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Una voce dalla Louisiana – Intervista a Lisette Oropesa

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Innamorata dell’Italia, Lisette Oropesa è a Pesaro, in questi giorni, in vista del suo imminente, attesissimo debutto al Rossini Opera Festival: sarà protagonista di Adina, farsa di rarissima esecuzione, ma anche di un recital, il primo della rassegna, in un programma particolarmente raffinato che trascorre da Mozart al Verdi degli “anni di galera”, fino al repertorio francese e a un gran finale rossiniano. E proprio in vista di questo duplice cimento, ma anche dei successivi debutti italiani – a Verona nel Verdi Opera Night, poi alla Fenice di Venezia in una nuova ripresa della leggendaria Traviata di Robert Carsen, quindi all’Opera di Roma per l’inaugurazione stagionale con Rigoletto, diretto da Daniele Gatti – l’abbiamo sentita dal suo soggiorno marchigiano, mentre è impegnata nelle prove dello spettacolo.

Con lo scarto di una vocale, Pesaro è quasi un anagramma di Oropesa: era un destino già scritto nel nome?
È vero! Sono molto contenta di trovarmi in questa città bellissima, di cui mi sto innamorando: la spiaggia, la città, la gente, tutto mi piace molto.

E al ROF presenterà Adina, che ritorna sulle scene dopo un’assenza quasi ventennale. Ambientata nell’Oriente delle turcherie, care all’immaginario illuminista, narra le peripezie di una giovane fanciulla promessa sposa a un califfo illuminato. Come percepisce il suo personaggio, più come una Konstanze mozartiana o come un’Isabella rossiniana? È un mondo più vicino all’Entführung aus dem Serail o all’Italiana in Algeri? Quali sono le difficoltà del ruolo?
Mi sembra più una Konstanze del Ratto del serraglio. Adina è innamorata di un giovane uomo che non ha più visto da tanti anni, Selimo, e pensa che sia morto; ma quando questi torna a cercarla progettano di fuggire insieme ma vengono scoperti dal Califfo e tutto sembra andare per il peggio, finché non si scoprirà che il Califfo è il padre di Adina. Tutto finirà bene con un matrimonio finale. Il ruolo è particolarmente interessante perché è stato scritto per un mezzosoprano, ma per fortuna con Rossini si possono scrivere nuove variazioni, che sono sempre particolarmente attese dal pubblico. Spero che quelle che presenterò verranno apprezzate.

Ma oltre ad Adina a Pesaro sarà protagonista di un concerto. Quali sono i criteri con cui ha pensato di impaginare il programma? Cosa ascolteremo?
Desideravo cantare le arie che meglio si adattano alla mia vocalità: non soltanto il belcanto di Rossini, ma anche Mozart, Verdi e l’opera francese, con Meyerbeer e Bizet, perché mi piace molto cantare in francese.

E infatti si tratta di un programma molto raffinato, che comprende anche Robert le Diable di Meyerbeer, che canterà l’anno prossimo alla Monnaie di Bruxelles: con la cavatine d’Isabelle “Robert, toi que j’aime”, che costituisce lo snodo drammaturgico di tutta l’opera…
Esattamente. È un momento privilegiato, molto diverso dalla prima aria, che Isabelle intona all’inizio del secondo atto, e che è invece un’aria di coloratura. Questa è molto più lirica, e mi piace affrontarla perché solitamente prediligo la coloratura – sia con Adina, sia con alcune dei brani rossiniani che ho scelto per il concerto – ma mi sembrava opportuno aggiungere un’aria che mi permettesse di portare in primo piano il personaggio e la sua psicologia.

Ma, a proposito di coloratura, ha inserito invece in programma anche “Tu del mio Carlo al seno”, dai Masnadieri di Verdi, scritta per il talento di Jenny Lind. Come si confronta con la coloratura, le sue difficoltà, la sua esuberanza?
All’inizio è sempre difficile, perché bisogna trovare il modo di cantarla con la precisione necessaria. Grazie a una voce leggera, riesco facilmente a sormontare queste difficoltà: forse non ci riesco il primo giorno o la prima settimana, ma poi mi risulta facile. Ma il vero problema è trovare la ragione, le motivazioni per la coloratura: questo è il lavoro che il belcanto richiede, non serve solo a mostrare il virtuosismo di una voce leggera, che procede con rapidità, ma anche la ricerca dei colori: la voce deve saper provare e trovare emozioni. Cantare la coloratura è trovare il punto di equilibrio tra il virtuosismo e le emozioni, dando un senso a ciò che si canta.

