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Cantavo Mina, ora amo le guerriere di Verdi – Intervista ad Anna Pirozzi

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Soprano drammatico di coloratura oggi fra i più apprezzati, sia in Italia che all’estero, per molti dei ruoli che furono della divina Maria Callas: immensa Abigaille, grande Lady Macbeth, così come applaudita interprete di Leonora nel Trovatore, di Aida e di tutte le donne teatrali a fuoco vivo quali Amelia nel Ballo in maschera, Odabella nell’Attila, Lucrezia Contarini ne I due Foscari, Elvira in Ernani, Luisa Miller e, oltre Verdi, Norma per Bellini, le pucciniane Tosca, Manon Lescaut, Turandot, il rispettivo verismo di Mascagni e Leoncavallo con Santuzza e Nedda, Maddalena di Coigny nell’Andrea Chénier di Giordano, la donizettiana Elisabetta I nel Roberto Devereux e fino a toccare, fra gli altri titoli, anche alcune opere contemporanee. Sempre e comunque svettando, a ogni incontro e ruolo, per la lucentezza del metallo e l’impressionante potenza della voce, per l’agguerrita forza negli accenti e la rara attenzione alle parole, per i salti melodici tagliati a fil di lama, per la tecnica virtuosa con fiati dritti e interminabili all’acuto.
Intanto, alle spalle, un percorso anomalo: dal rugby al canto pop, fino all’improvviso colpo di fulmine per la lirica. E con tempi neanche troppo lunghi fra la prima selezione nel 2007, con targa As.Li.Co. per un concerto di arie verdiane in collaborazione con il Teatro Sociale di Como, il vero e proprio debutto al Regio di Torino nel 2012 con Un ballo in maschera e, l’anno dopo, la svolta al Festival di Salisburgo con un’improvvisa sostituzione per Abigaille sotto l’illustre bacchetta di Riccardo Muti.
Dunque, dati gli esiti in vetta più l’abilità di conciliare palcoscenici e famiglia, oggi a maggior ragione sorprendente si rivela il percorso artistico di Anna Pirozzi, importante voce di soprano nata a Napoli nel 1975 ma cresciuta nell’estremo Nord, ad Aosta, impegnata dal prossimo 22 giugno e per cinque recite su sedici in qualità di prima Aida fra le sei interpreti in scena fino a settembre scelte dall’Arena di Verona Opera Festival 2019 per il remake filologico operato dal regista Gianfranco De Bosio sui bozzetti originali dello storico allestimento di Ettore Fagiuoli, in prima apertura assoluta nel 1913 delle stagioni liriche areniane e dunque all’epoca avvenimento internazionale di punta dell’intero secolo Ventesimo, in occasione del primo centenario dalla nascita di Verdi. Al suo fianco, avrà il Radamès di Murat Karahan mentre sul podio, in alternanza con Placido Domingo e Daniel Oren, a dirigerla sarà il giovane e talentuoso Francesco Ivan Ciampa.
Particolarissima, si diceva, la sua storia: nata a Napoli, cresciuta a Giugliano fino all’età di tredici anni, poi il definitivo trasferimento dall’altro capo dell’Italia per seguire il ruolo vinto dalla madre in un concorso delle Poste, in Valle d’Aosta. Lì fa sport e ama cantare le canzoni ascoltate da sempre in famiglia o fra gli amici: quelle di Mina, Giorgia, Carmen Consoli. Le intona esibendosi a feste e matrimoni. In molti la notano e la incoraggiano. Così, per migliorare quel suo talento naturale, decide di entrare nell’Istituto Musicale Pareggiato della città, perfezionandosi a seguire al Conservatorio di Torino con il soprano Silvana Moyso e frequentando masterclass con Daniela Dessì, Mirella Freni, Luciana D’Intino, Rockwell Blake, Claudio Desderi e Sylvie Valayre. Prende anche lezioni al Conservatorio di Vienna, fino a risultare vincitrice assoluta della XXX edizione del Concorso di Canto “Mattia Battistini” di Rieti, con il ruolo di Leonora (nome non a caso scelto per la figlia primogenita) dal Trovatore di Verdi. E da lì, i primi impegni, inizialmente sui piccoli e poi sui principali palcoscenici nazionali e internazionali quali Scala di Milano, San Carlo di Napoli, Arena di Verona e Teatri di Bologna, Firenze, Parma, Palermo e Cagliari; Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, NCPA di Pechino, Opera di Lipsia e Stoccarda, Edinburgh Festival e ABAO di Bilbao. Arriva inoltre alla San Francisco Opera con il ruolo di Maddalena di Coigny, al Teatro Real di Madrid come Lady Macbeth al fianco di Plácido Domingo, all’Opéra de Monte-Carlo, all’Opera di Lione e alla Deutsche Oper di Berlino con la sua speciale Abigaille del Nabucco, più i due, rispettivi debutti con Turandot in Israele, sotto la direzione musicale di Zubin Mehta, e al Colon di Buenos Aires con Norma.

