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Un basso per Händel – Intervista ad Andrea Mastroni

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Non solo primedonne e castrati. Nelle opere di Händel ci sono anche pagine straordinarie per la voce di basso profondo. Ne è convinto Andrea Mastroni, cantante italiano lanciato in una bella carriera internazionale, protagonista di un cd in uscita in questi giorni e intitolato Melancholia (Egea Music). L’album raccoglie le arie del più importante compositore del periodo barocco dell’opera italiana, che Mastroni ha da poco registrato insieme all’orchestra Accademia dell’Annunciata diretta da Riccardo Doni. Questo nuovo disco si concentra su arie poco note pensate per le corde di un basso profondo, soprattutto per il cantante Antonio Montagnana, che cantò in opere come Ezio e Orlando.

Ci presenta questo nuovo progetto: come nasce e perché?
Questo mio ultimo lavoro discografico nasce dall’esigenza di indirizzare l’ascoltatore a un repertorio, che mi ha da sempre costituito a livello di sensibilità artistica, e che per certi versi non ho ancora avuto modo di poter raccontare al pubblico, ovvero il teatro settecentesco, Händel nello specifico. Era un sogno l’idea, che avevo da tempo, di incidere i più grandi tesori dell’arte del teatro händeliano: l’incontro con Egea Music e l’Accademia dell’Annunciata ha dato corpo alla ricerca, che è andata scavando il profilo di uno dei più celebri bassi händeliani, ovvero Antonio Montagnana.

Un elemento di originalità del progetto risiede proprio nel valorizzare un registro vocale, quello del basso, non sempre al centro dell’attenzione quando si parla di musica barocca. Perché questa scelta?
Per percorrere anzitutto strade artistiche non esplorate. Ho una vocalità realmente grave e negli anni ho sviluppato una tendenza specifica per il repertorio di agilità: la tentazione artistica, vocale e musicale me l’hanno imposto. Amo da sempre attentamente studiare a livello filologico le scelte dei primi interpreti per determinati ruoli e, tutto d’un tratto, emergono verità in merito ai tipi di vocalità che magari non si sospettavano. È il caso del primo uomo, il Montagnana appunto, che pare fosse dotato di uno strumento di rara eccellenza, che poteva essere piegato all’agilità più spericolata e al coprire intervalli davvero enormi (si pensi su tutti il “Fra l’ombre e gl’orrori”, che sfiora quasi le tre ottave d’estensione per questioni dichiaratamente espressive – modernissime! – del personaggio). Montagnana fu un vero fenomeno: possediamo commenti di spettatori, anche illustri, che furono letteralmente soggiogati da questa vocalità tonante, scura e agile. L’originalità del nuovo consiste proprio in questo, a quel tempo, come ora. Primedonne erano i soprani e i castrati, vedi il Caffariello o Farinelli stesso: per suo conto Montagnana suggerì una vera e propria rivoluzione nella storia di questa vocalità, basti pensare a Zoroastro in Orlando, a Varo nell’Ezio e a Polifemo in Aci, Galatea e Polifemo (ruolo inizialmente affidato a un altro basso, Giuseppe Maria Boschi).

Il tema scelto per questa incisione, Melancholia, rimanda a un concetto molto caro all’estetica rinascimentale. Come si declina questo sentimento nel barocco e in Händel in particolare?
Ho scelto questo titolo, che in lingua inglese descrive la malinconia, lo stato nostalgico, ovvero quello dell’attesa o la mancanza di qualcosa/qualcuno. È una specie di fil rouge, che unisce le descrizioni drammaturgiche dei protagonisti che ho affrontato. Per questo sono molto convinto del fatto che Händel occupi un posto di modernità in un’epoca che ancora parlava linguaggi più antichi: i contrasti di Varo nella seconda parte di “Già risonar d’intorno” (“che fo? Si vada e sia stimolo all’alma mia!”), le tinte sensibilissime del Re di Scozia alla notizia che Ariodante sia stato ucciso (“Invida sorte avara”).

A proposito della scrittura händeliana, lei parla di “parola scenica” ante litteram. Ci spiega meglio cosa intende con questa espressione?
Ovviamente è un’espressione che ho utilizzato e preso in prestito dal contesto notoriamente verdiano, perché Händel ha davvero la consapevolezza di musicare ciò che racconta drammaturgicamente, come tutti i “moderni”. C’è immediata corrispondenza teatrale tra il dire e l’azione teatrale: quelli di Händel sono personaggi reali, che vivono, soffrono: sono carne viva.

Come vede la percezione da parte del pubblico della musica barocca oggi in Italia e nel mondo?
Credo che negli ultimi dieci anni nel mondo, specie in Francia, Inghilterra, Germania e Austria, si sia verificata una vera e propria renaissance: ciò è senz’altro dovuto a una prerogativa culturale di grande apertura verso la novità, e il barocco in qualche modo lo è, specie per molte prime esecuzioni moderne. In Italia il fenomeno è un po’ più lento, anche se abbiamo personalità di cantanti davvero eccellenti in questo repertorio. E non dimentichiamoci che tutte le arie incise sono in lingua italiana.

Ci presenti l’orchestra dell’Accademia dell’Annunciata. Quale approccio esecutivo avete scelto per questo repertorio?
L’Accademia dell’Annunciata è un esempio di come dovremmo essere fieri del patrimonio artistico e della formazione culturale musicale dei nostri giovani talenti. Si tratta di un’orchestra di musicisti specializzarti nel repertorio barocco, che eseguono (e hanno inciso) su strumenti originali. A livello qualitativo, la mia scelta è stata mirata: desideravo incidere questo delicato e speciale progetto con la freschezza dell’estro giovanile e che solo la giovinezza conosce. E fondamentale è stata la presenza di Riccardo Doni, loro direttore artistico e raffinato cembalista de Il Giardino Armonico. Tutto questo ha contributo a realizzare un lavoro di grande impatto emotivo, aspetto che in questo repertorio credo sia essenziale.

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