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Una voce dalla Siberia – Intervista a Irina Dubrovskaya

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È il ruolo più difficile che le sia capitato di affrontare in teatro. Il giovane soprano russo Irina Dubrovskaya si appresta a interpretare Marietta ne Il borgomastro di Saardam, l’opera giocosa di Gaetano Donizetti in scena al Teatro Sociale di Bergamo nell’ambito del Festival che la città orobica dedica al suo più illustre figlio. Lo spettacolo, con la regia di Davide Ferrario e la direzione di Roberto Rizzi Brignoli, è in cartellone venerdì 24 novembre, con repliche il 26 novembre e il 2 dicembre.

Partiamo dal personaggio di Marietta nel Borgomastro di Donizetti. Conosceva questo ruolo? Quali sono le sue caratteristiche sceniche e vocali? Si avvicina a qualche altro ruolo donizettiano più noto?
È un debutto per tutti, perché è un’opera rara, che non si mette in scena da molto tempo. Esiste una sola incisione, peraltro interessante perché interpretata da cantanti famosi. Posso dire che si tratta del ruolo più difficile che mi sia capitato di cantare: studiandolo ho capito che non era affatto semplice, come poteva sembrare a una prima lettura della partitura. Diciamo che vocalmente non è comodissimo perché tende sì ad essere rossiniano, ma c’è sempre Donizetti con le sue difficoltà. Rossini era anche cantante e quindi scriveva per i cantanti, Donizetti chiedeva molto di più. Questo riferimento a Rossini lo colgo in particolare nei due duetti, scritti per un registro vocale quasi da mezzosoprano, con la voce che rischia di essere coperta dal tenore e dall’orchestra. Anche per questo, ho dovuto scrivere alcune variazioni. Le arie sono invece tipicamente belcantistiche, con un bellissimo legato. Il mio personaggio somiglia tantissimo a Norina del Don Pasquale, ma è ancora più presente in scena di lei e, come lei, diventa pungente e vendicativa se la si tocca sul vivo.

Come procede il lavoro con il resto del cast? Ci può anticipare qualcosa sull’impostazione scenica?
Anche per il regista Davide Ferrario si tratta di un debutto: è per la prima volta alle prese con l’opera lirica e, naturalmente, debutta anche nella regia di questa opera. Anche se non sono mancati momenti di difficoltà, abbiamo lavorato molto bene e alla fine si è creato un clima di grande unità, quasi come se fossimo una famiglia: Ferrario ha avuto con noi cantanti un approccio molto rispettoso delle nostre esigenze e di quelle della musica. D’altra parte, a volte, nell’opera, a un cantante non puoi chiedere di più che cantare. Sull’allestimento, posso dire che non è ambientato all’epoca dello zar Pietro il Grande. Siamo pronti a divertirci e a far divertire il pubblico.

A gennaio lei sarà al Malibran di Venezia per un’altra opera “rara”: Le metamorfosi di Pasquale di Spontini, il cui spartito è stato ritrovato in Belgio lo scorso anno. Anche in questo caso, vorremmo sapere qualcosa in più del ruolo che interpreta.
Si tratta per me di un altro importante debutto, anche perché canto Spontini per la prima volta. Noi del cast siamo tutti molto felici di poter riproporre in prima moderna a Venezia, in occasione del Carnevale, un’opera concepita proprio per il Carnevale di Venezia 200 anni fa (il lavoro debuttò al Teatro Giustiniani in San Moisè, nel carnevale del 1802, ndr). Lo spartito mi è arrivato da poco e devo dire che, a una prima lettura, ho trovato pagine molto belle, in stile mozartiano. Dell’opera mi piace in particolare il sottotitolo, perché dice molto del suo spirito: “Tutto è illusione nel mondo”.

Nel suo repertorio ci sono molte opere del Belcanto italiano, ma anche molta musica russa (penso in particolare ad autori come Rachmaninov, Rimskij-Korsakov, Čajkovskij, Glinka). Come affronta questo repertorio?
Con Glinka c’è un filo diretto perché è stato in Italia e conosceva bene Rossini. Una volta, con l’Italia in particolare, non c’erano frontiere: molti musicisti dalla Russia venivano a studiare qui. La scuola russa nell’opera è di fatto venuta dall’Italia. Mi sento molto legata a Rachmaninov, col quale ho una lunga frequentazione, ma il compositore che sento più adatto alla mia vocalità è Rimskij-Korsakov perché amava il mio tipo di voce, ossia il soprano leggero. Čajkovskij, purtroppo, non posso cantarlo molto perché ha scritto soprattutto per una voce di lirico pieno.

Lei viene dalla Siberia e si è formata alla celebre scuola di Novosibirsk. Quanto ha contato questa scuola nella sua formazione?
Anche se ho studiato in Siberia, e ho concluso lì la prima parte della mia formazione, in realtà la scuola alla quale sento di appartenere è quella italiana. Già in Russia ho dovuto in qualche modo ricostruire la mia tecnica di canto grazie alla mia maestra Valentina Rey, una brava pianista accompagnatrice il cui approccio veniva dalla scuola del baritono Antonio Cotogni. Credo che questo mi permetta di lavorare tanto in Italia, proprio perché il mio stile di canto non è russo. Viceversa, quando affronto la musica russa si sente che il mio stile è italiano.

Lei è spesso protagonista di Traviata, ruolo che ha debuttato nel 2008 al Festival di Ravenna e che da allora ha interpretato molte volte, anche in grandi teatri. Qual è il suo approccio a questo ruolo così popolare e amato dai melomani?
È il ruolo che mi ha fatto debuttare e, in un certo senso, mi ha fatto anche crescere. Quando, giovanissima, lavoravo a Mosca come stagista, è stato il ruolo per il quale mi hanno preso a lavorare in teatro. È strano, perché considero la mia voce un po’ più indicata per un altro repertorio, ma amo profondamente Violetta: non è stato semplice, appena sono nata come cantante, interpretare subito Traviata, ma mi ha fatto entrare nel mondo della lirica con questa passione e con questo dolore. Spero di cantarlo ancora a lungo.

In copertina: Irina Dubrovskaya – Photo credit: Jenia Filatova

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