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Duttilità e rigore – Intervista a Raffaella Lupinacci

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Giovane, bella e determinata, dalla sensualità magnetica sia in palcoscenico, sia negli eleganti scatti prestati alla moda del made in Italy. E ha grinta da vendere, da pantera del Sud. Ma soprattutto è brava e, non a caso, in rapida e brillante ascesa fra le voci liriche italiane attualmente più interessanti grazie alla mirabile sintesi fra la duttilità e il rigore con cui governa la sua intensa voce di mezzosoprano, ben salda e tornita in zona medio-grave quanto abile negli ampi voli di coloratura in originale sfida fra le agilità.
Raffaella Lupinacci, calabrese nata ad Acri e oggi residente a Bologna, diplomatasi in canto al Conservatorio di Cosenza per poi perfezionarsi con Mirella Freni e Carlo Desideri, viene notata in anni recenti da Alberto Zedda e scelta per l’Accademia Rossiniana di Pesaro, debuttando nell’estate 2012 come Marchesa Melibea nel Viaggio a Reims. Quindi nel 2013, dopo l’affermazione al 64° Concorso AsLiCo, affronta il ruolo del titolo nel Tancredi all’interno del Circuito Lombardo. E da lì prende il via un percorso artistico fin dal principio proiettato con sapiente lungimiranza interpretando innanzitutto Rossini con i ruoli di Zulma nell’Italiana in Algeri e di Publia nell’Aureliano in Palmira al ROF, e ancora con Emilia nell’Otello, Rosina nel Barbiere, Doralice nella Gazzetta e Carlotta nel Torvaldo e Dorliska. Per poi passare a Mozart con Dorabella, Donna Elvira e Cherubino, a Donizetti dando forma e voce ad Arturo nella Rosmonda d’Inghilterra, al Verdi del Nabucco (Fenena), al Puccini della Madama Butterfly (sarà Suzuki al San Carlo di Napoli il prossimo aprile, con la regia di Ferzan Özpetek), al più raro Romeo “en travesti” di Vaccaj applaudito la scorsa estate al Festival di Martina Franca e fino al suo nuovo incontro con Rossini, il prossimo 7 ottobre, con l’atteso esordio da protagonista nella Cenerentola proposta a Bassano del Grappa a chiusura dell’Operaestate Festival Veneto.

“Una volta c’era un re”: come è iniziata la bella fiaba di Raffaella Lupinacci nel vivace mondo rossiniano e come sarà la sua nuovissima Cenerentola in data unica a Bassano del Grappa nell’anno che celebra i 150 anni dalla morte del compositore pesarese?
A Rossini devo innanzitutto l’avvio della mia carriera. Ho iniziato infatti a Pesaro, con l’Accademia Rossiniana e sotto la guida del Maestro Zedda, debuttando con il ruolo di Melibea nel Viaggio a Reims: un debutto per me fondamentale perché quella è stata l’occasione in cui ho avvertito la consapevolezza di voler cantare sui palcoscenici. È stato il momento in cui ho scelto il mondo dell’opera, decidendo di dedicarvi studio, energia e passione. E ora debutto nel personaggio principale di Angelina, un ruolo che offre tante soddisfazioni a un mezzosoprano rossiniano, essendo estremamente affascinante, sia dal punto di vista vocale che scenico.

Dalla sua prospettiva, quale il punto di forza del giovane gioco registico e visivo puntato sul mondo dell’infanzia secondo quanto inventato e proposto in tale occasione da Paolo Giani?
Trovo interessante che ognuno dei personaggi abbia un suo ‘doppio’ bambino. Ossia, tutta la storia è incentrata sul punto di vista dei piccoli, o meglio del bambino nascosto in ognuno di noi adulti. Ma chi possiede realmente la verità? Chi è più bambino dell’altro? E quando i bambini diventano grandi, rimpiangono subito ciò che hanno perso? Direi che la visione del regista Paolo Giani offre molti spunti di stimolo e riflessione, sollecitando turbamenti che tutti noi abbiamo avuto confrontandoci con la morale delle favole.

Qual è la ricetta per dosare al meglio nel ruolo di Angelina gli equilibri fra tecnica di bravura e timbro, sentimento ed espressione?
Sicuramente, come punto di partenza, tanto studio. E ancora studio, concentrazione e tanta disciplina.

Offrirà particolari colorature?
Certamente, come la tradizione vuole, eseguirò delle variazioni all’interno del Rondó, così come in altre parti dell’opera. A ogni buon conto, non amo sconvolgere la scrittura rossiniana. Variazioni sì, ma sempre con grande rispetto dell’ordito musicale rossiniano. È vero, le variazioni servono anche a valorizzare le caratteristiche vocali di un cantante, ma non per questo devono diventare autoreferenziali. Motivo per il quale spesso le melodie vengono stravolte.

