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La mia vita è quasi un sogno – Intervista a Saimir Pirgu

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La sua vita è come un sogno. Il tenore albanese, naturalizzato italiano, Saimir Pirgu ha cominciato a cantare dopo aver ascoltato il concerto dei Tre Tenori a Italia ‘90. “La mia vita è una sorta di sogno e sinceramente spero che continui: sono nato nel 1981, da adolescente ho visto il concerto dei Tre Tenori, a 19 anni ho incontrato Luciano Pavarotti che è diventato mio mentore, e pochi anni dopo ero al Met per cantare Traviata con Placido Domingo nei panni di Germont padre.  Ho cantato con tutti i più grandi su quegli stessi palcoscenici calcati dai tre tenori: più sogno di così!”.

Dunque il suo giudizio su operazioni come quella dei tre tenori è positivo?
Assolutamente sì: le cose belle, se sono davvero tali, vengono apprezzate da tutti. Quando Andrea Bocelli canta con Celine Dion ed è una bella canzone, va bene; non c’è niente di male se Al Bano canta “La donna è mobile”. Il problema è se lo canta al Met. In generale oggi, per avere lo scoop, c’è bisogno di stupire. Se un presidente degli Stati Uniti pretende di andare in guerra con un tweet, cosa si pretende da noi?

Lei ha detto che Luciano Pavarotti è stato un po’ il suo mentore. Da cantante, quale merito in particolare gli riconosce?
Il suo modo di cantare era di scuola italiana nel senso più nobile del termine: l’attenzione alla dizione, quindi, ma anche al passaggio, al fraseggio. Luciano era un tenore solare. C’era una sorta di luce nella sua voce. Pavarotti è quello che si dice “il tenore di una volta”, come lo erano Di Stefano, Raimondi o anche Gedda o Aragall, che italiani non erano ma che possono essere ascritti alla scuola italiana. Un modo di cantare oggi un po’ fuori moda: si tende piuttosto a spingere sulle sonorità più scure. In questo senso, vado fiero di essere un po’ italiano.

Parlando di tenori, si tratta di una categoria che, nel mondo dell’opera e anche al di fuori dei palcoscenici, non gode di ottima fama. Come vede questa categoria da tenore?
Diciamo che bisogna sopravvivere con un po’ di egoismo personale, quel tanto di egocentrismo che si riconosce a ogni artista e poi con la paura che deriva dal fatto di avere spesso le arie più esposte, insieme a quelle dei soprani. Tutti i cantanti fanno comunque una vita molto difficile, anche perché se non sei all’apice del successo vieni facilmente dimenticato da tutti. Comunque, se non si è un po’ matti ed egocentrici, certamente non si può essere tenori.

In questi giorni è impegnato a Napoli in una produzione di Rigoletto che debutta al San Carlo il prossimo 14 luglio. Come sarà questo spettacolo?
Ho avuto la fortuna di cantare tante volte il Duca di Mantova in produzioni molto diverse, da regie minimaliste e per così dire moderne, come quella di Zurigo con Tatjana Gürbaca, ad allestimenti più tradizionali, come all’Arena di Verona. Qui a Napoli il regista Mario Pontiggia ha pensato a una lettura molto nitida, pulita, nella tradizione dei grandi registi italiani. Il pubblico di Napoli non avrà strane sorprese, anche perché il lavoro di preparazione, sia registico che musicale, procede benissimo.

Parliamo del ruolo del duca: qual è la sua lettura di questo personaggio?
Mi piace pensare che in realtà il duca sia un personaggio crudele. È vero che ci sono pagine leggere dove canta la sua superficialità. Penso a “Questa o quella” o alla stessa “Donna è mobile”. E ci sono anche momenti di lirismo, come in “Parmi veder le lagrime”, dove sembra esprimere un barlume di umanità. Tuttavia, a mio avviso, queste pagine non dicono la verità sul personaggio. Il duca è un cinico. A tale convincimento sono arrivato anche grazie al lavoro svolto con diversi registi su questo capolavoro, non ultimo Damiano Michieletto, in una produzione dello scorso anno ad Amsterdam.

Come si sta evolvendo il suo repertorio in questi anni?
Sto affrontando molto repertorio francese, che sento particolarmente congeniale alla mia sensibilità e alla mia voce. Ho cantato Damnation de Faust e Romeo, debutterò nel Faust di Gounod e nei  Racconti di Hoffmann. Ho la zona acuta abbastanza facile e, prima di avvicinarmi ai ruoli veristi, vorrei sfruttare al meglio questa mia caratteristica.

Quale ruolo ama di più?
Difficile rispondere…dipende dai momenti, dall’opera che stai cantando, da quante volte canti quell’opera. Di certo, tra i personaggi che mi affascinano e che non canterò mai c’è Des Grieux nella Manon Lescaut di Puccini: un ruolo eccezionale, uno dei più difficili per un tenore, molto acuto, drammatico, pesante. E poi Arnoldo nel Guglielmo Tell di Rossini, un altro bellissimo ruolo “dei sogni”.

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