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Vita di un pianista accompagnatore – Intervista a Michele D’Elia

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Michele D’Elia è un Maestro fra i più richiesti e apprezzati da teatri, accademie e istituzioni musicali, in Italia e all’estero. Oltre alla passione per il repertorio operistico, è un attento didatta e un sensibile esecutore del repertorio cameristico. Per la nuova rassegna “Prime donne”, ideata dal Teatro dell’Opera di Roma con la collaborazione del Teatro Palladium – Fondazione Roma Tre, ha in serbo due appuntamenti prestigiosi: l’inaugurazione, il 18 dicembre con Veronica Simeoni, e ad aprile 2018 un altro concerto con Carmela Remigio che concluderà questi appuntamenti musicali. Lo abbiamo incontrato fra un viaggio e l’altro, alla stazione di Roma, per ascoltare dalla sua voce e dalle sue parole l’impegnativa vita del pianista accompagnatore.

Fra le diverse professionalità del mondo musicale, essere pianista accompagnatore d’opera, ruolo di per sé riduttivo rispetto all’impegno che richiede, è forse quella più complessa. Cosa fa in concreto un pianista accompagnatore?
È una professione molto complessa da spiegare, anche agli stessi addetti ai lavori estranei al mondo dell’opera, in quanto investe svariati ambiti, del quale il pianismo è solo una minima, anche se necessaria, componente. Difficile sintetizzare. Il pianista accompagnatore nell’ambito concertistico è un necessario supporto strumentale al solista che si esibisce in una performance. Ma è anche, nel comune linguaggio operistico, “preparatore”, “ripassatore”, “spartitista”, tutti sinonimi che sottolineano l’importanza del maestro nella preparazione di uno o più solisti durante l’analisi di ruoli da interpretare, affrontando lo studio dei cosiddetti “canto e piano”, le riduzioni pianistiche della partitura di un’opera. Ancora differente è eseguire repertorio “cameristico”. In quest’ambito l’esecuzione pianistica rientra nella sua più pura ottica originaria, dovendo eseguire musica composta, nella stesura originale, per voce e pianoforte. Il pianista accompagnatore nell’ambito teatrale è chiamato maestro collaboratore. Garantisce lo svolgimento delle prove musicali e di regia indispensabili nell’allestire uno spettacolo, esegue i recitativi secchi al cembalo, gestisce gli interventi musicali dietro le quinte (bande e/o cori “interni”), è maestro “suggeritore” qualora la necessità lo richiedesse, arrivando addirittura a dover essere talvolta maestro “sostituto”, facente le veci del direttore d’orchestra, dunque autorizzato a dirigere alcune prove.

Qual è la dimensione più adatta alla sua sensibilità: il concerto, l’opera o la didattica?
Non posso preferirne una in particolare, sono molto differenti fra loro. Ammetto che esibirmi in concerto mi diverte molto, adoro il contatto col pubblico ed è molto piacevole essere al fianco di un eccellente solista in un grande teatro o in un’importante sala e nell’ambito di prestigiose stagioni. Ma è altrettanto interessante partecipare attivamente, in qualità di maestro collaboratore, alla crescita di uno spettacolo teatrale, soprattutto quando si lavora a stretto contatto con bravi direttori e validi artisti. La didattica merita una riflessione a parte. Coltivo con grande passione la sfera didattica sia nella preparazione musicale di artisti affermati, che nella stabile collaborazione con l’Accademia del Teatro alla Scala e trovo molto stimolante contribuire, con le mie personali competenze, alla crescita del giovanissimo talento nell’ambito di una scuola d’eccellenza che non teme rivali nel mondo. Inoltre sono stato docente ospite della prestigiosa Académie des Heures Romantiques diretta dal compianto Udo Reinemann, l’etichetta “Maggio Live” ha pubblicato in cd e distribuito recentemente l’esecuzione, da me curata musicalmente (variazioni comprese!), de Le Cinesi di Manuel Garcia, progetto artistico/didattico con i migliori allievi dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino in collaborazione col Festival Rossini in Wildbad, mentre nell’aprile 2018 terrò un corso di perfezionamento per cantanti lirici nella raffinata cornice di Palazzo Pesce a Mola di Bari.

