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Il canto è un amore che non mi ha mai delusa – Intervista a Maria José Siri

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Sudamericana solare, con lontane radici napoletane e senz’altro con le melodie di Partenope nel sangue, unite ad abilità musicali molteplici passate dal pianoforte alla chitarra, dal sax tenore o al violoncello e fino a incontrare per puro caso, sbagliando l’orario di una lezione, quella che non ha esitato a definire la “folle passione” della propria vita: il canto, presto diventando con la sua voce morbida, calda e dolcemente dorata come il miele, soprano prima leggero, poi lirico pieno e con accenti drammatici, fra i più apprezzati della scena internazionale per i ruoli da Mozart a Puccini, verismo compreso.
Nel 2003 l’Associazione dei critici musicali argentini la elegge rivelazione artistica dell’anno, nel 2017 conquista l’Oscar della lirica per la sua categoria. E sarà lei, Maria José Siri, nata a Tala (in Uruguay) nel giorno della vigilia di Natale 1976, ma da dodici anni residente in Italia scegliendo un bellissimo appartamento nel centro storico di Verona dopo aver seguito per amore un argentino e il tango, a interpretare per la prima volta nella sua intensa quanto luminosa carriera la protagonista della Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai, in scena dopo 59 anni di assenza al Teatro alla Scala di Milano dal 15 aprile al 13 maggio, nell’allestimento inedito firmato dal regista britannico David Pountney. Tornando per la quarta volta e dunque sempre per il ruolo eponimo sul prestigiosissimo palcoscenico scaligero dopo i successi raccolti con l’Aida di Zeffirelli nel 2009 e di Peter Stein per la locandina 2014-15, quindi con Madama Butterfly (altro suo esordio) nell’edizione filologica di Riccardo Chailly e regia di Alvis Hermanis, in apertura di stagione nel 2016.

L’ultima volta, alla Scala, Francesca fu interpretata dalla leggendaria Magda Olivero. Ha modelli di riferimento per il suo debutto di un personaggio così delicato e complesso?
In genere preferisco non ascoltare altre letture soprattutto se si tratta di ruoli che devo affrontare per la prima volta, evitando così di farmi condizionare dalle grandi voci del passato. Lo farò sicuramente dopo tutte le mie recite, per sapere come l’hanno interpretata. Mi piace invece creare e far crescere il personaggio, così come ad esempio ho fatto proprio alla Scala con il maestro Chailly per Cio-Cio-San, lavorando magnificamente nelle prove degli scorsi giorni con il direttore d’orchestra Fabio Luisi e con il direttore di scena.

Qual è stato il suo rapporto con le alte fonti letterarie del libretto confezionato da Tito Ricordi?
Avevo già letto in passato sia lo straordinario quinto Canto dell’Inferno di Dante che la tragedia di Gabriele d’Annunzio. Ho quindi solo rivisto alcuni passaggi ma devo dire che le parole, pur restando sostanzialmente le stesse, attraverso il canto acquistano un senso completamente diverso.

Come sarà allora la sua Francesca da Rimini?
Sin dall’inizio si rivela una donna molto sensibile, addirittura premonitrice. Soffre quasi delle sensazioni fisiche quando sta per succedere qualcosa di molto importante come, ad esempio, pochi istanti prima di conoscere Paolo. Ma anche nel secondo atto, a fronte di un mondo maschile forte e addirittura violento, ha la sua parte ricca di dinamiche espressive, toccando l’odio e il ribrezzo. Premonizioni che, registicamente, saranno rese riconoscibili da Pountney attraverso delle brevi sospensioni cristallizzate come in un fermo-immagine. Bisogna inoltre considerare che Francesca è una ragazza di appena diciotto anni, malmaritata eppure creatura completamente libera, presa da una passione che non riesce assolutamente a gestire ma sempre dominata da una dignità altissima e sorprendente. È una donna di grande coraggio, di rara sensualità e di empatia con le altre sorelle, in special modo con la più piccola che qui, ad accentuarne poeticamente la mancanza e la morte intuita, dipingerà come in un’icona con il gesso per terra.

Vocalmente quali difficoltà presenta?
Intanto è un personaggio che richiede grande impegno e una notevole energia fisica, sia sul piano vocale che scenico, essendo sempre presente e con un’ampia gamma di contrasti, soprattutto se si sceglie di effettuare un unico intervallo, come in questa produzione con cambi d’abito a vista tra primo e secondo atto e assenza di ginocchiere indispensabili per attutire le cadute. Sarebbe importante, e lo dico con grande umiltà, che il pubblico sapesse quanto sacrificio c’è, oltre l’impegno semplicemente interpretativo, nel garantire ritmi e soluzioni a incastro, trovandosi il giorno dopo con le ginocchia rovinate e la testa che tira per lo stress della parrucca. È pertanto necessaria una tecnica ben salda accanto a una sapiente distribuzione dell’economia della voce, tra volumi molto forti e punti emotivamente delicatissimi. In tal senso, con l’ottimo maestro Luisi, abbiamo fatto uno straordinario lavoro sul pianissimo.

