Chiudi

Una Dama di carattere – Intervista a Jennifer Larmore

Condivisioni

Con la promessa di una notte d’amore, induce un cavaliere a sfidare il misterioso assassino che agita le notti parigine. Lei è la Dama, protagonista femminile di Cardillac, l’opera di Paul Hindemith che inaugura l’81° Maggio Musicale Fiorentino sabato 5 maggio, per la direzione di Fabio Luisi e la regia di Valerio Binasco. Il personaggio avrà la voce e il corpo di Jennifer Larmore, mezzosoprano americano di bella carriera, che debutta in questo ruolo. Cardillac, andata in scena per la prima volta a Dresda nel 1926, è la storia di un’ossessione: quella di un orafo, un artista incapace di staccarsi dalle proprie creazioni, arrivando all’emarginazione, all’omicidio, e al linciaggio da parte del popolo.

Perché ha scelto di interpretare Cardillac di Hindemith? Come si inserisce questa scelta nel suo personale percorso di artista?
Da alcuni anni ho esteso sensibilmente il mio repertorio verso il teatro musicale del Novecento. Tutto è cominciato quando mi è stato offerto il ruolo della Contessa Geschwitz nella Lulu di Alban Berg al Covent Garden di Londra, che ho cantato diretta da Antonio Pappano in un bellissimo allestimento con la regia di Christoph Loy. Per me è stato un passaggio estremamente importante ma devo ammettere anche faticoso. Dopo anni di frequentazione assidua col belcanto non ero certo abituata a cantare musica dodecafonica. Fortunatamente però, superate le difficoltà iniziali, mi sono subito innamorata di questo nuovo linguaggio musicale e drammaturgico, e la Contessa è stato un ruolo che ho avuto il piacere di riproporre in tanti importanti teatri europei: Madrid, Parigi, Amsterdam e recentemente all’Opera di Roma con la regia di Kentridge. La scorsa stagione ho avuto anche la possibilità di debuttare in un altro splendido ruolo del repertorio novecentesco, quello di Marie nel Wozzeck di Berg al Grand Theatre de Geneve. Anche Kostelnicka in Jenufa di Janáček mi ha fortemente impressionata, quindi ogni nuovo ruolo del repertorio novecentesco che mi viene offerto in questa fase della mia carriera rappresenta un nuovo tassello di questo mio nuovo percorso personale ed artistico per me molto importante.

Ci presenti il suo personaggio della Dama in quest’opera, sia dal punto di vista del carattere che della vocalità.
La Dama è un personaggio molto intenso: una donna che non vuole solo vivere, ma vuole farlo con una passione molto intensa. Non vuole solo l’amore del cavaliere, ma vuole anche che lui le dimostri il suo amore in modo profondo. È per questo che chiede che le venga dimostrato mettendo anche a rischio la sua vita. Lei cerca un rapporto estremo. Vocalmente è un ruolo molto bello, pieno di colori, profondità e sensualità. La sua presenza rappresenta anche uno dei pochi momenti di calma all’interno dell’opera, che esplode a tratti in maniera fortemente violenta negli atti successivi.

Cosa deve aspettarsi il pubblico da un’opera non di repertorio come Cardillac e dalla musica di Hindemith?
Come tutta la musica, e forse l’arte in generale, del Novecento, non ci si può aspettare qualcosa di “bello” in senso stretto. I compositori di questo affascinante secolo si son spinti oltre, alla ricerca di nuove sonorità e formule espressive. Hindemith, in particolare, ha scritto in maniera estremamente ricca e dettagliata per ogni singolo strumento musicale, la ricchezza dell’orchestrazione è dunque particolarmente impressionante.

Com’è lavorare a Firenze, con Fabio Luisi e con questo cast?
Ogni volta che torno a lavorare in Italia è una gioia per me, ma anche per mio marito che è italiano. Mi trovo sempre a lavorare in città meravigliose, ricche di arte e cultura, con una cucina gustosissima e con persone simpatiche e aperte. Questo è stato il mio primo incontro con il Maestro Luisi che, oltre a essere un eccellente musicista, è una persona di rara gentilezza, e anche tutto il team del Maggio Musicale Fiorentino è stato davvero molto accogliente. Nel cast ho ritrovato alcuni amici, come Martin Ganter, che mi ha “assassinata” già a Roma lo scorso anno nei panni del Dr. Schön. Nei camerini, scherzando, dicevamo che ora dobbiamo cantare insieme anche il Wozzeck, così può “uccidermi” in scena ancora una volta e completare la trilogia!

Negli ultimi anni ha intrapreso un percorso nella musica del Novecento: perché questa scelta? Quanto ha inciso in questa scelta il suo passato di grande belcantista?
Alcuni registi, in particolare Christof Loy, ma non solo, hanno particolarmente apprezzato le mia capacità di attrice e non solo di cantante. Anche nel repertorio belcantistico non ho mai trascurato l’importanza della recitazione. La densità espressiva del repertorio novecentesco esige, in effetti, cantanti che non siano concentrati completamente solo all’aspetto vocale del loro personaggio. Direi dunque che, nel mio caso, l’attenzione alle esigenze della recitazione hanno giocato un ruolo determinante. Il nostro regista di Cardillac, Valerio Binasco, ad esempio, è un uomo che viene dal teatro di prosa e dunque per lui la recitazione è di prioritaria importanza. Devo dire che è stato davvero bellissimo lavorare con lui.

Nel suo repertorio compare molto Rossini: che rapporto ha con questo grande compositore e quale il suo personaggio preferito tra quelli che ha interpretato?
Rossini mi ha letteralmente dato la carriera. La mia voce ha sempre funzionato benissimo nei ruoli che lui ha scritto per il registro di mezzosoprano, e io mi sono sempre sentita molto a mio agio nel cantare la sua musica. Ci siamo intesi bene, se così si può dire. Ho inciso tantissime sue opere, sia più che meno conosciute, e posso dire di aver portato la sua musica davvero in tutto il mondo. Di tutti i personaggi che ho interpretato tante volte ho sempre molto amato Isabella nell’Italiana in Algeri perché è una donna dal carattere molto forte che ha sempre una soluzione per ogni problema.

Come vede oggi il rapporto tra i giovani e l’opera? Crede che regie provocatorie siano utili a avvicinare un pubblico più ampio?
I giovani oggi sono esposti a un mondo molto visuale. Un approccio tradizionale e statico sul palcoscenico non credo potrebbe essere d’interesse per loro. Credo invece che si possano ottenere ottimi risultati con regie innovative se si rimane nel rispetto di quello che già sta scritto nel libretto e nella partitura. Una maggiore dinamicità sul palco è assolutamente benvenuta se non inficia il canto e il flusso musicale dell’opera. Qualche anno fa vidi uno spettacolo dove, per sottolineare l’atmosfera agreste, il regista fece distribuire della terra in scena. Il risultato fu che i cantanti, ma anche gli orchestrali, si muovevano nella polvere e tossivano continuamente. Ecco questa mi pare semplicemente un’idea molto poco sensata, con evidenti effetti negativi sul lavoro degli artisti. Quando ci sono idee intelligenti e interessanti, sono sempre aperta a nuove soluzioni e approcci interpretativi.

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino