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Da Ranieri a Donizetti – Intervista a Mattia Olivieri

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Da Massimo Ranieri a Gaetano Donizetti, il passo è…breve. Mattia Olivieri, baritono emiliano classe 1984, da ragazzo cantava “Perdere l’amore” e sognava di fare il cantante pop. Ora, a 34 anni, si appresta a debuttare in due importanti ruoli donizettiani in due prestigiosi teatri: Alphonse ne La Favorite, in scena al Teatro del Maggio di Firenze da giovedì 22 febbraio con la direzione di Fabio Luisi, e Malatesta in Don Pasquale, che sarà sul palco della Scala di Milano tra aprile e maggio prossimi, con la direzione di Riccardo Chailly.
«Avrei dovuto debuttare Alphonse in giugno a Barcellona – spiega – poi mi hanno chiamato a Firenze e ho studiato il ruolo in quindici giorni».

Come si trova nei panni del re di Castiglia?
Il ruolo è bellissimo e devo dire che non solo mi piace molto, ma lo trovo molto adatto alla mia voce, pur essendo diverso dai personaggi a cui sono abituato. Penso a Marcello, Papageno o Guglielmo: ruoli di carattere, dove si punta molto anche sulla recitazione. In scena amo muovermi molto, in Alphonse invece devo essere più statico. Oltre a richiedere notevole impegno sul fronte della recitazione, il re di Castiglia ha una importante linea di canto. Era un po’ di tempo che meditavo di intraprendere una direzione, diciamo così, donizettiana.

Come sarà questa nuova produzione di Favorite?
Anzitutto, è la prima volta che si esegue la versione francese integrale dell’opera a Firenze. Il direttore Fabio Luisi ha voluto dare una lettura ripulita da una certa tradizione, aderente quindi allo spartito. Lo stesso ha fatto il regista Ariel García Valdés, che ha puntato molto sulla musica, dando allo spettacolo una impostazione molto tradizionale, con i rapporti tra i personaggi ben evidenziati. Tutto ciò che facciamo non va mai contro la musica, anzi fa leva sul sentimento anche sulla base di ciò che accade in orchestra.

Cosa ci può dire del lavoro con Luisi?
Con il Maestro avevo già cantato nell’Elisir d’amore alla Scala ed è stato davvero fantastico poter lavorare con lui su questo tipo di repertorio. Capisci che gli sforzi che ti chiede su alcune cose hanno tutti un senso, e ti stimola a fare sempre meglio. Mi dice, ad esempio, di non aver paura ad eseguire il piano se lo possiedo. Mi trovo benissimo anche con gli altri interpreti, a cominciare da Veronica Simeoni e Celso Albelo (interpreti di Leonore e Fernand, ndr): anzitutto artisticamente, sono due colleghi bravissimi e poi in questo repertorio rappresentano il meglio. Mi sento davvero fortunato a debuttare il ruolo insieme a loro. Si è creato un bel gruppo e qui a Firenze si lavora benissimo.

Parliamo ora di Malatesta in Don Pasquale.
È uno dei ruoli dei miei sogni: sono onorato che la Scala mi offra questa possibilità. Tanto più che lo debutterò con Chailly e Livermore,  i quali mi hanno praticamente tenuto a battesimo nella Bohème a Valencia. Livermore, essendo stato cantante, ti mette sempre a tuo agio. Devo confessare che sono meno teso per quel debutto rispetto a questo di Alphonse.

Come vede il personaggio di Malatesta?
Mattia lo sento molto Malatesta, molto vicino al mio modo di essere, il tipo di persona che sono io: un iperattivo, sveglio, veloce, una testa che lavora tutto il tempo. Penso ad esempio al duetto con Don Pasquale: in un momento risolve la questione. È molto comodo anche vocalmente. In realtà, tutto il Donizetti che ho cantato lo sento molto comodo.

Doverosa una domanda su Chailly: com’è lavorare con lui?
Anche con Chailly mi sono trovato benissimo: è un musicista che non lascia passare nulla, come piace a me. Nella musica, se non vuoi risultare mediocre, non devi lasciare nulla al caso: Chailly è così. Ricordo che a Valencia, prima di ogni recita di Bohème, ci faceva convocare per indicarci cosa riteneva migliorabile rispetto alle recite precedenti.

Quali sono i personaggi che vorrebbe interpretare?
Mi piacerebbe molto Tannhäuser, ma anche Onegin, che è davvero stupendo. C’è lo scoglio della lingua russa ma si tratta di un personaggio giovane, che sento molto vicino alla mia sensibilità. Quando rifletto sui possibili ruoli da interpretare, penso molto a quanto io possa essere credibile in quel personaggio, anche scenicamente. Chiaro che adesso non mi metto a fare Scarpia, che in realtà mi piacerebbe tanto, e nemmeno Germont padre, nonostante me lo abbiano proposto più volte. Nei prossimi cinque anni mi piacerebbe debuttare in altri ruoli non anziani. Tra questi, sicuramente c’è il Conte di Luna. 

Prossimi impegni?
Torno alla Scala in ottobre per La finta giardiniera di Mozart, che ho già cantato a Glyndebourne: un’opera lunga e difficile, con tutti i personaggi spesso in scena e tutti con tre arie ciascuno. Sarà diretta da Diego Fasolis con strumenti d’epoca. Sarò poi a Tokyo per il debutto come Ford in Falstaff, che cantai all’Accademia di Riccardo Muti a Ravenna, ma in forma di concerto.

Poco fa accennava a quanto le piaccia muoversi sulla scena e quanto sia importante essere scenicamente, oltre che vocalmente, credibili. Quanto contano oggi nell’opera, per lei, l’aspetto fisico e la dimensione attoriale?
Oggi come oggi, complici anche cinema e tv, si dà molta importanza all’aspetto fisico e alla capacità di recitare. La base attoriale deve essere solida anche in un cantante, perché quello che noi facciamo è anche teatro e si deve tenere desta l’attenzione del pubblico. Ciò detto, credo comunque che se non canti bene, l’aspetto fisico e l’attorialità ti possono aiutare un po’, ma poi non puoi durare molto. Rischi di finire in un certo limbo.

Trova differenze nell’approccio del pubblico all’opera tra Italia e altri Paesi?
In Italia, forse, c’è più aspettativa da parte del pubblico, non so perché. All’estero il pubblico sembra andare a teatro più per divertirsi, mentre da noi la dimensione del divertimento è meno importante. Ciò detto, il pubblico qui è sempre molto caloroso. Non è vero che venga a teatro solamente per criticare.

Come è nata la passione per l’opera?
Da ragazzino cantavo Ranieri e Morandi e sognavo di diventare un cantante pop. Quando a 18 anni mi iscrissi al Conservatorio di Bologna non esistevano ancora i talent, ma non escludo che ci avrei partecipato volentieri. Fu grazie alla docente e pianista Renata Nemola se ho scoperto l’opera: un giorno mi portò ad assistere a una prova generale del Barbiere di Siviglia con l’Accademia della Scala. Fu una folgorazione.

Contento di questa virata nel segno della lirica?
Assolutamente sì. Anche perché la musica dal vivo e senza amplificazione è davvero un’altra cosa rispetto a quanto accade nel pop. A teatro ci sei tu e il pubblico. Nel pop ci sono tanti escamotage, anche quando canti dal vivo. Noi cantanti d’opera, ad esempio, non abbiamo l’autotune: se cali o cresci, lo sente tutto il mondo. Ma se tu sei in grado di emozionare il pubblico, questo per me vale più di mille concerti amplificati.

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