Sulla base delle tre precedenti esperienze, come ha avvertito il pubblico della Scala dal palcoscenico?
È un pubblico molto interessante perché, in special modo con la Butterfly, ho avuto modo di conoscerne e sentire la grande curiosità e l’attesa, un’energia d’ascolto molto forte. Può essere assai difficile, esigente – ricordo, da studentessa, le tante prime ascoltate per radio e sonoramente fischiate – ma anche tanto amorevole. Io punto sempre al cuore delle persone in un luogo dove, sia da parte degli spettatori che di tutti gli artisti presenti fra buca e palcoscenico, c’è la predisposizione a condividere insieme qualcosa di bello. Per questo sono veramente fiera di poter cantare per un simile pubblico.

Veniamo alla musica: come l’ha scoperta?
È una storia lunga: a quattro anni mio padre mi aveva regalato un piccolo piano a coda di legno fatto a mano e con le tastiere nere dipinte, una specie di giocattolo che ovviamente non suonava come uno strumento vero. Io ero abituata a cantare tutto il giorno tanghi assieme a lui che sapeva anche accompagnarsi molto bene alla chitarra. Quel piccolo piano non aveva un suono bello come quello che ascoltavo da mio padre e così, un giorno, ebbi un’idea “geniale”. Essendo sempre stata iperattiva e anche un po’ cattivella, decisi di prendere una mazza utilizzata nel supermercato dei miei ubicato al piano terra, sotto il nostro appartamento, e spaccai il giocattolo in due, dicendo che era caduto. Fu così che ottenni un pianoforte vero, messo addirittura in camera mia. Quella notte, dall’eccitazione, non dormii nemmeno e, da allora, non mi staccai più dalla tastiera. I miei genitori decisero pertanto di mandarmi a scuola di musica e la prima cosa che imparai a leggere, avendo cinque anni, furono le note. Finito a tredici, ne studiai altri sei al Conservatorio della capitale seguendo l’indirizzo concertistico, tuttavia non completato perché non riuscivo a imparare i pezzi a memoria.

E come è arrivata al canto?
Per recuperare quell’ultimo anno passai allo studio del sax tenore, pochi mesi ma utilissimi per comprendere la gestione dei fiati e un giorno, sbagliando l’orario della lezione, mi ritrovai a seguire un corso di canto. Forse fu il destino. C’era un soprano che cantò “Convien partir” dalla Figlia del reggimento di Donizetti: ne rimasi folgorata, ebbi come un brivido. Mi feci ascoltare e l’insegnante subito mi disse che ero un soprano. Tempo sei mesi ed entrai nel Coro dell’ENAL di Montevideo, equivalente alla vostra Rai, ottenendo l’ultimo posto rimasto. La prima produzione fu un Don Carlo e, sentendone i solisti, mi sentii nel cielo. Sapendo di essere in ritardo avrei studiato il più possibile per recuperare il tempo perduto. Iniziai quindi a vincere alcuni concorsi, mi perfezionai a Buenos Aires e partecipai al concorso organizzato da Montserrat Caballé ad Andorra. Lo persi ma conobbi Ileana Cotrubas, con la quale poi avrei studiato, dopo il Conservatorio parigino, a Nizza e a Vienna. Nel 2008, il ruolo di Leonora nel Trovatore di Verdi a Genova sotto la direzione musicale di Bruno Bartoletti, avrebbe poi segnato il mio debutto europeo e italiano. Posso dire che il canto nell’opera è un amore che non mi ha mai delusa.

E l’amore nella vita, grazie al quale si è trasferita qui in Italia?
Diciamo che è un avvicendarsi di amori e disamori, di storie che funzionano e di finali inaspettati. È un gioco che fa parte della nostra esistenza. Fortunatamente siamo in una società aperta, non ai tempi di Francesca da Rimini. In Spagna abbiamo un detto: prima di buttarti nella piscina guarda che ci sia l’acqua. Ebbene, io per amore, ho lasciato tutto quello che avevo nella mia terra perché sono una che prima si lancia e poi guarda se la piscina è piena. In effetti anche nel canto cerco di dare il massimo e andare fino in fondo nel personaggio, con la voce, le emozioni e l’intelletto.

Tornando al suo repertorio, ci sono Norma, Carmen e Micaëla, Maddalena di Coigny, Nedda e Colombina, Donna Anna e Donna Elvira, Manon Lescaut, Mimì, Floria Tosca, Aida, Cio-Cio-San, Suor Angelica, Lucrezia Contarini, Desdemona, Gilda, Leonora, Violetta, Amelia e ancora tante altre eroine. Ma quando è avvenuto il passaggio da lirico leggero a lirico pieno?
Diciamo che, maturando il corpo, cambia anche l’apparato vocale: ecco perché, pur iniziando a cantare da soprano lirico, ora sono un lirico pieno, praticamente in parallelo all’evoluzione interna a una doppia carriera divisa fra gli anni trascorsi in Argentina e quelli qui in Italia, dove ho corretto buona parte dell’impostazione tecnica e scelto un’altra insegnante. Per questo ad esempio ho atteso tanto per cantare Butterfly, accettata su consiglio dello stesso direttore Chailly.