Come si è avvicinato al mondo dell’opera?
Il merito è di mio padre, che era un eccellente oboista e grande didatta presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce. Purtroppo è venuto a mancare improvvisamente proprio pochi mesi fa, a soli sessantaquattro anni, ma in me resta il fondamentale esempio del grande musicista, appassionatissimo d’opera, oltre che del genitore attento e sempre presente. Avevo quindici anni e mi convinse a condividere la visione di un’opera lirica in tv e fu amore a prima vista: L’elisir d’amore con Roberto Alagna e Angela Gheorghiu allestito a Lyon proprio in quell’anno. Da quel momento è cominciata la scoperta del repertorio, l’adorazione di “giganti” come Joan Sutherland e Luciano Pavarotti, l’ascolto delle grandi voci che costellavano il firmamento lirico. Credo che la smisurata passione verso l’opera influisca molto nella qualità del mio lavoro, creando un confine quasi impercettibile tra il professionista e il melomane.

Scegliere di essere un musicista di professione comporta dei sacrifici, in termini personali, più di altre professioni?
Ogni professione condotta ad alto livello comporta enormi sacrifici e un impegno costante. Le soddisfazioni, i grandi risultati e l’incessante passione sono linfa vitale nello svolgimento di una carriera. Indubbiamente essere musicista di professione, soprattutto nello stile di vita del freelance come il sottoscritto, vuol dire viaggiare molto spesso per lavoro e dedicare tanto tempo allo studio e all’approfondimento dei programmi da concerto e delle partitura d’opera da affrontare. Ciò porta a non poter vivere i legami affettivi, familiari e d’amicizia quotidianamente e a trascorrere gran parte della vita professionale in solitudine. Occorre molto equilibrio nel saper gestire la propria agenda lavorativa e molto spesso non è facile ritagliare del tempo libero.

In che modo ha inizio un nuovo progetto musicale? E quello sul repertorio francese insieme al mezzosoprano Veronica Simeoni, che avete già eseguito al Festival di Macerata e al Teatro La Fenice, come è nato?
Un progetto musicale nasce sempre dall’incontro di idee fra artisti e da sogni condivisi. Quello con Veronica Simeoni è un fortunato connubio che nasce dalla passione comune per il repertorio francese e dalla smisurata quantità di musica vocale da camera che esso propone. Il fulcro centrale del progetto è il noto ciclo berlioziano Les nuit d’été. Abbiamo studiato approfonditamente questa partitura, scoprendo in essa una miniera sconfinata di colori, suggestioni, infinite nuances e discusso sulle molteplici possibilità interpretative. Dopo le esecuzioni a Macerata e alla Fenice di Venezia, abbiamo recentemente scovato ulteriori chiavi di lettura di questo capolavoro, che proporremo prossimamente nel concerto romano presso il Teatro Palladium. Inoltre stiamo elaborando un progetto futuro su Reynaldo Hahn, allievo di Massenet e Gounod, intimo amico di Marcel Proust e autore di numerosissime e sognanti chansons dall’inconfondibile gusto decadente parigino.

Quale momento di un progetto è più stimolante: la fase ideativa, quella di realizzazione o quando finalmente si arriva di fronte al pubblico?
Proporre un programma da concerto ben definito e curato nei minimi dettagli è sempre una grande soddisfazione, perché lo sforzo impiegato nella realizzazione trova pieno sfogo e riscontro nel giudizio finale del pubblico. Ma non c’è dubbio che la crescita artistica di un progetto avvenga attraverso la fase ideativa, il confronto, il dialogo, le proposte, le aderenze stilistiche e le arditezze esecutive.