Dal Napoletano alla Valle d’Aosta e a Torino per il perfezionamento musicale: dove sente di più le sue radici?
A Napoli, senz’altro. È lì che sono nata, vivendo poi nel Comune di Giugliano fino all’età di tredici anni, ossia fin quando i miei decisero di trasferirsi in Valle d’Aosta per motivi di lavoro. E lì avrei vissuto per ben 28 anni. Il ricordo partenopeo che mi è più caro? La vista del Vesuvio, mi è rimasta nel cuore. Ogni volta, nel vederlo, provo una speciale emozione, così come alle mie “prime” al San Carlo… mi piacerebbe tornarci più spesso.

Cantare Mina per trionfare con Verdi: come è avvenuto il suo passaggio dalla musica leggera alla lirica?
Ho cantato praticamente sempre, da quando sono nata, imitando un po’ mia madre nei repertori degli anni Cinquanta-Sessanta. Da qui i miei inizi nella musica pop, dilettandomi in giro fra pianobar, feste e matrimoni con le canzoni di Giorgia, Céline Dion, Whitney Houston, Mariah Carey, Mina. Ecco, soprattutto Mina, per me che ero partita da autodidatta, è stata un po’ la scuola del belcanto leggero: mi esercitavo molto in casa ascoltando la sua voce. Ovviamente, di base, c’era tanta natura.

Quando ha deciso di studiare sul serio?
Sentendo il mio canto, tutti mi dicevano: “Ma che bella voce che hai! Perché non vai a studiare in Conservatorio?”. E io rispondevo: “No, per carità! Lì si studia solo canto lirico e, a me, proprio non piace l’opera”. D’altra parte, in famiglia, si ascoltava tutt’altro: mio padre, impiegato alla Regione Campania quando eravamo al Sud, si dilettava a suonare la batteria in un piccolo gruppo pop; mia madre cantava appunto le canzoni di Mina e dei suoi tempi. Poi decisi di iscrivermi lo stesso in Conservatorio, ma solo per imparare a leggere la musica. All’esame di ammissione portai l’unica cosa del mio repertorio più vicina alla classica: l’Ave Maria di Schubert, che avevo cantato tante volte ai matrimoni, ma con un’impostazione un po’ così. In quell’occasione, la mia predisposizione fu subito notata e segnalata dal maestro Marco Ricagno, con il quale avrei poi intrapreso i miei primi quattro anni di studio in canto lirico all’Istituto Musicale di Aosta. A seguire, il perfezionamento a Torino e tantissime masterclass.

Fra i suoi insegnanti, c’è stata anche Daniela Dessì. Come la ricorda?
L’amavo molto, infatti l’ascoltavo tanto per i miei studi già prima di conoscerla. Poi ebbi la possibilità di frequentare una sua master. Ricordo che mi disse: “Ma che vuoi da me? Tu hai già i pianissimi più belli dei miei!”. Con lei, scomparsa troppo presto e all’improvviso, si lavorava meravigliosamente sulla musicalità e ho imparato tanto sul fraseggio. Da tutti ho comunque ricevuto numerosi e diversi segreti, che poi ho fatto miei.

Sente di dover dire grazie in particolare a qualche artista o direttore che ha avuto al fianco durante il suo cammino?
Il primo lo devo al direttore d’orchestra Renato Palumbo, con il quale debuttai a Torino in Un ballo in maschera. Mi scelse con Noseda per Amelia. E da lì iniziai, per non fermarmi più. Inoltre tengo a citare il baritono Federico Longhi, mio attuale maestro e caro amico che più di ogni altro ha seguito la mia voce, fin dai primissimi studi in Valle D’Aosta. È stato lui, a quel tempo, a credere nel mio talento e a invogliarmi a perfezionarmi. Poi è arrivato il treno importantissimo del Festival di Salisburgo con Riccardo Muti che mi ha aperto la carriera internazionale, sostituendo all’improvviso una collega in Nabucco. Inoltre, poche volte ma assai intensamente ho collaborato con Zubin Mehta e Donato Renzetti. Di Muti? Impossibile dimenticare la sua reazione dopo avermi sentita in Abigaille, chiedendomi: “Ma lei dov’era prima?”. Poi scattò la simpatia. Ci divertivamo molto a parlare in napoletano assieme.

Campano è anche il giovane Francesco Ivan Ciampa che la dirigerà in questa sua nuova Aida all’Arena.
Abbiamo già lavorato in diverse produzioni, sin dagli inizi delle nostre rispettive carriere. Ha un grande talento e una qualità rara: la passione.

Tornando alla sua svolta nel canto, quindi a chi deve il colpo di fulmine?
A Maria Callas. Ascoltandone una registrazione della sua “Casta diva” provai una sensazione forte e improvvisa, decidendo: “Voglio cantare così, come lei”. Oggi ammiro molto anche la sua lucida freddezza sul palcoscenico, il suo totale dominio del personaggio, fino a emozionare profondamente il pubblico.

Quanto studia in genere?
Non sono una che alla mattina si mette a fare i vocalizzi. Studio soprattutto durante le produzioni: mi registro sempre, poi mi riascolto, mi correggo riprovando i punti che non mi piacciono per migliorarli. Poi ripasso l’intero ruolo con il pianista.

