Chiudi

Trent’anni di carriera – Intervista a Carlo Colombara

Condivisioni

Da bambino sognava di fare il direttore d’orchestra. Carlo Colombara è invece diventato un basso tra i più autorevoli dei nostri tempi e festeggia in questi giorni i 30 anni di carriera.

Come è iniziata questa avventura con la musica?
A nove anni ero già malato di lirica: vidi una Carmen al Teatro Comunale di Bologna e me ne innamorai. Imposi così ai miei genitori di fare l’abbonamento a tutta la stagione. A 16 anni ho cominciato ad andare in Arena a Verona e a fare la fila per entrare in loggione alla Scala. In realtà, da piccolo sognavo di fare il direttore d’orchestra. Ho iniziato a studiare pianoforte a 12 anni, a 15 quasi per gioco mi feci ascoltare da Paride Venturi, quello che poi sarebbe stato il mio unico maestro di canto. Scoprii una voce inizialmente baritonale che poi si sviluppò da basso. Ho studiato molto intensamente e i risultati sono arrivati.

Non ha mai sognato di fare il tenore?
Assolutamente no: sarebbe un incubo!

Parliamo del suo debutto.
È avvenuto con l’Aslico al Teatro Carcano di Milano, ma non partecipando al concorso. Feci un’audizione per un piccolo ruolo con Leyla Gencer e il 27 settembre 1987 debuttai. Poi, l’anno dopo feci il Prefetto nella Linda di Chamounix di Donizetti, cantai a Tokyo Macbeth con Shirley Verret. Feci quindi un’audizione a Roma, dove ebbi modo di conoscere Riccardo Muti, direttore a cui devo molto: con lui, dal 1989 ho cantato per dieci anni ininterrottamente alla Scala, partecipando anche a diverse inaugurazioni di stagione.

Quante opere ha in repertorio?
Una sessantina di ruoli tra piccoli e grandi. Ho cantato di tutto, da Monteverdi al verismo.

Quale il ruolo che ama di più?
Ne ho amati tanti: i diavoli nel Faust e in Mefistofele, ad esempio, ma poi ho fatto tutto il repertorio verdiano, da Fiesco a Filippo, che è il ruolo più completo dal punto di vista interpretativo e vocale. Ecco, se proprio fossi costretto a scegliere un ruolo, direi Filippo II in Don Carlo di Verdi. Mi affascina il personaggio di un re innamorato, che si comporta da uomo normale, che piange. Un personaggio che si evolve nel corso del dramma, non statico come ad esempio è Zaccaria in Nabucco. Ogni volta che interpreto Filippo riesco a trovare nuovi passaggi che non avevo notato prima.

Un ruolo invece che non ha ancora cantato e le piacerebbe interpretare?
Don Quichotte di Massenet, un autentico capolavoro, purtroppo poco apprezzato ed eseguito, come accade, almeno in Italia, un po’ per tutte le opere di questo grande musicista francese.

Ha avuto modelli quando si è avvicinato al canto come basso?
Un modello unico non c’è perché la perfezione non esiste. Forse, il più completo di tutti è stato Nazzareno De Angelis. Ma, se potessi, unirei le caratteristiche di tre bassi: Cesare Siepi per lo stile e la linea di canto all’italiana, Boris Christoff perché aveva un carisma enorme, era un incredibile animale da palcoscenico, e poi Nicolaj Ghiaurov per la bellezza timbrica e vocale senza confronti. Se si potessero fondere sarebbero il basso perfetto.

In questi giorni è impegnato con le prove di Bohème alla Scala: come procede il lavoro?
Benissimo: questa è la Bohème del secolo, una produzione perfetta, che conosco bene per averla già interpretata almeno cinque volte. Sarà anche l’occasione per festeggiare i 95 anni di Franco Zeffirelli. Sono fortunato perché per me è davvero la più bella produzione del capolavoro pucciniano, tanto più che si fa alla Scala. Penso che ci sia un cast importante, con voci belle e adeguate ai ruoli: io mi trovo molto bene con tutti, anche perché facciamo molto gruppo.

Prossimi impegni?
Barcellona per Trovatore e poi riprendo dopo tanti anni il ruolo di Don Giovanni in Cina. Sarà una bella sfida perché lo feci molti anni fa a Lucca e Novara, poi in Finlandia, ma nel frattempo la mia voce è cambiata. Alla Scala tornerò il prossimo anno con Aida. Sul fronte discografico, ho appena inciso Attila di Verdi e Faust di Gounod, mentre l’anno prossimo inciderò Mefistofele di Boito.

Nella sua carriera, accanto al canto, un ruolo importante lo riveste l’insegnamento.
Sì: alterno molto la carriera del cantante all’insegnamento, quindi prenderò parte a molte masterclass. La prossima sarà a Treviso con Luciana D’Intino. È ciò che mi aspetta quando smetterò di cantare, anche perché mi dà molta soddisfazione: ho avuto allievi che hanno già debuttato. Penso a Mattia Olivieri, che è stato mio allievo a Bologna e ora è in camerino con me che canta Schaunard alla Scala.

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Photo credit: "National Centre for the Performing Arts - Beijing, China" di Xi Liao Pen, 2012