Ora chi la segue?
Raina Kabaivanska, grandissima interprete della Francesca di Zandonai. È stata proprio lei ad avermi indicato e consigliato il ruolo, in linea con le mie attuali potenzialità canore. Ritengo sia un vero privilegio e una grande responsabilità cantare quest’opera alla Scala dopo l’ultima esecuzione circa sessant’anni fa con l’immensa Magda Olivero.

Nel presentare le sue interpretazioni di Suor Angelica e di Manon Lescaut al San Carlo di Napoli, rispettivamente nel maggio 2016 e nel giugno 2017, aveva accennato alle sue radici napoletane. È possibile che la sua vocazione canora provenga da quel dna?
Sì certo, deriva sicuramente da là, perché un po’ tutti amavano cantare nella mia famiglia. Il mio bisnonno partì proprio da Napoli per il Sudamerica, nell’anno 1876, portando con sé la moglie – che purtroppo morì durante il viaggio e fu sepolta nell’oceano – più quattro figli maschi piccoli che, oggi, sono gli unici a portare lì il cognome Siri, di origine ligure ma ben presente anche nell’area partenopea. Arrivato vedovo in Uruguay, dopo 26 giorni avrebbe sposato una donna spagnola, dal cui ramo appunto discendo. Ho poi trovato molti documenti nella chiesa della nostra cittadina che dimostrano quanto avesse suonato e cantato in quel luogo, e così ricordo che una zia soprano di nome Maria ancora cantava le canzoni napoletane che le aveva insegnato il mio bisnonno. Diciamo che, per fortuna, qualche suo gene partenopeo deve essere finito nelle mie vene. E a tutt’oggi mio padre, appassionato di musica e canto, mi chiede sempre l’ora esatta in cui salgo sul palcoscenico, fa il calcolo del fuso orario e mi accende sempre, per starmi vicino dall’altra parte del globo, una piccola candela.

Quanto studia al giorno?
Non sono una che canta tanto, ma studio molto: più al pianoforte che con la voce e in particolare, ancor più con la mente, ascoltando le mie registrazioni e modificando sullo spartito le cose di cui non sono contenta.

Ci sono regole?
Senz’altro, a parte la ricerca, l’ascolto e lo studio sulla voce, la scelta del repertorio, è fondamentale dormire o riposare il più possibile, non parlare troppo, liberare la mente e conservare l’adrenalina prima di una rappresentazione. E, naturalmente, fare una vita sana e curare con attenzione l’alimentazione. A gennaio, a tal proposito, ho scoperto di essere celiaca e ho dovuto rimodulare completamente la mia dieta eliminando il glutine, rivelatosi per il mio corpo, e dunque anche per la mia voce, un vero veleno. Non meno rilevante è poi il controllo periodico e specialistico delle proprie corde vocali. Io, le mie, le conosco a memoria. Consiglio sempre anche ai giovani cantanti di guardarle in video in movimento, per vedere se tutto va bene e curarne l’igiene. D’altra parte, ho studiato medicina all’Università per un anno, poi mi sono appassionata a quella cinese e ora sono una patita della naturologia. Il mio motto? È mente sana, in corpo sano e voce sana.

Fra gli impegni di questa stagione teatrale ricordiamo, nei ruoli principali, la Madama Butterfly alla Staatsoper di Vienna, alla Bayerische Staatsoper di Monaco e alla Deutsche Oper di Berlino, la Messa per Rossini oltre alla Francesca da Rimini alla Scala, Un ballo in maschera al Liceu di Barcellona, il Trovatore ancora alla Staatsoper di Vienna, Don Carlo a Valencia e a Bologna, la Messa da Requiem di Verdi al Colón di Buenos Aires e un concerto di gala al Théâtre des Champs-Élysées a Parigi. Ma quali i ruoli da lei più amati? E se ce n’è qualcuno fra i suoi desideri.
Sicuramente Butterfly, Norma e ora Francesca sono i personaggi che mi hanno segnata maggiormente. Diciamo che mi sento destinata a cantare questi ruoli più complessi. In futuro non saprei, ma senz’altro mi piacerebbe interpretare Adriana nella Lecouvreur di Cilea.

Sarebbe un traguardo ideale anche considerata la presenza, al fianco del suo perfezionamento, di un’Adriana “par excellence” qual è stata la Kabaivanska. E, a guardare la scansione dei suoi ultimi impegni scaligeri, si potrebbe anche azzardare per il 2020 l’ipotesi di un altro illustre esordio milanese…
Magari! Grazie del pensiero, per me sarebbe un bellissimo sogno.

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