Di recente ha riscosso un trionfale successo al Real di Madrid con Lucia di Lammermoor, mentre all’orizzonte già si profilano La traviata alla Fenice di Venezia e Rigoletto all’Opera di Roma. Si sente più vicina a Lucia, a Violetta o a Gilda?
Forse un po’ più a Gilda, perché mio padre, che è morto otto anni fa, soffriva di distrofia muscolare. Camminava come se fosse un gobbo, non poteva correre, saltare, giocava con noi a carte, con giochi da tavolo o a scacchi – mi ha insegnato a giocare a scacchi – ma non poteva fare sport a causa della sua disabilità. Ma era anche molto protettivo con noi tre, le mie due sorelle e io, era un “gran padre”, non potevamo uscire fuori di casa, non potevamo avere dei ragazzi, era così, come Rigoletto. E come lui era molto triste, perché aveva lasciato la sua terra, Cuba, era emigrato negli Stati Uniti e sapeva che non sarebbe mai potuto tornare in patria, ha avuto una vita molto difficile e quando è morto sapevamo che aveva smesso di soffrire.

Forse anche per questo, allora, l’anno scorso ha riscosso un grande successo proprio con Rigoletto ad Amsterdam nell’appassionante produzione di Damiano Michieletto, che faceva di Gilda la vittima di ossessioni infantili, tormentata dai fantasmi del passato. Gilda vive a contatto con la realtà o in una dimensione puramente sognata e immaginaria?
Vive a contatto con la realtà che il padre ha creato per lei. In questo è diversa da Lucia, che vive tra le sue fantasie, secondo me, mentre Gilda vede il mondo ma crede in tutto quello che le dicono, è questo il suo problema. Lei crede al Duca, quando le dice di essere Gualtier Maldè, studente e povero, come crede al padre: non ha imparato a riconoscere l’inganno e, quando finalmente lo capisce, comprende che anche il padre l’ha ingannata, non le ha mai detto chi sia, cosa fa, per chi lavora, ha perfino pagato Sparafucile per ammazzare un uomo. Ed è soltanto alla fine che scopre la verità.

Sì, e anche per questo era molto bella l’idea di Michieletto di farla “uscire” alla scoperta del mondo, di farle ritrovare la libertà solo quando muore e può finalmente aprire la finestra della stanza, del mondo claustrofobico in cui è ambientata l’opera: la morte non corrisponde con la fine ma con l’inizio di una nuova vita.
Esattamente. Lei sceglie la morte, il suo destino. Forse per la prima volta sceglie qualcosa nella sua vita.

Dopo Pesaro sarà sicuramente una non piccola emozione cantare Violetta alla Fenice.
Piccola? Un onore grandissimo non solamente cantare La traviata in Italia, ma soprattutto a Venezia, città per la quale l’opera è stata scritta.

Ma ritorniamo un attimo sulle sue origini, visto che è nata e cresciuta in Louisiana. Come mai ha scelto di diventare cantante lirica nella terra del jazz e del blues?
Mia madre era cantante, cantava sempre in casa, e mio nonno era un grande appassionato di lirica: a Cuba ascoltava molto la zarzuela, ma quando si è trasferito negli Stati Uniti, poiché si ascoltava maggiormente l’opera, ha cominciato a costituire una grande collezione di dischi e cd delle trasmissioni del Met, delle matinée del sabato che registrava sempre. Aveva un’enorme collezione di tutti i cantanti, da quando si era trasferito negli Stati Uniti, dal ’68 in poi.

E quali erano i cantanti che apprezzavate maggiormente?
Mio nonno era un tenore, aveva una voce naturale anche se non aveva mai studiato il canto, era autodidatta con una voce molto bella; al contrario di mia madre, che invece aveva studiato canto lirico. Mio nonno adorava Kraus, Jussi Björling e Domingo, mentre mia madre, che era soprano, amava Anna Moffo, la sua preferita, e ancora la Caballé e la Scotto, che le piaceva molto. La mia preferita, invece, è sempre stata Maria Callas. Mia madre ne possedeva solo un disco e un giorno le ho chiesto: “Mamma, chi è la Callas? Non la conosco…” E lei mi ha risposto “Sì, sì, è una cantante molto famosa, mi piace ma non è mai stata la mia preferita, preferisco la Scotto, la Moffo”. Bene, dopo aver ascoltato il disco le ho detto: “Ma come puoi dire che non ti piace? È grandissima!” E lei ne ha ammesso la grandezza, ma la voce non era bella come quella della Moffo o della Caballé… Ognuno di noi ha le sue preferenze.

