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La mia regola: rispettare la voce – Intervista a Eleonora Buratto

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È alla sua quarta Mimì ma in Italia, dopo il debutto del 2016 nel ruolo al Liceu di Barcellona, la interpreterà per la prima volta in occasione della Bohème di Giacomo Puccini in scena da giovedì 11 gennaio al Teatro San Carlo di Napoli. Sul podio di Orchestra e Coro della Fondazione, Stefano Ranzani; rilettura registica tradizionalissima di Mario Pontiggia creata, due anni fa, per il Massimo di Palermo.
L’attesa Mimì è Eleonora Buratto, mantovana, classe 1982, punta di diamante della Carmen sancarliana ridisegnata da Finzi Pasca e oggi soprano lirico puro in vetta alle classifiche internazionali. Dopo il percorso di formazione al Conservatorio “Lucio Campiani”, il perfezionamento triennale con il grande Luciano Pavarotti e la preparazione costante con Paola Leolini, da lei stessa definita come il suo “orecchio di fiducia”, ha dato vita esattamente in dieci anni a una luminosa collezione di successi, a segno fra l’esordio pucciniano premiato al “Belli” di Spoleto e un’intera gamma di ruoli applauditi alla Scala di Milano come al San Carlo di Napoli, in gran parte dell’Europa, al Metropolitan di New York, ai palcoscenici d’Oriente. E, in occasione della versione televisiva dell’Elisir scaligero, persino dal Terminal 1 dell’Aeroporto di Malpensa. Passando con professionalità assoluta dalla Cleopatra del Cesare in Egitto di Händel diretta da Ottavio Dantone all’Echo della Ariadne auf Naxos di Richard Strauss diretta da Daniel Harding al Festival di Salisburgo o, in campo sinfonico, ai recenti Vier letzte Lieder sempre di Strauss più Quarta di Mahler con Michele Mariotti sul podio dell’Orchestra del San Carlo.
Al centro, le sue tante, vivaci o dolcissime creature: Susanna e Contessa, Adina, Norina, Despina, Corinna, Alice Ford e Nannetta. Glauce e Donna Anna, Amelia, Micaëla e Liù, Musetta e, ora, anche Mimì. Il tutto, calibrando con arte rara gli equilibri tra voce e repertorio. Difatti una scelta, quella per la protagonista della Bohème, sapientemente evitata in apertura del proprio percorso artistico, come invece puntualmente nel primo baule di tanti altri soprani. Quindi da lei giocata nel punto aureo di una consolidata e luminosa ascesa. D’altra parte a Spoleto aveva vinto ed esordito, per poi proporla in terza battuta a Napoli nel 2012, con la capricciosa Musetta.

Qual è il rapporto di Eleonora Buratto con i due diversi personaggi femminili della Bohème che oggi, in formula emblematica, ne incorniciano la brillante carriera internazionale?
A Musetta, il mio primo personaggio, sono naturalmente affezionata. Mi piace il suo carattere frizzante e sfacciato che cela un animo buono. Mimì è invece il ruolo che sognavo mentre cantavo Musetta, perché sognavo di diventare un lirico puro. Ora, interpretando tante Bohème e con tante Musette diverse, apprezzo ancora di più la capacità di Puccini di rifinire due modelli opposti di femminilità con la stessa commovente indulgenza.

Come ha inteso il personaggio di Mimì, quale il suo momento più alto in partitura e quanto è possibile, oggi, leggerne l’attualità?
Sono tanti i luoghi speciali in questo ruolo. Ovviamente, oltre alle due fondamentali arie al primo e secondo quadro, c’è il duetto con Marcello al terzo, un bellissimo momento di confronto da cui emerge la donna che lotta, che chiede aiuto ricorrendo al migliore amico dell’uomo amato, proprio come si farebbe oggi sia dall’una che dall’altra parte. Ma, se devo essere sincera, ce n’è uno su tutti che aspetto con grande emozione e tensione. È l’assolo finale “Sono andati? Fingevo di dormire”: è il canto di una morte compresa soltanto nel terzo, ascoltando di nascosto le parole pronunciate da Rodolfo. Una morte che in tale climax drammatico, pur tirando avanti oltre i sintomi della malattia esattamente come farebbe e spesso fa tra i mille impegni una donna di oggi, non vuole accettare. È in questo momento, altissimo, che Mimì trova la forza per dichiarare, in parallelo ai temi delle emozioni e del ricordo straordinariamente enfatizzati in orchestra, tutta la verità e la potenza del suo amore. Per confessare al suo uomo, al di là di una storia di coppia così travagliata, una cosa “grande come il mare”, intonando nel portare le braccia al collo di Rodolfo “Sei il mio amore e tutta la mia vita!”.