E se il personaggio è nuovo?
La preparazione è naturalmente più lunga e complessa. In quel caso parto dall’ascolto, studio attentamente le note, leggo le fonti letterarie e il libretto. Trovo ad esempio assai utile confrontare interpretazioni di momenti storici differenti, per osservarne l’evoluzione stilistico-drammatica e della tecnica. Quindi rubo qua e là dettagli che rivedo sulla base della mia voce. La regola è, comunque, non imitare mai nessuno.

Lo scorso anno era all’Arena con un’altra Aida, quella firmata dall’appena scomparso Franco Zeffirelli…
Purtroppo non ho mai avuto il piacere di conoscerlo personalmente, ma ne ho vissuto la passione e l’arte attraverso le sue produzioni qui all’Arena di Verona, lo scorso anno con Aida e Turandot, in questa edizione del Festival con Trovatore, che canterò in luglio dopo la Leonora di Anna Netrebko. Posso dirgli una sola parola: grazie!

Come sarà invece l’allestimento in ricostruzione storica che canterà per due sere a giugno (il 22, e il 27) e per tre a luglio (il 5, il 9 e il 12), aprendo nelle prime date la sfilata delle Aide Tamara Wilson, Maria José Siri, Saioa Hernández, Hui He e Svetlana Kasyan?
È un’Aida storica, molto bella. Al solito, da parte mia, ci sarà grande impegno sulle parole e soprattutto al terzo atto, il più difficile tecnicamente, nel quale Aida entra in scena per uscirne solo alla fine. All’interno, una Romanza e due duetti assai impervi, uno con il baritono (Amonasro), l’altro con il tenore (Radamès), nei quali c’è praticamente di tutto: c’è la forza, la delicatezza, i “pianissimo”, c’è il lirismo, la drammaticità, gli accenti. Insomma, bisogna avere una tecnica molto sicura. Credo che ogni sera sarà diversa.

Da quali donne è attirata nella galleria lirica di Verdi?
Le amo tutte ma prediligo le grandi guerriere, come Abigaille, Odabella e Lady Macbeth. Sono donne un po’ uomo, che tirano fuori il loro carattere più forte e virile per far fronte alla situazione drammatica. Sarà perché nella vita, ma soprattutto in palcoscenico, mi sento anch’io molto guerriera. Però c’è anche il mio lato più dolce e romantico, quello che ritrovo in Amelia, Leonora, Aida.

Guerriere in effetti, passando ad altri autori, sarebbero anche Tosca e Norma.
Sono due ruoli che adoro. Su tutti è però con Tosca che puntualmente mi commuovo, interpretandone il momento del suicidio giù da Castel Sant’Angelo. E qui aggiungerei anche La Gioconda, un’opera che ho amato e che amo con tutta me stessa: una vera folgorazione. Mi spiace solo non averla conosciuta prima, ma il lavoro e il trionfo lo scorso aprile al Liceu di Barcellona mi hanno ripagata del tempo perduto.

Sempre in termini di repertorio, ha qualche desiderio ancora nel cassetto?
Ci sarebbe un personaggio verdiano che amo molto ma che non ho mai affrontato. Anzi, colgo l’occasione per lanciare un appello ai teatri del mondo: l’Elisabetta di Valois del Don Carlo. E poi mi piacerebbe aggiungere altre due regine donizettiane, Anna Bolena e Maria Stuarda. Chissà, potrebbero arrivare.

Intanto cos’ha cantiere?
L’anno prossimo mi aspetta un’altra grande sfida: il debutto nel Pirata di Bellini con Imogene, parte usualmente assegnata a soprani più leggeri ma, in via crescente, interpretata da voci di maggior spessore. Per la Caballé era fra le vette, vediamo cosa mi aspetta.

Come concilia arte e famiglia?
Ho due figli stupendi: Leonora, che ora ha otto anni, e Daniel Riccardo, di due. I loro nomi rinviano ovviamente a due capolavori verdiani che amo particolarmente. Grazie a Dio li ho avuti ed è solo grazie a mio marito che riesco a gestire palcoscenico e famiglia. È bravissimo con i figli come in cucina. Con me si mangerebbe in modo molto meno sano. Piuttosto, con questa Aida, per la prima volta saremo insieme: io su, in palcoscenico, lui come violinista in orchestra.

Quando non canta cosa fa?
Amo molto dedicarmi a me stessa, alla cura del mio corpo.

Ma è vero che è stata anche rugbista?
Sì, sì. Sono sempre stata molto sportiva e, per quattro anni, ho giocato molto seriamente in una squadra femminile di rugby, ad Aosta, introdotta da mio fratello. Poi mi hanno spaccato il setto nasale e ho dovuto decidere se continuare ad allenarmi o cantare. Così ho lasciato lo sport che, però, mi ha insegnato tanto, fra allenamento e gioco di gruppo, per la lirica in teatro.

Photo credit copertina: Victor Santiago

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