Quali ritiene siano stati i passaggi fondamentali nel suo percorso artistico?
Sono stati diversi e di diversa natura. Innanzitutto scelte di vita non sempre semplici. Intendo la musica come vera vocazione che, spesso, ti porta via da affetti e luoghi del cuore (per fortuna non a lungo). Poi, e mi ripeto, lo studio costante e la fortuna di aver incontrato, a un certo punto del mio percorso, persone che hanno fortemente creduto in me e che hanno messo a mia disposizione tutto il loro sapere e il loro totale sostegno.

Ricorda la sua prima esperienza d’ascolto lirica o, comunque, di genere classico?
Sì certo, avevo dodici anni e quella mia prima esperienza fu la Carmen di Bizet al Teatro Rendano di Cosenza: ne fui totalmente affascinata, direi incantata.

Al di là della sua nota passione per la Callas, ha miti o modelli?
Naturalmente subisco il fascino di alcuni grandi del passato così come di alcuni grandi cantanti di oggi, anche giovani. Ho dei riferimenti dei quali mi nutro per rafforzare la mia sensibilità, personalità e interpretazione dei personaggi. Un nome per tutti, quello di Lucia Valentini Terrani. Quanto ci manca…

Grande repertorio e opere rare: quali sono stati i titoli che fin qui le hanno dato di più?
Sicuramente Donna Elvira nel Don Giovanni, ma ho profondamente amato il ruolo di Romeo nell’opera Giulietta e Romeo di Nicola Vaccaj che ho avuto il piacere di debuttare questa estate nel bellissimo Festival della Valle d’Itria a Martina Franca.

Fra piumati eroi “en travesti”, grandi ruoli romantici e scaltre donne del buffo, chi predilige o chi considera comunque più vicino alle sue corde?
Sicuramente i personaggi rossiniani: da Cenerentola a Rosina, per arrivare a quelli ai quali aspiro, i cosiddetti ruoli Colbran. Mi sento a ogni modo totalmente a mio agio anche nel repertorio donizettiano. Insomma, il belcanto è un balsamo per le mie corde.

Opera e seduzione: quanto ritiene sia importante il magnetismo canoro e quanto la prestanza scenica?
Penso che siano due componenti fondamentali per definire la completezza di un artista, sempre se per prestanza scenica intendiamo il saper stare in palcoscenico con disinvoltura e credibilità. Dal mio punto di vista, essere artisti non significa essere “ belli e bravi”, significa avere padronanza del proprio strumento e del palcoscenico. Naturalmente do per scontata la presenza della materia prima, ossia la voce.

Ha una linea invidiabile: presta attenzione alla dieta?
Non sono ossessionata, ma cerco di avere comunque un’alimentazione corretta (anche se non sempre ci riesco) e di fare attività fisica. Ma farei tutto questo a prescindere dal mio lavoro.

Crede nell’immagine quale motore della lirica?
Sì, l’immagine è importante, ma non è tutto. Il motore della lirica è la musica. L’immagine è un di più, un tributo al nostro modo di essere e pensare oggi, male non fa.

A tal merito parliamo di altri suoi ruoli e di altre avventure: com’è nata la storia che oggi la vede carismatica modella-immagine nel patinato mondo del fashion made in Italy, per i gioielli Miluna e per le collezioni d’abiti Rossorame?
Modella non proprio, diciamo piuttosto che è un gioco, a favore del meraviglioso made in Italy. D’altra parte gli abiti bellissimi di Rossorame, l’eleganza classica delle perle Miluna, definiscono bene la mia idea di stile e di ricercatezza.

Quanto studia mediamente?
Tanto. Dedico gran parte della mia giornata allo studio. Sicuramente ogni giorno, naturalmente non sempre in voce. Lo studio è un modo di essere e io amo essere rigorosa.

Quanto è importante il confronto? In genere ascolta le interpretazioni di altre cantanti?
Ritengo assolutamente importante ascoltare altri artisti. Cantanti del passato ma anche di oggi perché è fondamentale capire le esigenze musicali dei nostri tempi, diverse da quelle di trent’anni fa, per esempio. Ovviamente dipende dall’opera: quando ascolto Cenerentola ascolto Lucia Valentini Terrani perché sono totalmente stregata dal suo colore di voce e dall’anima che viene fuori dal suo canto. E poi Cecilia Bartoli, perché penso sia più vicina all’attuale rigore musicale. Di opera in opera, e di ruolo in ruolo, i riferimenti possono cambiare.

Quando non canta cosa fa?
Faccio sport, leggo, vedo i miei amici, vado al cinema e faccio lunghe passeggiate.

Che aggettivo sceglierebbe per la sua voce e quale per il suo carattere?
Mhmm… voce duttile? Carattere a volte ruvido, dicono.

Se fosse una città italiana?
Bologna, forse: intima e caotica al punto giusto. È la città dove d’altra parte risiedo attualmente.

Veniamo infine ai prossimi impegni e ai desideri.
Interpreterò lo Stabat Mater di Rossini a fine ottobre per l’inaugurazione della stagione dell’Orchestra della Toscana, sarò ancora Donna Elvira al Comunale di Bologna e poi Mallika in Lakmé alla Royal Opera House di Muscat. I miei desideri? Sono tutti per i ruoli Colbran di Rossini e per il repertorio di Francia.

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