Quali, per lei, i modelli ineludibili alle nostre spalle?
Due su tutte, Renata Tebaldi e Mirella Freni.

La ripresa dell’allestimento del Massimo di Palermo, in prima al San Carlo di Napoli, va a siglare il suo esordio italiano nel ruolo principale in una Bohème d’altra parte rivelatasi sin dai primi passi opera importante per il suo talento e per l’incontro con la grande lirica.
È così. Sono cresciuta in una casa dove l’ascolto di arie d’opera era circoscritto a un unico trentatré giri, quello dei tre tenori, anche se i miei nonni e alcuni zii di mio padre avevano l’abitudine di frequentare d’estate l’Arena di Verona. Intanto, sin da piccola, avevo sempre mostrato una particolare passione per il canto. Era uno dei miei giochi preferiti, su testi di mia invenzione in inglese maccheronico. Fortunatamente i miei familiari, assecondandomi in un talento che intanto aveva ottenuto ottimi risultati in alcuni concorsi di canto pop, mi aiutarono a intraprendere un cammino di studi sempre più serio. Entrai in un Coro di voci bianche con il quale, in un paesino del mantovano vicino al mio, incontrai la prima, vera opera della mia vita: era proprio la Bohème che, successivamente, cantai anche come corista e, finalmente, entrando nel circuito professionale come Musetta, ruolo che segnò il mio primo debutto assoluto a venticinque anni nel 2007 con la vittoria al Concorso “Adriano Belli” del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto.

Per tale occasione e sempre nel segno di tale capolavoro pucciniano, dieci anni fa, c’è un’altra storia importante da raccontare…
È forse il mio ricordo più bello degli anni di formazione con Luciano Pavarotti. Un ricordo che gelosamente conservo nel cuore. Generalmente andavo da lui a lezione in città. Ma, avendo urgenza di fargli ascoltare la mia Musetta da presentare appunto al “Belli” di Spoleto, mi recai nella sua villa di campagna a Modena. Lui mi chiese: «Ciccia, cosa mi canti oggi?». Alla mia risposta reagì con un attimo di silenzio. Poi mi disse: «Cantami l’altra aria». Ovviamente, avendo Musetta il solo Valzer, intendeva sentire Mimì, aggiungendo sulle mie reticenze: «… dài, che la sai». Sapevo in realtà di essere troppo giovane per azzardarmi a cantarla, non l’avevo neppure mai studiata ma ne tentai, comunque, una bozza. Al termine il Maestro si tolse con un ampio gesto il panama dalla testa, e commentò: «Chapeau. Sarai una grande Mimì. Puoi cantare Musetta, ma ora io sono a posto». Fu il primo a comprendere che sarei diventata un lirico puro.

Restando alle tracce in lei lasciate da figure importanti, a chi sente ancora di dire grazie?
Senz’altro a Riccardo Muti che mi ha offerto tante possibilità di crescita, attraverso la direzione dal podio, in occasioni fondamentali quali il debutto nel 2009 nel ruolo di Creusa per il Demofoonte di Jommelli al Festival di Salisburgo, di Susanna per I due Figaro del Mercadante nel 2011 al Teatro Reàl di Madrid. E, ancora, nel 2013, la Norina del Don Pasquale, la Messa in si minore di Bach con la Chicago Symphony Orchestra, i ruoli di Amelia a Tokyo nel 2014, di Alice Ford nel Falstaff del 2015 al Ravenna Festival e a Oviedo, della Contessa di Almaviva per Le nozze di Figaro mozartiane nella tournée della Wiener Staatsoper Orchester a Yokohama nel 2016. Cosa mi ha dato? Innanzitutto la capacità di uno studio approfondito sui dettagli della partitura, l’esatta interpretazione delle dinamiche, una chiara comprensione delle intenzioni del compositore e il modo di farle mie. E poi devo tanto anche a Paola Leolini, la mia vocal coach, colei che mi ha accompagnato nella costruzione della tecnica, nella crescita vocale e, a tutt’oggi, nella scelta di nuovi ruoli. Tutti gli artisti dovrebbero avere una figura di riferimento, appunto un allenatore, un orecchio di fiducia che faccia puntualmente un check della tecnica, adeguando al contempo le scelte del repertorio con l’evoluzione continua della nostra voce.

