purtroppo non spesso come vorrei), il belcanto e il primo Verdi, mentre nel Verdi maturo non mi vedo ancora bene per via di tessiture che gravitano al centro e non mi danno modo di sfogare in alto, su altezze che sono più comode per me, essendo io comunque un basso-baritono.

Quindi la definizione di basso-baritono non le va stretta?
No. Anche se a volte mi dicono che suono come un basso puro, i ruoli da basso-baritono su cui mi sono concentrato finora mi danno modo di esprimermi al meglio delle mie possibilità. Un altro repertorio che mi piace molto e trovo adatto alla mia voce è quello francese; penso a La Damnation de Faust, un ruolo da basso-baritono puro, o a Les Contes d’Hoffmann.

Ci sono ruoli che vorrebbe debuttare ma per i quali non si ritiene ancora pronto?
Mi piacerebbe tantissimo debuttare Assur della Semiramide, visto che in passato ho già sostenuto parti rossiniane difficili come Maometto II. In generale, vorrei cantare tanto Rossini perché sento che mi fa bene: quando padroneggio Rossini riesco a cantare al meglio anche il resto. Mi piacerebbe cimentarmi pure con Don Giovanni; prossimamente affronterò Filippo II del Don Carlo, un importante punto di arrivo per me, mentre ci sono ruoli del repertorio russo, come Boris Godunov, che forse non potrò mai accostare. Sarei felice anche di ricantare parti che ho già sostenuto per scavarle più in profondità.

Ha dei modelli di riferimento?
Non tanti, ma quando studio mi piace ascoltare Pertusi, Van Dam, Ramey; tra i bassi attuali, D’Arcangelo e Abdrazakov. Di Pertusi apprezzo sicuramente il fraseggio e i personaggi che sa creare; poi è di Parma anche lui ed è uno dei primi colleghi con cui ho lavorato.

Lei ha avuto la possibilità di lavorare molto all’estero. Quali differenze ha riscontrato, rispetto all’Italia, nell’approccio del pubblico verso i cantanti e le regie?
Dipende da paese a paese. In Francia ad esempio stanno facendo uno sforzo per proporre regie più moderne ma il pubblico non apprezza sempre e tende a prediligere allestimenti più tradizionali, anche se alcune produzioni attualizzate ma eleganti o innovative, come quelle di Tcherniakov o Carsen, hanno comunque successo. Nel Nord Europa al contrario si sperimenta moltissimo con spettacoli che da noi o in Spagna non avrebbero possibilità di passare. Per quanto riguarda i cantanti, in Italia, Francia e Spagna c’è molto calore da parte del pubblico, ma anche un modo di contestare più sonoro. In altri teatri europei, invece, il pubblico dissente in altri modi, per esempio con la freddezza. Magari è una questione culturale o di educazione, e forse è normale che i popoli latini siano più sanguigni nelle loro reazioni. In America, poi, all’opera c’è quasi un tifo da stadio. È bello vedere tutte queste differenze.

Quali consigli si sentirebbe di dare ai giovani che si accingono a intraprendere questo mestiere e quali sono gli errori più ricorrenti che compromettono una carriera?
Stando alla mia esperienza, direi che è importante la continuità nello studio con un unico, valido maestro. All’inizio, soprattutto, bisogna cercare di non cantare da soli. Io mi sono imposto di non cantare mai senza la supervisione dell’insegnante, perché non mi sentivo padrone di quello che facevo. Dovevo capire come stare in palcoscenico senza perdere la voce. Sento di allievi che cambiano spesso maestro di canto, ma troppe informazioni creano solo confusione. Poi la tecnica si perfeziona sul  palcoscenico perché ti misuri con le difficoltà reali e la tensione. Bisogna prendersi tutto il tempo necessario per lavorare sulla tecnica, perché una volta che la carriera si mette in moto diventa difficile fermarsi e correggere gli errori di impostazione. Mai bruciare le tappe, tanto meno farsi sentire dagli agenti troppo presto perché, se non va bene, si rischia di avere un ritorno negativo a livello di reputazione nei teatri. Anche la sovraesposizione mediatica precoce trovo sia pericolosa. Penso ci sia un momento per tutto e bisogna fare quel salto solo quando si è pronti. Tra l’altro, non ho mai amato pubblicizzare le cose che faccio.

Quindi i social media lei non li usa?
Ho il mio profilo privato su facebook, che gestisco in modo sobrio e selettivo, e alcuni amici che mi seguono nei miei vari impegni. Sono contento di condividere alcuni eventi di rilievo a cui ho partecipato, però non voglio espormi troppo sui social anche perché chi è interessato veramente mi può seguire in altro modo.

Quali persone si sente di dover ringraziare?
Mio padre anzitutto, mia madre e mia moglie. Anche lei è musicista e riesce a capire quali sono le mie esigenze: mi ha sempre incoraggiato e sopporta la mia lontananza da casa, oltre a dover crescere nostra figlia praticamente da sola. Sono molto fortunato perché se non avessi trovato la persona giusta, questo lavoro sarebbe improponibile. È fondamentale sapere che a casa c’è qualcuno che ti appoggia e condivide la tua passione. Naturalmente ringrazio anche il mio agente Alessandro.

Quando non canta cosa le piace fare?
Non ho molto tempo libero. Mi sono riproposto di giocare a tennis con colleghi o direttori d’orchestra, anche se è un hobby difficile da coltivare cambiando città di continuo. Mi piace molto camminare e scoprire posti nuovi.

Si è mai chiesto come sarebbe stata la sua vita se avesse continuato la professione di geometra?
Me lo chiedo tutti i giorni. Avrei avuto meno soddisfazioni e non avrei scoperto una parte di me importante: di carattere sono sempre stato timido, dubbioso, troppo riflessivo. Buttarmi in questa esperienza mi ha portato a fare cose che mai avrei pensato di poter realizzare, e questo mi ha aiutato ad avere più consapevolezza delle mie possibilità. Se fossi rimasto a fare l’impiegato, d’altro lato, avrei avuto sicuramente più amici veri e più tempo libero da passare con mia figlia. Ci sono molti pro e contro. Questo lavoro ti toglie tanto: mi manca la vita normale, giocare a briscola in cinque o mangiare le specialità che si trovano a Parma, insomma, le piccole cose. Dall’altro lato, però, ci sono le soddisfazioni professionali e la spinta a studiare e migliorarsi.

Ci parli dei suoi prossimi impegni.
Lo Stabat Mater di Rossini alla Scala dove manco dal 2015, Il turco in Italia a Chicago, Manon a Parigi, Anna Bolena a Bilbao, Nabucco, Sonnambula, Norma, Cenerentola a Madrid. A Vienna invece ci saranno una nuova produzione di Macbeth con la Netrebko e I puritani. E poi, finalmente, il mio debutto come Filippo II nel Don Carlo a Berlino.

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