Cambiamo argomento e ritorniamo ad Adina, in cui entrerà in scena cantando “Fragolette fortunate”, una cavatina di sortita in cui parli di questi frutti deliziosi, destinati al tuo innamorato. Mi piacerebbe se parlassimo di fragolette, di gusti alimentari e di regime di vita, indispensabili per mantenersi in forma.
Be’, io sono vegana, seguo una dieta vegana, per fortuna devo cantare di fragolette, non sono pesci o uova. Adoro le fragole, frutta e verdura. Qui in Italia si mangia molto bene ed è facile seguire facilmente la dieta vegana, perché si può mangiare pane, pasta e pizza. L’allenamento è una parte importante della giornata, per avere non soltanto l’energia, ma anche il tempo di recupero: quando cantiamo, quando lavoriamo sul palcoscenico accumuliamo tanta energia e adrenalina, e poi occorre un modo per scaricarla, dopo tante emozioni! Dormo moltissimo e mangio molto bene, faccio tanto esercizio, corro e qui a Pesaro vado sempre in bicicletta. Mi piace molto fare sport, mi aiuta, è quasi una meditazione, mi fa pensare alle cose. Non ascolto la musica quando corro, respiro, parlo con mio marito, che fa sempre running con me, è un momento di condivisione importante.

Un personaggio che vorrebbe interpretare e uno che non interpreterai mai?
Un giorno vorrei interpretare Juliette, nell’opera di Gounod, prima di diventare troppo vecchia; mentre quella che non vorrei mai cantare è la povera Despina, mi dispiace! Mi piace molto l’opera, Così fan tutte, ma…

Forse Fiordiligi, allora?
Sì, ma preferisco aspettare altri dieci anni prima di cantare Fiordiligi, piuttosto che cantare Despina adesso. Me l’hanno offerta più volte ma ho sempre rifiutato. Ho già cantato Susanna nelle Nozze di Figaro, è un altro personaggio e, musicalmente, mi dà molte più soddisfazioni, ma Despina non credo che proverò mai a cantarla.

E invece gli inizi della carriera sono legati al Ring di Wagner, al Metropolitan di New York.
Molti anni fa, sì. Mi piace moltissimo, adoro la musica di Wagner, mi piace ascoltarla. Forse non canterò mai i grandi ruoli di Wagner, non importa, ma sono contenta anche solo ad ascoltarlo. Ho cantato i piccoli ruoli del Ring, ma secondo me sono molto difficili, le Figlie del Reno e l’Uccellino del bosco: c’è una tale ricchezza nella sua musica!

E poi è grazie al canto dell’Uccellino del bosco che Siegfried riesce a comprendere i suoni della natura.
Certo. La storia è bellissima e per me è stata una grande soddisfazione.

Nel suo ultimo cd, dedicato Aux filles du désert, ha messo insieme Mozart con Bernstein. Come vede il futuro della lirica?
Non saprei… Negli Stati Uniti è un’altra storia, adesso stanno cercando di incoraggiare e sostenere la musica contemporanea. Al Metropolitan, per esempio, con l’arrivo di Yannick Nézet-Séguin presenteranno delle opere nuove, è una grande opportunità far debuttare queste creazioni in un grande teatro. Io non so se siano indicate per la mia voce: mi piace talmente tanto il belcanto, Mozart e l’opera francese, ci sono tanti ruoli ancora che desidero cantare e che spero di avere l’opportunità di debuttare.

E per finire: contenta di rimanere per un periodo così lungo in Italia?
Sono contentissima, mi sento a casa, mangio bene e tutti sono molto gentili e simpatici. Si lavora molto bene qui, il lavoro è molto serio e fatto con amore, i musicisti adorano le opere e i cantanti: è un mestiere fatto con il cuore e mi piace molto poterlo fare in Italia.

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