Lei come pondera le sue scelte?
Sono guidate da un unico criterio, quello del rispetto del medium canoro. Sono consapevole della mia crescita vocale, la aiuto con lo studio tecnico e cerco di scegliere quei ruoli che ne favoriscano lo sviluppo. Tutti quelli che ho sin qui cantato li ho affrontati infatti al momento giusto per la mia voce. Norina, ad esempio, ha segnato un successo speciale e il mio debutto con Muti a Madrid, ripresa quindi all’Opera di Roma l’ho interpretata dandovi, seppur con dispiacere, l’addio su un palcoscenico importante quale il Metropolitan di New York. Ora non canto più Norina e né Adina, sognate e molto amate entrambe. È perché oggi sono Alice, la Contessa delle Nozze di Figaro, Donna Anna, Micaëla, cantata due anni fa per la Carmen inaugurale al San Carlo con la direzione di Zubin Mehta e, appunto, Mimì. Una grandissima sfida tecnica, di cui vado molto fiera, è stata poi nello stesso anno l’interpretazione di Corinna nel Viaggio a Reims di Rossini alla Dutch National Opera di Amsterdam, un pieno successo per ogni tassello dello spettacolo firmato dalla regia di Damiano Michieletto e affidato alla direzione musicale di Stefano Montanari. E, sempre osservando il mio itinerario artistico a ritroso, devo dire che è stata la parte di Susanna ne I due Figaro di Mercadante ad aver impresso la grande svolta, aprendomi le porte dei maggiori teatri d’Europa.

Due anni fa, a Napoli, è stata molto apprezzata nell’intensa Liù della Turandot proposta con la regia di Roberto De Simone. Che rapporto instaura fra le due creature pucciniane?
Sono stata per la prima volta Liù proprio al San Carlo, nel 2015. E ho debuttato Mimì al Liceu di Barcellona nel 2016. Sono due ruoli e due personaggi che mi stanno bene nella voce e nel cuore. Li desideravo da tempo, prima di poterli cantare. A Liù ho dato un carico di afflizione e devozione che giustificano il suo sacrificio d’amore. La morte di Mimì è la morte delle illusioni e della giovinezza. Mimì è l’incarnazione della bohème. La musica di Puccini le esalta entrambe e fa di loro due modelli musicali di potenza e bellezza struggenti.

Ha regole per il canto?
C’è una sola regola: rispettare la voce non solo con lo studio, ma anche con tutto quello che riguarda la salute, quindi alimentazione e vita sana. Ormai è risaputo che il problema numero uno per i cantanti è costituito dal reflusso. Per evitarlo, al di là di qualche “sgarro” concesso a tutti, bisogna fare attenzione ai fritti e alle quantità. Un’attenzione, possibilmente, da abbinare a una discreta attività fisica anche se per la vita dei cantanti, fra viaggi continui e città con cibi diversi, non è sempre facile garantirla con continuità. Io, ad esempio, cerco di combinare una buona dieta con la piscina – amo moltissimo nuotare – o a lunghe camminate. Ma non nascondo che, qui a Napoli nei giorni delle prove, non ho resistito alla pizza fritta, al pesce fresco e ai babà davvero unici (li mangio solo qua) delle pasticcerie partenopee.

E per la scena?
La regola per la scena è invece quella di creare sempre un buon rapporto con i colleghi. Normalmente ci riesco, così si va oltre e si apprezza la sintonia che certe produzioni e taluni colleghi sanno agevolare.

Qual è il suo rapporto con Napoli e con il San Carlo?
Mi ripeto e dico una cosa che ricordo in tutte le interviste. Amo la città e il suo teatro, il pubblico di Napoli mi ha aiutato a rivelare a me stessa alcuni traguardi vocali. Qui mi sento a casa e il teatro mi propone sempre cose interessanti. Ci rivedremo a breve… Intanto, per questa Bohème, sto ricevendo tantissimi messaggi augurali da semplici spettatori. Mi aspettano. È dunque innanzitutto per loro che non vedo l’ora di cantare.

Veniamo, infine, ai suoi impegni futuri.
Sarò la Contessa di Almaviva a Verona, Donna Anna a Lione, salirò per la prima volta sul palcoscenico del Covent Garden e farò due debutti di ruolo, come Elettra nell’Idomeneo mozartiano – un’altra grande sfida con le sue due grandi, agguerrite arie di furia negli atti esterni, con risata sardonica garantita sul picchiettato discendente in “D’Oreste, d’Ajace”, ma anche dalle linee morbide come nell’aria centrale – e Luisa Miller. Purtroppo non posso ancora dirle dove. Inoltre, a parte il ritorno a Napoli, un atteso Stabat Mater rossiniano diretto da Myung-Whun Chung al Parco della Musica, un appuntamento al Rossini Opera Festival, altri concerti con Nazzareno Carusi, pianista con il quale ho ritagliato un programma di romanze di Tosti e Alfano che presto insieme incideremo.

Possiamo svelare se ha un ruolo nel cassetto?
Ne ho tanti, a partire da Suor Angelica per arrivare alla Leonora del Trovatore. E, al centro, Maria Stuarda e Desdemona.

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