Le è capitato di suonare in luoghi diversi, ma ce n’è uno in particolare che le è rimasto più impresso? Perché?
Tutti i concerti restano nel cuore di chi vive il proprio lavoro con viva e sincera passione, soprattutto quando contribuiscono alla personale crescita umana e professionale. Dai già citati concerti con Veronica Simeoni al Festspielhaus di Baden Baden con Juan Diego Flórez, passando per i concerti con Pretty Yende all’Opernhaus di Zurigo, Peralada e Festival di Verbier, al progetto belliniano eseguito a Mosca con Maxim Mironov, dalle collaborazioni con Jessica Pratt in brillanti programmi di belcanto a quelle con Maria Agresta in occasione del bicentenario verdiano. E ancora tanti momenti emozionanti, come l’esibizione sul palcoscenico del Teatro alla Scala assieme ai solisti dell’Accademia di Canto nel maggio 2016, in occasione della Festa dei 150 anni del quotidiano “Il Sole 24 Ore”, alla presenza del Presidente Sergio Mattarella.

C’è un autore prediletto, uno di quelli che la fa sentire “a casa”?
Senza dubbio Rossini. Il genio pesarese è fonte inesauribile di novità, forte spirito conservatore e rispettoso del passato, ma dotato di una grande spinta innovatrice proiettata verso l’estremo futuro. Rossini ha segnato, fin dall’inizio, le principali tappe artistiche della mia carriera. Negli anni ho approfondito molto il linguaggio e lo stile esecutivo rossiniano, collaborando alla realizzazione di numerosi allestimenti teatrali delle sue opere. L’aspetto brillante del teatro rossiniano è stato ben sviscerato e assai storicizzato in numerosissime esecuzioni, ma quanto occorre ancora scoprire e sviluppare nell’ambito della produzione seria. Soprattutto sulle opere del periodo napoletano, composte al cospetto di Barbaja e plasmate sulle incredibili doti vocali e sceniche della divina Isabella Colbran, resta ancora un grosso nodo da sciogliere in quanto a tipologia stilistico-vocale e scelte esecutive musicali nette e definitive.

Se potesse conoscere un personaggio musicale del passato, chi sceglierebbe? Che cosa vorrebbe chiedergli?
Mi sarebbe piaciuto conoscere Giacomo Puccini nel periodo in cui creava Turandot, grande “incompiuta” del Novecento musicale italiano. Non doveva essere facile immaginare un finale degno di quel Tristan che lui stesso citava, dopo un cotanto plateale quanto monumentale suicidio, atto estremo di sacrificio di una piccola schiava. Lo scioglimento della gelida principessa e la celebrazione dell’amore come redenzione forse era un progetto molto ardito, quasi un’utopia. Sarebbe stata un’esperienza unica assistere al processo creativo degli ultimi momenti pucciniani, quelli immersi nel pieno Novecento musicale europeo e, scrutando discretamente, attingere alle più alte vette della sapienza compositiva dell’ultimo grande operista italiano.

Quali sono i suoi prossimi progetti?
Sono felicissimo di inaugurare il 18 dicembre con Veronica Simeoni, il bellissimo programma francese e la partecipazione della bravissima attrice Anna Foglietta, la stagione concertistica “Prime donne”, organizzata dal Teatro dell’Opera di Roma presso il Teatro Palladium, e di chiudere la medesima rassegna con Carmela Remigio il 18 aprile 2018. Nel frattempo, prosegue l’impegno didattico e artistico con L’Accademia del Teatro alla Scala e un lungo periodo di collaborazione col Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, tra cui La Favorite di Donizetti col maestro Fabio Luisi. Inoltre, il 2018 vedrà la celebrazione di un anniversario importante, dunque gli impegni rossiniani saranno, ancora una volta, una presenza costante nel mio personale percorso artistico.

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